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Umberto Galimberti “La mia vita è finita nel 2008, vi racconto perché”

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20 giugno 2023 

Nel 1882, sette anni prima di perdere il senno in piazza Carignano a Torino, dove in lacrime abbracciò e baciò un cavallo fustigato a sangue dal cocchiere e poi stramazzò a terra in preda alle convulsioni, il filosofo Friedrich Nietzsche aveva proclamato: «Dio è morto». Umberto Galimberti, 81 anni, fa lo stesso mestiere del pensatore tedesco, oltre che lo psicoanalista e lo psicologo, e ritiene che la fiducia nel futuro abbia cominciato a vacillare con quell’annuncio: «Non era in discussione se Dio esistesse o no: quando uno muore, vuol dire che un tempo era vivo. Ma se cancelliamo la parola Dio, comprendiamo ancora il nostro tempo? Sì. Non altrettanto se togliamo le parole denaro e tecnica». Se Galimberti, bestsellerista amatissimo dalle folle (84 conferenze tenute in giro per l’Italia nel 2022, 21 già programmate in questo mese di giugno), la pensa così, come mai ha deciso di occuparsi del Figlio di Dio? Il suo nuovo libro, destinato ai ragazzi, s’intitola Le parole di Gesù (Feltrinelli). Sono 51: angeli, diavolo, fede, felicità, gioia, malati, morte, pace, paura, peccato, perdono, preghiera, resurrezione, tentazione, tristezza, verità, vita, solo per citarne alcune. 
Lo ha scritto con il biblista Ludwig Monti, già monaco della Comunità di Bose. Parte da qui il dialogo di Oggi con questo prete mancato, già autore di un saggio sul cristianesimo: «È la religione del cielo vuoto, ha smarrito il senso del sacro, e questo mi procura tanta rabbia. La dimensione spirituale è essenziale nell’uomo». 

Lei è ateo o agnostico? 
«Greco. Prendo sul serio la morte, non ho speranze ultraterrene, e ciò crea in me l’etica del limite». 

Com’è diventato greco? 
«Conoscendo il mio maestro Emanuele Severino. Per anni d’estate ho passato un mese intero in Grecia, sotto la tenda. Ora ci sto una settimana al massimo. È diventata un’immensa Rimini. La ritrovo solo a Patmos, dove Giovanni scrisse l’Apocalisse». 

Perché ha pubblicato un libro su Gesù? 
«Ero stufo di ascoltare personaggi della destra che si dichiarano cristiani e brandiscono rosari e crocifissi nei comizi, ma poi respingono i profughi. Questo dimostra che le parole di Cristo sono rimaste lettera morta. Fra l’altro, il Nazareno non fondò una religione. Semmai lo fece Paolo di Tarso». 

Ha qualcosa contro le religioni? 
«No. Però rappresentano il contrario della fede, perché sacralizzano una cultura. Cominciò Costantino, trasformando il cristianesimo nella religione dell’Impero romano. Proseguì Carlo Magno con il Sacro Romano Impero. Invece Gesù chiedeva solo che ci fidassimo della sua parola». 

Sta scalando le classifiche grazie al Nazareno. 
«Non ci credeva nessuno, in questo libro, neppure l’editore Carlo Feltrinelli: aspetta che gli consegni L’etica del viandante, in uscita a ottobre». 

In Cristianesimo lei scrisse che l’avvenimento cristiano ha esaurito la sua spinta propulsiva. 
«Tutto l’Occidente è cristiano. Anche gli atei, anche gli agnostici lo sono. Con Gesù è cambiato l’ordine del tempo: il passato è male, il presente redenzione, il futuro salvezza. La scienza ragiona allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente ricerca, il futuro progresso. Idem la sociologia: il passato è ingiustizia sociale, il presente riforma o rivoluzione, il futuro giustizia sulla terra. Idem la psicoanalisi: il passato è funestato da nevrosi e traumi dell’infanzia, la psicoterapia è il presente, la guarigione il futuro». 

Nel suo passato che cosa c’è? 
«Il numero 8, l’ottavo di 10 figli. Mio padre Ernesto vendeva cioccolato. Divenne impiegato bancario. Aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano. Morì di tumore il giorno dell’inaugurazione e io rinunciai al mio sogno: diventare medico». 

È psicoanalista e psicoterapeuta. Siamo lì… 
«Ah, no. Scelsi il sacerdozio. Allenato alle privazioni in famiglia, mi sacrificai per la causa. A 12 anni entrai nel seminario di Seveso. Uscii da quello di Venegono Inferiore nel 1958, in seconda liceo». 

Per quale motivo? 
«Non c’entrava il sesso. Sarò stato un po’ acerbo, ma era un pensiero che non mi sfiorava. No, scappai perché non sopportavo l’autorità, la gerarchia, incarnata da personaggi come monsignor Arturo Parolini, che insegnava lettere e latino. Da adulto, gli mandai un biglietto quando andò in pensione. Mi rispose: “Galimberti, non sei capace di scrivere in italiano neppure gli auguri”. Eppure sono riconoscente a lui, al rettore Guidotti e a don Molon, docente di greco: se ho imparato a parlare in pubblico, lo devo alle loro omelie mattutine». 

Il cardinale Gianfranco Ravasi, in seminario con lei, dice che le vostre giornate erano «scandite dalla triade preghiera – studio – ricreazione». 
«Le sue. Io negli intervalli delle lezioni correvo in chiesa a suonare sull’organo le fughe di Bach». 

Chi è Gesù? 
«L’uomo che ha messo in circolazione l’amore nel mondo antico. Un sentimento sconosciuto. Allora il rapporto era amico-nemico, ci si scannava». 

Galimberti poteva diventare un suo discepolo. 
«Se guardo alla mia biografia, non sono mai stato al seguito di nessuno. Ho avuto dei maestri, questo sì. E li venero tuttora: Emanuele Severino, con cui mi laureai; Karl Jaspers, che mi avviò alla psicopatologia; Mario Trevi, che mi seguì nel percorso psicoanalitico; Eugenio Borgna, che fu per tre anni il mio primario nel manicomio di Novara». 

Dio esiste oppure no? 
«Per me non c’è. Il mondo accade come Dio vuole? No. Allora significa che Dio è morto, il mondo non soggiace più alle sue leggi». 

«Non ci sono più gli atei di una volta», si lamentò con me il cardinale Ravasi. 
«Oggi gli atei insultano chi crede in Dio. Per loro la miscredenza è una bandiera. Ma Nietzsche non si serve di un ateo per annunciare che “Dio è morto”. Lo fa dire a un folle, perché senza Dio non esiste l’ordine del mondo, perdiamo l’orizzonte di riferimento, non abbiamo più un alto e un basso». 

Che cos’è per lei il peccato? 
«Più che una colpa, è l’effetto di certe condizioni. Quella transessuale massacrata dai vigili urbani a Milano avrà anche fatto qualcosa di scellerato, ma la situazione in cui si trovava è stata compresa oppure non ha importanza? Non è giustificazionismo. Badi bene che non sono nemmeno tanto favorevole al perdono. Non si chiede a chi ha patito un trauma, magari l’uccisione di una persona cara, di passarci sopra. Non esageriamo». 

Per la salute mentale è meglio credere o no? 
«Sono assolutamente favorevole alla spiritualità. La vita è tanto difficile. Se la fede ti aiuta, perché no? È la benvenuta quando mitiga fatica e sofferenza». 

Vede più credenti o più atei sul suo lettino? 
«A chi viene da me chiedo sempre quale sia il suo sfondo religioso. Ho avuto in terapia pure una suora di 40 anni con problemi attinenti alla sessualità. Oggi l’analisi è impossibile. L’ultimo che accompagnai per cinque anni fu il regista Luca Ronconi, ma solo perché era un uomo che rifletteva, incuriosito dalla propria vita. I pazienti vogliono che risolva i loro problemi. Invece la psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Il dolore non lo cancelli con i farmaci». 

E al quesito sulla religione come rispondono? 
«Non trovo in loro né la forza della fede né l’antagonismo. La risposta scontata è: “Credo inDio, però non vado a messa”. Ma allora che cristiano sei?». 

Lei mi confessò: «Rimpiango la messa in terza». 
«Sì, celebrata da tre sacerdoti, solenne. Se la fede è irrazionale, e ci arrivi con un atto di volontà, come dice san Tommaso, allora ha bisogno di riti, di paramenti, di canti, di incenso, di ceri. Oggi vai in chiesa e vedi gli effetti del Concilio Vaticano II: un prete da solo sull’altare, senza il chierichetto, che brontola parole in italiano. La fede ha perso la bellezza». 

I suoi genitori ebbero un funerale religioso? 
«Certamente. Quello di mio padre, ucciso dal cancro nel 1956, fu terrificante. Nella chiesa di San Carlo, a Monza, furono schierati 40 orfanelli vestiti di nero, prelevati in un istituto. Che inutile sadismo». 

Anche sua moglie, Tatjana Simonic, ordinaria di biologia molecolare, morì di tumore. 
«La mia vita è finita nel 2008. Oggi faccio le cose solo perché sono capace di farle. Ho perso l’anima. Resta il dovere. Vivo da solo, vado al supermercato, porto i vestiti in lavanderia. Anche il problema più piccolo diventa grande, quando non puoi diluirlo in una conversazione. La solitudine pesa». 

Come aveva conosciuto Tatjana? 
«A Trieste, durante la naia. Era atea come i genitori, cresciuta sotto il regime di Tito. Non poteva pronunciare l’atto di fede, per cui nessun prete ci voleva sposare. Ma io volevo il matrimonio religioso. Andammo da padre David Maria Turoldo, nell’abbazia di Sant’Egidio in Fontanella. Dopo averle parlato, mi disse: “Umberto, Tatjana ha innato il senso della giustizia. Sposala! È importante essere giusti, non santi”. E nel 1970 celebrò le nostre nozze». 

Quando sua moglie morì, in chi trovò conforto? 
«Mi gettai nella scrittura del Nuovo dizionario di psicologia, 1.640 pagine. Ho un lato paranoico». 

Dov’è sepolta Tatjana? 
«A Milano, nel cimitero di Lambrate, non lontano da casa nostra. Le ho fatto una bellissima tomba, con Atena, dea greca della sapienza, che piange appoggiata a uno stelo. Se sono in disordine con me stesso, vado lì. Detesto la cremazione, sono favorevole alla sepoltura. Lei mi guarda dalla foto, mi obbliga a riflettere. È la mia terapia. Ogni tanto mi ricordo che devo morire anch’io. Ma sono greco, quindi lo sapevo già, non è una sorpresa». 

È un appuntamento che le fa paura? 
«No. La dimensione tragica della morte non consiste nel perdere gli affetti e i beni, bensì quell’amore di sé maturato a forza di vivere con te stesso». 

In che cosa spera? 
«Pier Paolo Pasolini aveva tolto la parola speranza dal proprio vocabolario. Se vuoi migliorare il mondo, devi fare delle cose. La speranza è passività». 

Ha tre nipoti di 22, 14 e 12 anni. Con loro ha mai parlato di Gesù? 
«Troppo indaffarati. Non sono d’accordo con quanti, a cominciare da mia figlia Katja, esonerano i loro figli dall’ora di religione a scuola. Se non sai nulla del cristianesimo, come fai a capire l’arte italiana?». 

A che cosa si riferisce? 
«All’immenso Cristo morto di Andrea Mantegna». 

Non le pare che il mondo oggi sia un manicomio? 
«Sì, lo è. Solco in latino si dice lira. Delirare significa uscire dal solco. Ai genitori raccomando sempre: non usate l’espressione “ai miei tempi”, perché erano tempi d’oro rispetto a quelli dei vostri figli. Questa è l’età del nichilismo. Ai giovani manca lo scopo. Per loro il futuro, da promessa, è divenuto minaccia. Bevono, si drogano, stanno svegli di notte per non assaporare la loro insignificanza sociale di giorno. Nessuno li convoca. Non possono fare nulla, solo erodere la ricchezza accumulata dai padri». 

Expansión, quotidiano economico spagnolo, ha scritto: «Umberto Galimberti sostiene che la nostra società ha preso una deriva preoccupante nel suo rapporto con la realtà». Quale deriva? 
«Nega che la realtà sia nichilista. Però Martin Heidegger insegnava che la devi guardare bene in faccia se vuoi cambiarla. Io la osservo e vedo che la tecnica ha assoggettato il mondo. Ha scambiato lo sviluppo per progresso. Insegue il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi. Mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure la fede, il sogno, il dolore lo sono». 
 

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