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Rosanna Virgili “Pregare, noi cristiani, per gridare. Perché la guerra si deve fermare adesso”

 

21 agosto 2025

L'appello del Papa ci scuote e ci ricorda che non siamo indifferenti, che non possiamo essere passivi, che contro l'orrore serve una rivolta morale. La pace non è un'utopia, è una strada.

Ieri mattina papa Leone ha invitato tutti i fedeli a vivere la giornata di domani in digiuno e preghiera, “supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti in corso”. 
Un invito fortemente atteso dai cristiani in questi giorni in cui nemmeno le vacanze son riuscite a liberare la mente dalla vergogna, a sospendere la visione dell’orrore. 
Caro papa Leone, siamo pronti ad accogliere il tuo invito che ci restituisce il respiro, la dignità di dare conto dell’imperativo morale e spirituale che batte forte nel nostro intimo. Come direbbe il tuo amato Agostino: “Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Conf. 1,1.5). 
Sì, grande è la nostra inquietudine anche se non è sempre vistosa, noi cristiani non siamo affatto indifferenti, noi cristiani non siamo affatto passivi dinanzi ai signori della strage e della morte, della prepotenza e della menzogna. 

Il nostro cuore è profondamente inquieto e vuole “riposare” nel Signore. E che la Terra con tutte le sue creature possa riposare in Lui. Nel nostro cuore è l’inquietudine del tempo – per cui – sempre come diceva Agostino – non esiste né il passato né il futuro e il presente è un istante fugace. 
E il presente di Gaza – e di Israele, di Ucraina, di Russia, di Sudan, di Haiti, di Europa - è un presente urgente. Che non può aspettare. Che non può fermarsi più a pensare. Che non si può permettere di fare della preghiera una delega ma deve avere il coraggio del grido. Della denuncia, della pretesa che i governi – come il nostro – non forniscano più armi vendute per difendersi usate per offendere e uccidere i civili. 
Il presente urge di diventare un kairòs, l’occasione propizia di una rivolta contro l’orrore, la bestialità, la demolizione del diritto e della democrazia, lo scherno della giustizia, la violazione della vita. L’irrisione di una plateale banalità del male. Non abbiamo che l’adesso per fermare chi violenta Dio sulla carne dei bambini, facendo cenere della civiltà. 

La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile (…) che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa”. Così già due mesi fa il Papa parlando ai Vescovi italiani (17 giugno 2025). E i vescovi hanno vigilato sulla pace con parole e gesti come in un sacramento: dal vescovo di Manfredonia, Franco Mosconi, al vescovo di Napoli, Mimmo Battaglia s’è levato:“Un grido a chi compra armi invece di pane, a chi brinda quando un titolo “difesa” sale in Borsa” ; “Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra” hanno scritto in una Dichiarazione congiunta il vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, unitamente a Daniele De Paz, presidente della Comunità ebraica della città. 

Adesso è il tempo urgente dei “cinque giorni” che restano alla città di Betulia prima della resa: mentre il re aspetta passivamente il corso degli eventi, Giuditta si alza a pregare nell’ascolto e nell’azione: pregare chiede infatti di uscire, di esporci, di metterci accanto nelle strade e nelle piazze, ovunque, con tutti quelli che hanno il cuore inquieto e non sono rassegnati all’impotenza. “Allora i miei poveri alzarono il grido e quelli si spaventarono, i miei deboli gridarono forte, e quelli furono sconvolti” canterà infine Giuditta (Gdt 16,11). 

Adesso è il tempo urgente di Ester che da orfana in diaspora era riuscita a diventare regina e non aveva mai rivelato a suo marito d’essere ebrea. E adesso che col sigillo di Assuero era stato decretato lo sterminio del suo popolo poteva tacere la sua identità e salvare solo sé stessa … Ma Ester non lo fece – come fanno ancor oggi non solo gli uomini ma anche le donne quando salgono al potere – ma si espose al Volto di Dio nella preghiera, dove era riflesso il volto di fratelli e sorelle, degli esuli, dei poveri, di quelli che avrebbero in pochi mesi subito un genocidio. Pregò e pianse sul destino del popolo che Dio amava, e ne fece il suo stesso destino; la preghiera e le lacrime divennero fortezza di verità e d’amore, di coraggio, creatività e fiducia. Ed Ester prese una decisione e infine rovesciò le sorti rendendo l’impossibile possibile, trasformando il destino di morte in un sorprendente dono di vita. 

Adesso è l’urgenza dell’impossibile. E la nostra preghiera a Maria Regina sarà cantare l’impossibile della sua sovranità: “ha rovesciato i potenti dai troni ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1,52-53): la speranza che nulla è impossibile a Dio! E quindi nulla è impossibile ai più umili ai più piccoli che siamo noi, gente disarmata di fucili e di potere ma colma del fiume della fede del Magnificat. 
Abbandonarci alla potenza di quella sorgente di giustizia e di pace sarà trovare riposo al nostro cuore. Un riposo di lotta, di obiezione di coscienza, di corse sui monti di Giudea…come la corsa di Maria da Elisabetta! 
Altrimenti, domani, l’inquietudine si trasformerà in amarezza, in vergogna, e nessuno di noi potrà dirsi innocente dei delitti che abbiamo lasciato compiere ai “potenti”. E invano cercheremo di consolare le madri di tutte le vittime: “Rachele – infatti - non vuole essere consolata perché non sono più” (Mt 2,18).


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