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Andrea Riccardi “Diplomazia, nomine e giovani, ecco la rivoluzione mite dei primi 100 giorni di Prevost”

Intervista a Andrea Riccardi 
4 Agosto 2025
a cura di Giacomo Galeazzi  

Il fondatore di Sant'Egidio sui primi 100 giorni:"Sbagliato il confronto con Bergoglio"

«La serenità di Leone è una risposta all’inquietudine umana e religiosa che attraversa un tempo difficile», afferma lo storico del cristianesimo Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d’Avorio, Guinea, già ministro per la Cooperazione internazionale. 

A quasi 100 giorni dall’elezione, che papa è Prevost? 
«Il successo del Giubileo dei giovani è stato una sorpresa. Fra la morte di Francesco e l’intronizzazione di Leone è emerso un forte e rinnovato interesse verso la Chiesa da parte di persone di ogni tipo. Il primo messaggio di Prevost è stato: “Il male non prevarrà”. Sembra poco ma è molto in una situazione in cui il male si chiama guerra nel cuore dell’Europa, a Gaza, nel Medio Oriente, in Sudan. A Tor Vergata i giovani sono accorsi oltre le previsioni. Ne erano attesi 500 mila, sono stati più del doppio. Segno che Leone è entrato in sintonia con le domande di tanti, pur in un tempo di crisi della Chiesa». 

Quindi la “Chiesa brucia” come si intitola il suo libro? 
«Sì ma ci sono segnali in controtendenza: la consacrazione di Notre-Dâme, il battesimo di 18 mila giovani e adulti in Francia. La domanda religiosa c’è e la serenità di Leone la intercetta. Il successo della Gmg lo dimostra. E poi crisi non vuol dire necessariamente fine. Può essere un’opportunità per aprirsi al futuro. Semmai il rischio è accontentarsi di sopravvivere, rimpiangendo un passato migliore. La soluzione è vivere nella crisi, anzi affrontarla da missionario come fa papa Leone». 

Un bilancio dei 100 giorni? 
«Per la Casa Bianca si dice che rivelino la presidenza. Il respiro di un pontificato è diverso. Non dobbiamo aspettare le nomine come banco di prova del Papa. Le farà al momento del bisogno ma non sarà la squadra di governo a dirci chi è Prevost. È un errore giudicarlo in termini di rottura o continuità con Francesco, di restaurazione o meno delle istituzioni». 

Cosa non la convince? 
«Sono criteri sbagliati. Leone già lo conosciamo, ci ha parlato tante volte in questi tre mesi, non serve aspettare le grandi scelte di governo. Ci ha detto qual è il suo pensiero, ha incontrato tanta gente, la sua agenda è stata fittissima. Arriveranno documenti e decisioni ma la sua serenità si è manifestata come quella di un credente pur molto preoccupato dalla condizione di un mondo in cui abbiamo ripreso a parlare di confronto atomico come non accadeva da decenni. Non si riescono a chiudere i conflitti e il Papa non demorde in linea con il Vangelo di una pace radicata nel messaggio religioso di cui è testimone. Serenità, fede e pace stanno insieme per liberarci dalla rassegnazione alla guerra». 

Quale geopolitica attua? 
«La pace è scomparsa all’orizzonte e la guerra è lo strumento scelto dalla politica internazionale, è modo di vita per centinai di migliaia di uomini che vivono facendo la guerra. Ciò è inaccettabile per Leone che a Tor Vergata ha indicato ai giovani l’amicizia come via per cambiare gli orizzonti geopolitici e ha mobilitato il suo popolo secondo un disegno di pace. Il congolese Floribert è stato beatificato a Roma perché a Goma c’è la guerra ed è simbolo di resistenza alla violenza e alla corruzione». 

Il confronto con Bergoglio? 
«Contrapporre Francesco e Leone non ha senso. È palese la diversità delle personalità ma è serena la continuità: a chi butta via o critica il papa di ieri per esaltare quello di oggi raccomando il silenzio del cardinale Carlo Maria Martini che pur non coincidendo con Karol Wojtyla non disse mai una parola contro: né prima né dopo la morte del Papa polacco. Nella diversità dei caratteri Prevost assume l’eredità di Bergoglio legando i migranti alla speranza in un mondo che ha paura di loro. Il lavoro della Chiesa è sia sociale che spirituale e religioso. I poveri restano al centro dell’attenzione pastorale della Chiesa perché la Chiesa è quella dei poveri». 

A chi somiglia di più Leone? 
«È un uomo libero perché evangelico, con una purezza che ispira fiducia per il senso di responsabilità. Un lavoratore serio e scrupoloso come lo è anche il suo leggere i testi nelle udienze. Un uomo determinato in maniera mite e non c’è nulla di più forte della forza dei miti. Alla Gmg ha richiamato Wojtyla. Gli hanno chiesto il Vaticano come punto di incontro per negoziati e non ha rifiutato rivendicando l’esigenza di guardarsi negli occhi. Non è stato turbato dal rifiuto russo tanto da parlare al telefono con Vladimir Putin e ricevere l’emissario del patriarca Kirill. Il suo non è un parlare passivo di pace. Impegna la Chiesa a fare di più e con le sue azioni interpreta la vocazione esplicitata da Paolo VI all’Onu: «Mai più la guerra». Intende “aggredire” questa età della forza per passare ad una “età negoziale” secondo la formula di Giorgio La Pira, cioè a un’epoca dell’incontro e del diritto. Un messaggio di pace radicato nella fede ma tutt’altro che astratto. Leone sa parlare di pace e di guerra in modo concreto». 

Quanto contano le nomine? 
«La scelta dei collaboratori ha un rilievo, come dimostrano le difficoltà nel pontificato di Benedetto XVI. Ma non può ridursi a un toto-nomine, alla scelta di abitare all’appartamento pontificio o indossare la mozzetta. Una lettura riduttiva. Le nomine hanno un peso che si affermerà nel tempo». 

Primus inter pares o solista? 
«La Santa Sede non funziona con lo spoils system. Alla prima riunione con i capi dei dicasteri ha dimostrato di voler governare con i suoi collaboratori rinvigorendo il “consiglio dei ministri” voluto da Paolo VI. Davanti al mondo si presenta come vescovo di Roma ma è anche figlio dell’ordine agostiniano e sa che reggere una comunità è complesso. In un tempo un po’ depresso e rassegnato è uomo di speranza. Come Wojtyla è consapevole che le truppe si guidano incoraggiandole. Ed è convinto che si possa fare la differenza nel mondo fermando le guerre senza darsi per vinti anche se in Occidente e in tanti luoghi nel mondo si è assistito a una continua riduzione della pratica religiosa, al calo delle vocazioni, a una minore incidenza della presenza cattolica nella vita pubblica. Una situazione di vuoto che ci riguarda tutti e che Prevost ha sperimentato ai vari livelli della sua missione ecclesiale. È un uomo calmo, che medita e che ha subito richiamato il pontificato di Bergoglio e la sinodalità. Non si può ricalcare la sua figura su quella di Leone XIII, ma di certo assume in sé l’eredità dei Papi del Concilio».  


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