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Enzo Bianchi “Una riforma dell’esercizio dell’autorità”

luglio 2025 
Una riforma dell’esercizio dell’autorità
per gentile concessione dell'autore


La vita religiosa deve ritornare alla sinodalità, rinnovandola secondo le acquisizioni possibili.


Una delle urgenze più impellenti per una riforma della vita della Chiesa è quella che riguarda la vita religiosa. Purtroppo non se ne parla; la vita religiosa è quasi dimenticata all’interno della Chiesa e,di conseguenza, sempre meno rilevante anche nella società multiculturale e multi religiosa dell’indifferenza. In questi anni, per chiunque avesse a cuore la vita religiosa, soprattutto nelle sue forme originali della vita monastica e non come semplice abito spirituale per la pastorale, la sofferenza è cresciuta nell’impotenza a fare o dire qualcosa a causa della sordità della Chiesa, vuoi vescovi e vuoi anche organismi preposti alla vita religiosa. 

Sì, sono stati gli anni della crisi delle vocazioni che, in alcune congregazioni, si sono rarefatte fino a scomparire; sono stati gli anni degli scandali emersi in molte delle nuove comunità che sono state punite o addirittura sciolte, dimissionando i fondatori. 
Abbiamo visto uomini e donne che erano venerati per la loro creatività, la loro opera, accusati di abusi sovente senza processo in base a calunnie. Abbiamo visto visite apostoliche affidate a persone che sconfinavano impropriamente dal piano della direzione spirituale a un livello più psicologico; visite affidate a visitatori che non hanno fatto un buon servizio al Papa, dal quale si dicevano inviati e del quale si presentavano come rappresentanti. 

La vita religiosa è stata, talora, umiliata da autorità esterne alle congregazioni, che si credevano onnipotenti, pur di perseguire i loro disegni. Si sono registrati veri abusi spirituali, imponendo a comunità sane e salde degli esercizi psicologici e facendo delle domande sulla vita intima delle persone che neppure in confessione si dovrebbero fare. 

Non elenco qui le comunità in Francia, Belgio, Italia, da me conosciute che hanno dovuto subire quell’ingiustizia a nome di papa Francesco, anche quando il Papa era all’oscuro di provvedimenti e sanzioni. 

E come dimenticare che su queste situazioni dolorose alcuni teologi cattolici, nella foga di denunciare, hanno pubblicato articoli al limite della calunnia? 

Abusi non accertati ma sospettati sono diventati abusi prima del giudizio, e uomini e donne sono stati rovinati per sempre. Va detto, con chiarezza, che tutto ciò non si è mostrato in linea con il pontificato di papa Francesco, caratterizzato dall’ascolto e dalla misericordia. 

Se la vita religiosa ha bisogno di una riforma non è perché sia infedele: anzi, a mio giudizio non è mai stata negli ultimi secoli fedele come oggi, e vive una vita povera di uomini e donne, una vita povera spiritualmente, a volte stretta e costretta da leggi claustrali ancora soffocanti una comunità, a volte una vita che si fa fatica a sostenere per la piccolezza dell’umano, la debolezza dei membri anziani e malati, la mancanza di giovani e la scarsa attenzione delle diocesi e, a volte, dei cristiani stessi. 

Ora abbiamo un Papa che è un monaco agostiniano, che è stato fratello in una vita comunitaria e ha presieduto per alcuni anni l’ordine agostiniano. 

Noi speriamo in lui, anche perché nei giorni scorsi Leone XIV ha osato dire: «Occorre essere prima umani, poi cristiani!». Parole importanti,mai dette con tale chiarezza da un Papa. Occorre praticare vie di umanità e soprattutto nella vita religiosa restare umani e non pensare di fare “un’altra vita”. 

La vita religiosa è una vita “altra” rispetto a quella mondana, ma non può essere se non vita umana: dal noviziato alla vita comunitaria, alla vecchiaia, quando si è malati, vecchi,deboli e si è lasciato ogni servizio, la vita religiosa che resta è umanissima ma non mondana. Restare umani fino alla fine è la garanzia di essere cristiani fedeli fino alla fine. 

Le due suore che ora reggono il Dicastero della vita religiosa, suor Simona Brambilla delle missionarie della Consolata e suor Tiziana Merletti delle francescane dei poveri, potranno davvero indicare un cammino nella fiducia, nell’ascolto reciproco e nell’ascolto del mondo, nel servizio dei privilegiati del Signore, gli ultimi, perché nel bisogno e nella sofferenza, perché assetati di Vangelo proclamato e vissuto. 

E non si dimentichino le comunità monastiche tradizionali, che praticano liturgia e regola come prima del concilio Vaticano II, perché sono comunità vive, piene di zelo. 

Vi confesso che nelle abbazie di Barroux, di Triors, ecc... trovo la stessa serietà nella sequela che trovo a En Calcat o alla Pierre-qui-Vire. 
Trovo gioia nei volti, nelle molte vocazioni di giovani, nell’ardore con cui vivono l’avventura della comunità e la sequela di Cristo. Queste comunità non vanno respinte perché conservano una preziosa tradizione e non solo di canto gregoriano, canto immortale per la Chiesa latina. C’è una grande riserva di grazia nella vita religiosa-monastica,ma occorre che ci sia chi la risvegli, chi la sostenga, chi la indichi come luce che splende su tutti. 

Resta evidente che, comunque, una riforma della vita religiosa richiede innanzitutto una riforma dell’esercizio dell’autorità. La sinodalità è stata originata dalla vita religiosa cenobitica, e le comunità di monaci che seguo hanno conosciuto il cammino sinodale che prevedeva l’ascolto di tutti, un discernimento dei più sapienti e la decisione finale da parte di chi presiede. Però anche questo principio si era di fatto ridotto formalmente a un frettoloso ascolto e a un’insindacabile decisione di chi presiede. No, si ritorni alla sinodalità, rinnovandola secondo le acquisizioni che per noi oggi sono possibili. 

Ma si vigili, perché anche in regime sinodale si può, da parte dell’autorità, essere autoritari più che mai. Lo dico per esperienza. Anche se si istituisce il regime capitolare, dunque si pratica la sinodalità, se chi presiede fa parlare tutti ma per finta, non ascolta nessuno e poi decide quel che c’era già in cuor suo, questo è sfigura mento della sinodalità; come quando chi presiede impedisce all’uno o all’altro la libertà di parlare in assemblea e limita gli interventi, ordinandoli in modo da evitare quelli che a lui non piacciono. 

Si faccia attenzione: tanti sono gli inganni possibili anche quando si parla molto di sinodalità. 

Se la vita è religiosa è una koinonía, secondo l’espressione di Pacomio e di Basilio, questi nostri padri fondatori, allora dev’essere veramente una comunione in cui ciascuno è debitore verso l’altro dell’amore, dell’attenzione del cuore; è responsabile dell’altro. La vita religiosa dovrebbe essere soprattutto “casa di comunione”. E se i fratelli e le sorelle sapranno vivere la comunione, saranno anche coinvolgenti e racconteranno a tutti, anche ai non cristiani, la vicenda di Gesù, che con la sua comunità passava tra gli umani facendo del bene, annunciando la buona notizia, dicendo che il regno di Dio era vicino, disponibile: bastava accettare di entrarvi. 

I religiosi,memoria viva Evangelii, memoria viva del Vangelo, ancora oggi possono essere eloquenti. 

Ma a patto che abbiano il fuoco del Vangelo nel cuore e portino questo fuoco sulla terra.





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