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Pierangelo Sequeri "Fraterna e spiazzante: la lingua di Leone XIV"

Avvenire

martedì 26 agosto 2025

La Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato ieri la raccolta di tutti i discorsi di papa Prevost. Accanto ai temi emerge lo stile e la volontà di rendere accessibile il proprio magistero e ministero.

Parole disarmate, ma non reticenti, quelle che danno tono e contenuti al florilegio degli interventi di Leone XIV raccolti E pace sia! Parole alla Chiesa e al mondo (Libreria Editrice Vaticana), raccolta di discorsi tenuti da papa Prevost nelle prime settimane del pontificato. 

Potrei indicare, come traccia per una lettura sintetica che può aiutare a inquadrare lo stile con il quale questo pontificato intende rendere accessibile il proprio magistero e ministero, due piani di riferimento che lasciano trasparire il suo orizzonte. 

Una chiamata comune al servizio della pace 

Il primo è definito dalla sensibilità per il contesto storico attuale. La tradizionale compattezza delle ideologie sociali e delle istituzioni civili che avevano promesso una comunità umana di liberi e uguali, appare piena di crepe. La frammentazione favorisce lo sfaldamento del legame sociale in tutte le sue forme: lo spirito della competizione, che mette in conto l’approdo alle pulsioni della sopraffazione violenta, sopravanza di gran lunga lo spirito della cooperazione, che genera passioni liete per il bene comune. La lingua del Papa, emblematicamente ispirata dal saluto del Risorto con il quale è iniziata la sua conversazione con il popolo di Dio (“Pace a voi”), rimane sobria e diretta su questo argomento. Nel suo svolgimento discorsivo essa appare chiaramente indirizzata alla “pacificazione” della comunità umana con la sua vocazione allo spirito gioioso della convivenza fraterna e alla cura solidale per la casa comune. 

Sono i due grandi temi del magistero del papa Francesco, esplicitamente evocato come il precursore di quella che potremmo chiamare la svolta geopolitica della dottrina sociale della Chiesa. Neppure la sacrosanta difesa della democrazia è sufficiente, ormai, al rilancio delle passioni liete per il bene comune nella sensibilità soggetto post-moderno, puntigliosamente addestrato a una libertà e a una eguaglianza che vengono sospinte allo svincolamento da tutti i legami: quelli della natura come quelli della cultura, quelli della famiglia come quelli della comunità, quelli della dedizione come quelli dell’adorazione. 

Papa Leone convoca al servizio della pacificazione dei singoli e dei popoli con le armoniche emozionanti dello scambio di doni tra persona e comunità, tutte le parti. Le parti della società umana e – prima ancora, come sorgente indispensabile della certezza che una nuova alleanza è possibile – le parti della comunità ecclesiale. 

Messe insieme, le parole rivolte all’interlocutore ecclesiastico, stupiscono anche un po’, per il modo con il quale chiamano in causa con lo stesso spirito gli organi di governo, gli apparati istituzionali, i corpi intermedi della comunità ecclesiale. Incominciando dal ministero petrino medesimo, naturalmente. I cardinali del Collegio, i funzionari della Curia, i nunzi della Santa Sede, come i membri del Corpo Diplomatico, i responsabili delle comunità religiose – tutti vengono raggiunti con lo stile sobrio e diretto dell’invito alla semplicità della testimonianza evangelica e all’intensità della mediazione pacificatrice. Proprio come i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi. Ciascuno riceve un’intonazione del discorso adatta alla condizione del suo servizio, ma la vocazione essenziale è una. 

Il tempo della fraternità ritrovata 

Il secondo asse di riferimento delle parole di conciliazione con il kairos della ricomposizione “fraterna e domestica” della convivenza, nella complessità introdotta dal nuovo rispetto per l’autodeterminazione e la pari dignità di ogni singolarità umana è appunto quello della pacificazione della fede cristiana con la missione evangelica. 

“Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; Egli le chiama e rispondono: «Eccoci» e brillano di gioia per colui che le ha create” (Baruch 3, 34-35). Questo bel passo di Baruch, citato in un discorso rivolto agli astronomi della Specola vaticana, è tratto da un capitolo in cui il profeta ricorda a un popolo esiliato e angosciato che il suo riscatto dipende dal ritrovamento della Sapienza di Dio. Questa intima e profonda intelligenza delle cose, a volerla cercare, è di casa nella storia e nel mondo della creatura: “è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini” (3,38). Non ci sono avventure umane – quelle della scienza come quelle del gioco – che non possano apparire come parabole intriganti di una Sapienza della vita che si lascia intercettare dal vangelo. Nell’omelia della festa della Trinità, associata al Giubileo dello Sport, c’è posto anche per questa parabola. 
Papa Leone dichiara scopertamente e candidamente l’audacia: «Il binomio Trinità-sport non è esattamente di uso comune: eppure l’accostamento non è fuori luogo. Ogni buona attività umana, infatti, porta in sé un riflesso della bellezza di Dio, e certamente lo sport è fra queste». La “pericoresi” (la circolazione vitale dell’amore che lega le persone del Dio trinitario), nella sua stessa etimologia, è una “danza”. E questa danza si riflette nei “giochi” di Dio fra le meraviglie della natura creata. 

Questa danza e questi giochi, nondimeno, non sono per niente divertimenti di anime belle, ignare degli spessori ottusi delle cose e incuranti delle ferite permanenti dei corpi in cui viviamo e siamo umani. 
Ma non dobbiamo permettere alle angosce distruttive dei nostri insuccessi di far regredire i nostri affetti per i legami più belli della creazione, e di lasciare il campo alle oscure malinconie della rassegnazione ai giochi mondani già fatti. 

«Un prete che personalmente sta portando una croce pesante a motivo del suo ministero e tuttavia ogni giorno va in ufficio e cerca di fare al meglio il suo lavoro con amore e con fede, questo prete partecipa e contribuisce alla fecondità della Chiesa. E così un padre o una madre di famiglia, che a casa vive una situazione difficile, un figlio che dà pensieri, o un genitore malato, e porta avanti il suo lavoro con impegno, quell’uomo e quella donna sono fecondi della fecondità di Maria e della Chiesa» (Omelia della Messa per il Giubileo della Santa Sede, 9 giugno 2025). 

Una missione senza retorica 

Nella quasi totalità delle “parole” di Leone XIV raccolte in questa pubblicazione, troviamo spessissimo questo stile diretto, spoglio di pettinature retoriche ecclesiastiche: dove non si ha nessun imbarazzo, per esempio, a parlare del “lavoro d’ufficio del prete”, al quale essere umilmente e semplicemente fedeli. 

«Gesù Risorto ci mostra le sue ferite e, nonostante siano segno del rifiuto da parte dell’umanità, ci perdona e ci invia. […] tutto ciò che ai nostri occhi si presenta come infranto e perduto ci appare ora nel segno della riconciliazione» (Omelia della Messa con ordinazioni sacerdotali, 31 maggio 2025). L’anti-retorica di questi primi aforismi di Leone XIV, qualsiasi mestiere facciamo – fosse pure quello del Papa – ci farà sentire come novizi della missione più bella del mondo.


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