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Mauro Magatti "Segni profetici in tempo di guerra"


sabato 30 agosto 2025

I tempi sono violenti. Non è solo il numero insopportabile di guerre che insanguinano il mondo. È la sensazione che la sopraffazione sia diventata la regola dei rapporti sociali. La politica parla con il linguaggio delle armi. Le relazioni internazionali si determinano con missili e droni. Mentre un po’ ovunque crescono polarizzazione, rabbia, aggressività. Nella seconda metà del secolo scorso avevamo creduto che il mondo potesse essere governato da istituzioni comuni, dal diritto internazionale, dal fragile equilibrio della diplomazia. Oggi quella speranza sembra svanita. 

Lo ha di recente messo nero su bianco, senza tanti giri di parole, il politologo russo Aleksandr Barishov, che in una recente intervista ha dichiarato: «Ormai bisogna riconoscere che il diritto internazionale è smantellato: quello che funziona è solo il diritto della forza». Quasi fosse la cosa più naturale del mondo. 
I trattati, le convenzioni, le risoluzioni delle Nazioni Unite, la diplomazia: tutto sembra destinato a impallidire di fronte al discorso crudo della forza. Per decidere non servono più le regole condivise, ma la determinazione di imporre la propria potenza: militare, economica, tecnologica. In barba a tutti i progressi tecnologici e culturali, l’umanità sembra così regredire ad un tempo primitivo. 
Ogni giorno sembra andare peggio. Putin che, mentre discute di pace con Trump, continua a mandare missili sulle città ucraine. Netanyahu che, senza dare ascolto ai tanti appelli, prosegue l’orrenda opera di distruzione di Gaza ridotta a un ammasso di macerie. 

Al punto in cui siamo, non tratta più di stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che ogni soglia viene superata. Non c’è più distinzione tra combattenti e innocenti, obiettivi militari e popolazioni civili, adulti e bambini. La crudeltà è praticata alla luce del sole, quasi esibita. E a trionfare è il superamento di ogni limite. Tutto sembra permesso. Il codice bellico ormai diventato parte del linguaggio di tutti i giorni. 
Con evidenti effetti di disumanizzazione: il nemico è sempre ridotto a meno-di-uomo. 
In mezzo a tutta questa oscurità, uno squarcio di luce arriva da Gerusalemme. La decisione del patriarca latino, Pierbattista Pizzaballa, e di quello greco ortodosso, Teofilo, di non lasciare Gaza nonostante Israele abbia annunciato di occupare l’intera Striscia introduce un elemento dirompente rispetto alla logica bellica. 
Rifiutando di abbandonare le loro comunità, i due patriarchi lanciano una provocazione profetica: restare là dove la vita è ferita. Non per alimentare lo scontro, ma per custodire una presenza diversa. Restare, quando tutto spinge a fuggire. Restare, quando il calcolo suggerirebbe di proteggersi. 

Restare, per dire che non tutto è riducibile alla logica delle armi. Si tratta di scelta che ha un grande valore politico e umano perché dice che, al di là di quello che viene ripetuto all’infinito dai tamburi della propaganda, c’è sempre un’altra possibilità. Non siamo condannati a vivere solo sotto la legge della forza. 
Mettersi in mezzo. Non per restare neutrali, per non vedere o non scegliere. Ma per rifiutare di essere catturati dalla spirale violenza-contro-violenza. 
Mettersi in mezzo è affermare che, al di là delle ragioni e dei torti, c’è qualcosa che viene prima. Qualcosa di comune all’umano: la dignità di ogni vita. La possibilità del dialogo e la necessità dell’ascolto richiamate dal potente Appello interreligioso rivolto ieri alle Istituzioni italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia «per favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio». 

Questa logica opposta alla violenza non è una fuga dalla realtà. È la sola alternativa realistica al disastro. Perché la forza può vincere una battaglia, ma non costruisce mai la pace. 
Solo il riconoscimento dell’altro, delle sue ragioni, può aprire un futuro diverso. La logica del mettersi in mezzo indica una via concreta. Invece di alimentare odio e aggressività, c’è sempre la possibilità di creare luoghi di incontro, ricostruire la fiducia reciproca, educare a riconoscere che la vita dell’altro vale quanto la nostra. 
Se la violenza ci trascina verso la chiusura, il sospetto, la contrapposizione, la scelta di mettersi in mezzo ci ricorda che esiste ancora un terreno comune. Fragile, certo. Ma reale. Siamo in un tempo di violenza, e sarebbe ingenuo negarlo. Ma proprio per questo, ogni gesto che rompe la logica della forza va valorizzato e moltiplicato. 
La decisione dei due patriarchi ‒ grande segno interconfessionale che dice di quello che i cristiani possono fare insieme ‒ è un atto concreto che dimostra che un altro modo di stare nel conflitto è possibile. 

Mettersi in mezzo oggi è una sfida urgente. Non per nascondere le differenze, ma per affermare che prima di esse c’è la comune appartenenza all’umano. Solo da qui può ripartire la politica. Solo da qui si può sperare in un futuro che non sia consegnato alla barbarie.


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