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A guidare la fede arrivano le donne: la rivoluzione di vescove, rabbine, pastore

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Elena Loewenthal
 
24 luglio 2023 

La emarginazione del femminile, anzi della femminilità, è inequivocabilmente l'unico tratto in comune di gran parte delle civiltà passate (e non di rado pure presenti) nel mondo. È un fatto talmente ovvio e scontato da sembrare necessario, inevitabile. Provare a chiedersi il perché di questa evidenza significa aprire orizzonti di tempo e spazio sconfinati, e dunque enigmatici. Tanto vale non farsi troppe domande. Il femminile – e la femminilità – sono stati per millenni oggetto di desiderio e diffidenza: la donna porta con sé la colpa di destare l'istinto (che ce l'avesse anche lei, il richiamo dell'istinto, ha rappresentato per secoli e millenni un dettaglio trascurabile) e di portare, cioè di generare la vita. Creatura creatrice, era (è) custode di un mistero che scotta, e lo fa più che mai per le grandi religioni monoteistiche in cui di Creatore ce n'è uno soltanto, per antonomasia. 

Civiltà e confessioni hanno unanimemente segregato il femminile, o quantomeno lo hanno ridotto al silenzio. Per la tradizione ebraica, ad esempio, la voce femminile è scivoloso strumento di seduzione: nell'ortodossia più stretta non può udirsi in pubblico, proprio perché «è bella». Ma la voce del cantore maschio che si leva nella preghiera sinagogale, più bella è, meglio è. Tante confessioni cristiane vietano tassativamente il sacerdozio femminile, perché «Gesù non ha mai dato l'ordinazione a una donna». Ma Gesù non ha mai ordinato sacerdote nessuno, uomo o donna che fosse, dicono le fonti senza ambiguità. E non c'è ricerca spirituale che tenga: che una donna possa diventare buddha, cioè "illuminata" è questione tutta ancora da vedersi. 

Perché come in quasi tutti gli altri campi, anche in quello della fede le donne sono da sempre oggetto e non soggetto. L'ebraismo stabilisce che l'identità si trasmette per via femminile: è ebreo/a chi è figlio/a di madre ebrea. E a questo proposito la tradizione ci spiega che non è una faccenda puramente biologica, anzi, di imprinting educativo: alla donna spetta gettare le fondamenta della piccola persona che mette al mondo. Eppure l'ebraismo ortodosso nega la professione (ché di questo e non di una vocazione sacerdotale si tratta) rabbinica alle donne. E persino nell'universo cristiano protestante la missione pastorale, cui le donne sono ammesse, contempla non di rado una corsa a ostacoli che al maschile è risparmiata. 

Leadership religiose: la parola alle donne, appena pubblicato da Carocci, è in questo senso un libro più che opportuno, che fa riflettere. Si tratta di una serie di testimonianze molto personali, cui Marinella Perroni ha dato una coerenza di fondo che le rende una vera e propria disamina sul presente – nostro, del femminile, della religione oggi. E una delle cose più belle di questo piccolo libro è il glossario finale: una sorta di panorama globale in cui parole sortite da diversi universi di fede si ritrovano insieme, una dopo l'altra in un ordine alfabetico che non fa distinzioni di genere, potere, vissuti. 

Marinella Perroni, Miriam Camerini, Letizia Tomassone, Elizabeth E. Green, Teodora Tosatti, Marisa Iannucci, Carla Gianotti: teologhe, pastore, studiose, maestre. Si raccontano qui, alternando alla propria esperienza personale dati storici, notizie, riflessioni più o meno amareggiate. Tosatti, ad esempio, è una vescova vetero-cattolica che ha abbracciato «consapevolmente» il cristianesimo a diciassette anni e per venti è stata pastora valdese prima di sentire il bisogno di rientrare in seno al cattolicesimo, ma soprattutto tornare alle origini del testo, cioè alla Bibbia. Camerini sta studiando in uno dei pochi seminari rabbinici ortodossi che ammette le donne, a Gerusalemme. Iannucci è cresciuta in Romagna a pane e comunismo, prima di abbracciare l'Islam trent'anni fa. Tutte loro raccontano e si raccontano. Tutte, seppure ognuna da una prospettiva diversa, hanno lo sguardo su un vuoto e ascoltano un silenzio: l'assenza del femminile. La storia è un po' come quella della lettura: tutti i dati statistici ci dicono che il pubblico dei lettori in questo Paese è fatto in larga maggioranza da donne. Eppure sull'altro versante della pagina scritta, la gran maggioranza di chi scrive è ancora composta di maschi. 

Sono le donne che pregano, frequentano i luoghi di preghiera, studiano. Ma il sacerdozio, la vocazione, la missione, sono ancora affare da uomini: «Sia pure con esiti differenti, le donne hanno rappresentato e rappresentano un problema per gli apparati istituzionali sia delle tre grandi religioni monoteiste sia del buddismo che, lentamente e soprattutto silenziosamente, si sta diffondendo anche tra gli italiani», scrive Perroni, a sua volta biblista cattolica. E non è soltanto (per quanto inopportuno sia in questo caso l'avverbio) una questione di accesso al sacerdozio: il silenzio imposto al femminile negli spazi della fede è qualcosa che riguarda tutto, e più che mai in un presente in cui il bipolarismo fra clero e laicato è sempre più labile, più vuoto di senso, tanto nelle religioni a struttura piramidale quanto in quelle teoricamente più "orizzontali". Tutto è più fluido oggi, anche in questo mondo. Lo spazio della fede è sempre più variegato, sempre più propenso a riconoscere e rispettare – se non ad accogliere – le differenze: una società multicolore è anche necessariamente una società multiconfessionale. Ma non c'è dialogo interreligioso che tenga, se prima non si stabilisce un'agenda comune sul tema del femminile. Su come poter cambiare uno status quo atavico senza sovvertire tutto il resto, perché come dice il Talmud «non c'è tradizione senza novità». 

Perché di questo si tratta: per dare voce e parola alle donne nell'universo religioso, qualunque esso sia, bisognerà inventarsi qualcosa di nuovo. E quel qualcosa di nuovo lo si potrà inventare solo andando alle origini, a quelle fonti sulle quali (e non di rado malgrado le quali) si è costruita l'emarginazione. A partire dalla colpa di Eva, per la quale basta leggere parola per parola, riga su riga, il racconto delle origini per vedere sovvertito quel che credevamo di sapere: infatti nella Genesi quella colpa è un merito di consapevolezza, quella maledizione altro non è se non il dono della storia che Dio fa all'uomo e alla donna. E invece, come scrive Perroni, «All'esaltazione della donna in nome del riscatto che Maria ha pagato per il peccato di Eva non corrisponde però l'ascolto delle donne reali, delle loro fatiche e delle loro aspettative; all'idealizzazione della donna e alla magnificazione delle sue virtù corrisponde invece la sua esclusione da ogni riconoscimento ministeriale», e non solo. 

Cambiare si può e si deve. Senza paura del passato ma neanche del presente. Sapendo che solo rinnovandosi si va incontro al futuro, e che la tradizione è un ricevere e un dare e mai un ripetersi sempre uguale a se stesso.


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