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Paolo Crepet «Oggi i ragazzi crescono più in fretta, l’età della responsabilità va anticipata.»

Michela Allegri
14 agosto 2025 

Spesso madri e padri giustificano un adolescente che torna a casa ubriaco e si sottovalutano situazioni gravi.

I ragazzi che oggi crescono molto più in fretta e i genitori che non ne prendono atto, che permettono loro di comportarsi da adulti, ma solo quando si tratta di uscire la sera e tornare alle sei del mattino. Per Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e saggista, il problema è che viviamo in una società che, giustamente, si scandalizza di fronte a fatti gravi, immersi in un mondo che sembra non riguardarla, ma si dimentica subito che comportamenti preoccupanti possono accadere anche nelle nostre famiglie: «Pochi giorni fa in provincia di Chieti dieci ragazzini tra i 13 e 16 anni sono finiti al pronto soccorso in coma etilico. Perché ci inquietiamo per quello che succede in un campo rom abusivo e non per quello che fanno i nostri figli?». 

C’è in generale una deriva di ragazzini che crescono troppo in fretta? 
«Assolutamente sì e lo dico da anni. Il problema è l’ipocrisia delle famiglie. Qualche mese fa ha avuto molto successo la serie tv “Adolescence”, un ragazzino di 13 anni che compie un delitto. Tutti hanno applaudito, hanno elogiato doti attoriali e registiche. Io penso sia stata l’ennesima ipocrisia di chi fa finta di non avere capito che davvero siamo arrivati a questo. È uno stato di confusione mentale della nostra comunità. Se i genitori permettono ai loro figli giovanissimi di comportarsi da adulti quando escono la sera e tornano alle sei di mattina, quando bevono, quando vanno in vacanza soli con gli amici o con il fidanzato, dovrebbero accettare che possano avere comportamenti adulti anche in altre circostanze. Questo però tocca i nostri sensi di colpa. Cosa crede dica il genitore di un ragazzino che torna a casa ubriaco? Spesso lo giustifica dicendo che fanno tutti così, che sono ragazzate. C’è una totale sottovalutazione delle situazioni da parte dei genitori». 

Quale potrebbe essere una soluzione? 
«Io dico da molti anni che sarebbe ora di anticipare l’età della maturità. Oggi a 16 anni i ragazzi fanno tutto quello che fanno gli adulti. È necessario prenderne atto, sottolineare le contraddizioni che stiamo vivendo, capire le conseguenze che questo produce. Parlando delle conseguenze vengono a galla i problemi». 

Cosa comporterebbe una soluzione di questo tipo? 
«I ragazzi possono essere responsabilizzati, assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Oggi invece possono comportarsi da adulti quando escono alla sera, bevono, tornano tardi, ma per formalizzare un contratto di lavoro, magari per fare i camerieri al sabato sera, hanno bisogno dell’autorizzazione dei genitori. A 16 anni non hai la possibilità di lavorare, mentre invece hai la maturità per fare le 6 del mattino?» 

In che modo un genitore potrebbe aiutare un figlio adolescente a diventare più responsabile? 
«Smettendo di scegliere al posto suo. Perché a mio figlio permetto di fare una vita da adulto e il giorno dopo vado a lamentarmi con i professori per i voti, giustificandolo? Penso che in Italia ci sia un ricorso eccessivo a didattiche di assistenza, che sono cresciute in modo esponenziale. Questo, secondo me, più che aiutare gli adolescenti li scoraggia. E non perché non credo che esistano situazioni di disagio, ma perché penso che molte difficoltà siano fisiologiche, data l’età, e non derivino da patologie. Spesso il soccorso che garantiamo è sproporzionato e portatore di guai, perché spinge i ragazzi a diventare ancora più fragili». 

E i ragazzini che vivono in una situazione di degrado, come quella del campo rom abusivo nella periferia di Milano, come possono essere recuperati? 
«La vera soluzione deve essere trovata a livello di Paese, di società. È necessario lavorare sull’integrazione, combattere le situazioni abusive, rendere i campi rom dei luoghi che funzionano, con servizi, strade, autobus, che diano la possibilità di chi ci vive di andare al lavoro e di fare frequentare la scuola ai bambini. Bisogna fare un patto di questo tipo: dare loro la possibilità di integrarsi e in cambio chiedere il rispetto della legge, l’assenza di criminalità. Io in passato ho avuto un’esperienza molto bella con i rom. Anni fa sono stato con Oliviero Toscani in un campo rom a Pavia, abbiamo ragionato per tre giorni con tutta la comunità e come sempre accade ho capito tante cose. Noi pensiamo di sapere, ma non sappiamo sempre tutto, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Dobbiamo rendere questa realtà non abusiva, dobbiamo attivare un’assistenza sociale che funzioni».


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