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Paolo Crepet «L’educazione dei genitori è la radice del disagio giovanile»

Laura Berlinghieri
29 dicembre 2024 

Il sociologo e psichiatra Paolo Crepet riflette sul dramma di Treviso, denunciando il ruolo cruciale dei genitori nell’educazione. «Non servono scuse o esperti: bisogna fare i genitori, stabilire regole fin da piccoli e non ignorare i segnali d’allarme» 

L'unica differenza che c’è tra i ragazzi di oggi e quelli di quarant’anni fa sono proprio i genitori e il loro modo di educare i figli. Non sopporto le mamme e i papà che dicono “Non capisco cosa sta succedendo al mio ragazzo”, perché mentono. Sanno benissimo cosa sta succedendo, ma non vogliono vedere». 

È tagliente, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, a proposito dell’ondata di orrore che ha travolto Treviso. La città più ricca del Veneto, dove un 22enne è stato ammazzato, in pieno centro, da un gruppo di ragazzi ancora più giovani di lui. 

«E non è un caso che questo episodio-limite sia avvenuto proprio a Treviso, una delle capitali venete del lusso – dice Crepet – Evidentemente, il problema è legato al “troppo”». 

Quel “troppo” che è costanza negli atteggiamenti dei genitori nei confronti dei loro ragazzi. «Quel “troppo” di mamme e papà che hanno dato tutto ai loro figli, li hanno confortati in ogni modo, ma adesso si stupiscono perché quegli stessi ragazzi si sentono i padroni della Terra e si comportano di conseguenza» ragiona Crepet, «Escono di casa pensando di poter fare quello che vogliono, senza subire conseguenze: persino picchiare le persone e mandarle al creatore. Ed è un problema di famiglia, scuola, parrocchia, che non sono compartimenti stagni, perché la scuola riflette la crisi della famiglia e viceversa. Ma in questo campo non esiste una regola sociale, tant’è che, nelle famiglie, le eccezioni esistono, e infatti hanno figli diversi». 

E poi ci sono anche i genitori, che si scagliano contro i professori, colpevoli di essere troppo severi con i figli. Frutto della stessa matrice, ripetizione dello stesso schema, secondo Crepet

«Quanto ai ragazzi, se non rispettano il prossimo per strada, non vedo perché dovrebbero rispettare un professore che li “punisce” con un 4 a scuola. Tanto più se i loro genitori, invece di parlarne con i figli, vanno a scuola a protestare con gli insegnanti». 

Intanto, sono sempre di più le testimonianze di genitori che raccontano di averle provate tutte, con i loro figli: di avere chiesto aiuto a psicologi, psicanalisti, psichiatri. Di essersi persino rivolti alle forze dell’ordine, nel tentativo di salvare i loro ragazzi. Senza esserci riusciti. 

«Ma la colpa di tutto questo è dei genitori e chi lo nega fa il furbo» dice Crepet, «Non serve mica andare da psicologi, psicanalisti e psichiatri, bisogna innanzitutto fare i genitori. Accampare scuse e fare sistematicamente ricadere le colpe sugli altri è un malcostume che non mi piace per nulla». 

E, quindi, fare il genitore: «Mettere delle regole quando i figli sono piccoli. Non certo iniziare a farlo quando i ragazzi hanno già 18 anni, sperando comunque di ottenere qualcosa di buono». 

Ma adesso, di fronte a questi figli a un passo dall’età adulta, cosa può fare un genitore? «Ad esempio, dire ai ragazzi che quello che trovano in casa non è detto che sarà ereditato da loro» risponde Crepet, «Mi rendo conto che dire una frase del genere a un figlio richieda coraggio, ma è l’unica arma a nostra disposizione con ragazzi che pensano ai “soldi facili” come certezza per il loro futuro». 

L’omicidio di via Castelmenardo, a Treviso, è un caso-limite, certo. Ma c’è un torpore dal quale la nostra società deve essere svegliata. È il sottobosco dei piccoli – in apparenza – episodi che affollano le pagine di cronaca nera dei nostri giornali. O che non arrivano agli occhi della stampa, ma che, messi insieme, raccontano di un malessere diffuso, che è lo sfondo della vita di questa giovanissima generazione. 

«La paura non deve scattare soltanto di fronte all’omicidio» dice Crepet, «Ed è allucinante che un genitore si preoccupi soltanto quando un figlio arriva a tanto. I giornali sono pieni di episodi che, da soli, dovrebbero allarmare i genitori. Ma non è soltanto questo. C’è la quotidianità di tante famiglie, che non arriva alla cronache, ma che è affollata di casi del genere: madri e padri che non sanno dove trascorrono le giornate i loro figli, ragazzi che non sanno cosa vogliono dal loro futuro. Sono tutti campanelli d’allarme che non bisogna ignorare». 


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