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Lidia Maggi “L’Evangelo del Figlio secondo le donne”

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La pastora battista Lidia Maggi illustra come Gesù, per contributo di alcune donne da lui incontrate, modifichi il significato delle figure di Figlio di Dio e di Figlio dell’uomo, riprese dal Primo Testamento, esplicitando il carattere universale della sua missione e lo spessore di sofferenza e di servizio.

Dunque, torniamo ancora una volta a fare i conti con Gesù di Nazaret, nel tentativo di trovare nuovi lumi, di mettere un po’ più a fuoco i tratti che ne identificano l’esistenza.
La figura di Gesù emerge dalla testimonianza delle Scritture. Ma queste ultime significano solo grazie a chi le legge. E l’atto di lettura non coincide col gesto neutro della raccolta dei dati presenti nel testo, nell’esplicitazione di quanto la telecamera del racconto ha registrato. Chi legge costituisce “l’altra metà del testo”: sono i suoi occhi, le sue lenti a mettere a fuoco o lasciare in ombra il paesaggio del mondo del racconto. Anche la lettura della vicenda di Gesù si ritrova a fare i conti con le sensibilità personali e con quelle storiche che, come un faro, illuminano, in un certo momento, alcuni aspetti e, in una stagione differente, altri.
Da parte mia, proverò a mostrare come l’incontro con alcune donne sia stato decisivo nel processo d’individuazione del profeta di Nazaret. I Vangeli producono senso raccontando la storia di Gesù, caratterizzandolo con alcuni “titoli cristologici”. Questi ultimi, a lungo estratti dalla trama del racconto e analizzati come confessioni di fede trovano la loro intelligenza se ricollocati nel mondo narrativo. Prendiamo i due principali: figlio di Dio e figlio dell’uomo. Intorno a questi titoli tra gli studiosi si è acceso un ampio dibattito secolare. A partire da alcuni risultati della vasta ricerca sulla questione, mi limiterò a evocare una genealogia al femminile di quei titoli, attestata nel racconto.
Prima, però, occorre dire qualcosa sui risultati raggiunti dall’esegesi a proposito di Gesù figlio di Dio/figlio dell’uomo. Provo a elencare alcuni punti su cui la maggior parte degli studiosi concorda. A dispetto dell’apparenza e dell’uso invalso nella parlata ecclesiastica, la differenza tra i due titoli non sta nell’affermare, l’uno, la divinità di Gesù, mentre l’altro ne dice l’umanità. O anche: figlio di Dio non inscrive la figura di Gesù in una “teologia della gloria”, entro una comprensione “alta” della cristologia; e figlio dell’uomo non è l’indice di una “teologia della croce”, di una cristologia “dal basso”.
Se stiamo alla narrazione evangelica, possiamo vedere che i due titoli si comprendono “secondo le Scritture” - dunque, alla luce del Primo Testamento - come espressione di una medesima filialità che, da una parte, Gesù condivide con tutta l’umanità e, dall’altra, incarna secondo un suo modo specifico. E mentre “figlio di Dio” esprime questa relazione condivisa, che dice un legame profondo col Padre - espressione che apre e chiude i racconti evangelici, pur così diversi tra loro - “figlio dell’uomo” indica i tratti unici che caratterizzano la filialità di Gesù. È nel proporsi come “figlio dell’uomo” che Gesù si autocomprende. Marco, ad esempio, fin dal titolo dice che Gesù è il Cristo, il “figlio di Dio” (1,1), Al momento del battesimo, la stessa voce divina conferma l’affermazione iniziale del narratore (1,11).
Ma poi, intorno a questa relazione filiale con Dio prende piede l’equivoco.
Sono, infatti, gli spiriti immondi a chiamare così Gesù (3,11; 5,7).
Prima che compaia per l’ultima volta la menzione di “figlio di Dio” sulla bocca del centurione, ai piedi della croce (15,39), ecco che entra in gioco la figura del “figlio dell’uomo” a mostrare l’identità profonda e inequivocabile di Gesù. Tutti e quattro i racconti evangelici sono stati scritti per narrare e confessare la storia di Gesù messia salvatore e Figlio di Dio (Mc 1,1; Gv 20,30-31; cfr Mt 16,16; Lc 9,20). E tutti e quattro ci restituiscono i detti del “figlio dell’uomo” per mostrare il punto di vista di Gesù sulla sua vicenda. Tant’è che nelle confessioni di fede della chiesa questo titolo verrà meno. “figlio dell’uomo” esprime il suo personale sentire - la sua “autoaffezione”. Infatti, Gesù quando parla del “figlio dell’uomo”, sempre indirettamente, alla terza persona, non parla di un altro, dissociato da sé, ma di qualcuno riferibile a se stesso.
In questo modo i vangeli raccontano Gesù in atto di raccontarsi lui stesso.
Lo fa attribuendosi quella figura evocata da Daniele, nella visione del capitolo 7: Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto (Dan 7,13s). Una figura messianica e giudiziale ma ancora vaga.
Secondo J.H. Charlesworth, «Gesù, ereditò l’espressione o concetto del figlio dell’uomo perché era un contenitore aperto che Dio poteva riempire attraverso i suoi insegnamenti e miracoli. Gesù si aspettava che Dio avrebbe presto manifestato in modo attivo che egli era più che l’araldo del Potere divino (il regno di Dio). Dio avrebbe certificato che Gesù era e figlio dell’uomo e messia» (1). 
E come l’ha pensata e riconfigurata Gesù questa figura del “figlio dell’uomo”? Innanzitutto, l’ha utilizzata in tutti i tre tempi narrativi costitutivi della sua vicenda: la missione terrena, la passione-morte-risurrezione, e la venuta futura nella gloria.
Gesù, come “figlio dell’uomo”, mette in campo la potenza del perdono (Mc 2,10 // Mt 9,6; Lc 5,24); la signoria sul sabato (Mc 2,28; Mt 12,8; Lc 6,5); il suo essere esposto, consegnato senza protezioni (Mt 8,20; cf Lc 9,58).
Sempre come “figlio dell’uomo”, rivela la propria imminente passione, morte, e risurrezione (Mc 8,31; 9,31; 10,33). Infine, allo stesso modo annuncia la sua futura venuta giudiziale nella gloria (Mc 8,38; 13,26; Mt 13,41; 25,31; Lc 17,22.24. 26.30; 18,8).
Un titolo, dunque, capace di esprimere l’intera vicenda di Gesù. Ma solo in quanto ripensato, riempito della sua singolarità. È nella trama narrativa che trova significazione. Prendiamo il racconto di Marco. Qui Gesù estende il potere e le prerogative del “figlio dell’uomo” rispetto a quelle attribuite a questa figura di mediazione nel giudaismo del tempo: col suo potere in terra già in atto contrasta con quello solo celeste e futuro del “figlio dell’uomo” di Daniele. Rispetto alle idee circolanti, Gesù modifica tempo, modo e luogo del potere del “figlio dell’uomo”: non più autorità sulle nazioni in un futuro celeste, bensì perdono dei peccati fin d’ora sulla terra.
Ancor più sorprendentemente, Gesù parla di un “figlio dell’uomo” sofferente, esplicitando lo spessore di sofferenza, martirio e passione retrostanti allo sfondo persecutorio della visione di Daniele. L’esito glorioso non è immediato: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Un’inversione dei ruoli che ribalta la promessa conclusiva della visione di Daniele, secondo cui “tutti i popoli lo serviranno”.
Infine, per Marco, il “figlio dell’uomo” tornerà nella gloria ma non come giudice (Mc 13,26 e 14,62).
Secondo R. Penna, «con questa definizione Gesù assolve a diversi intendimenti: porre i suoi ascoltatori di fronte all’indeterminatezza di un’autodesignazione inusuale, mai adottata da un personaggio storico; combinare insieme alla fisionomia tradizionale di un figlio dell’uomo glorioso quella di un sofferente, operando così una correzione semantica; lasciar intravedere l’esercizio di una funzione peculiare e personalissima legata, sì, alla sofferenza, ma destinata a una conclusione di esaltazione; suggerire un livello personale unico nel suo genere, aperto sulla trascendenza divina di cui sono segno le “nubi del cielo”» (2).

Com’è giunto Gesù a questa singolare caratterizzazione del “figlio dell’uomo”? Come ha potuto andare oltre la comprensione solo celeste, giudiziale, di tipo nazionalista della figura evocata da Daniele? Dalla narrazione evangelica possiamo cogliere il decisivo contributo di alcune donne, le quali, pur comparendo come personaggi minori del racconto, sollecitano un allargamento della missione messianica, che Gesù fa sua.
La donna siro-fenicia costituisce l’esempio più evidente, ma non unico.
Secondo la narrazione di Marco, Gesù si ritrova fuori dalla terra d’Israele, nel territorio di Tiro, e lì si apparta in una casa, con l’intenzione di rimanere nascosto. Una donna, però, rompe la sua solitudine: ... una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va’, il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei (Marco 7,24-30).
Il racconto è notevole, a proposito della nostra questione, anche per la rilevanza della “filialità”. Chi sono i figli? Chi può essere considerato “figlio di Dio”? Gesù si mostra convinto che solo il popolo eletto possa considerarsi tale. È questa donna anonima, con la sua sapienza affettiva, ad allargare la comprensione della missione di Gesù fino ad includere anche i non-ebrei.

Un’altra donna, di cui ci narra Giovanni, svolge un ruolo decisivo a proposito dell’autocoscienza di Gesù che si presenta come “figlio dell’uomo” non tributario del servizio altrui ma venuto per servire e dare la sua vita per la moltitudine. L’episodio ha per protagonista Maria di Betania: Gesù dunque, sei giorni prima della Pasqua, andò a Betania dov’era Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. Qui gli offrirono una cena; Marta serviva e Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui. Allora Maria, presa una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell’olio (Gv 12,1ss).
Il gesto compiuto da Maria viene ripreso dallo stesso Gesù al capitolo successivo, quando si mette a lavare i piedi dei discepoli, mostrando con lo stesso linguaggio appreso dalla donna che lui, il Maestro e Signore, ha inteso la sua figura nelle vesti di un servo. L’evangelista Marco racconta la medesima scena entro un’altra trama, quella da lui imbastita, dove quel gesto annuncia la morte e la sepoltura del figlio dell’uomo sofferente; e allude alla sua resurrezione, dal momento che quell’unzione viene anticipata poiché il sepolcro sarà trovato vuoto.
Nella trama di Marco, la scena dell’unzione del capo della donna anonima, diventa condizione, passaggio necessario per comprendere il senso della morte di Gesù. Lui stesso interpreta il gesto muto della donna rispondendo alla disputa che si scatena, tra i discepoli, intorno a quello spreco. Gesù accosta il profumo alla sua morte, alla sua sepoltura e insieme, alla missione della chiesa: Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un’azione buona verso di me. Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei» (Marco 14,5-9).
La memoria della buona notizia che Dio, in Gesù, ha vinto la morte, è consegnata alla memoria del gesto di una donna. Non è semplice gratitudine nei confronti di un’amica che non lo ha lasciato solo nel passaggio più difficile della sua esistenza. Il gesto della donna è, per Gesù, segno profetico: la vita preziosa del figlio dell’uomo, spezzata e versata per molti, espande il suo profumo per tutta la casa. La morte non può trattenere quel profumo di vita, che, di fatto, è giunto fino a noi che siamo qui a interrogarci sul senso dell’identità messianica di Gesù. È Gesù stesso che accosta la memoria della donna all’annuncio del vangelo (In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei) a suggerire una chiave di lettura sulla sua morte fuori dalle logiche della necessità: puro spreco, come un vasetto di profumo pregiato
versato. Proprio questo spreco salva portandoci dal codice della necessità a quello della gratuità.
La vita donata dell’unto, l’atteso, il Cristo, il Messia, è profumo che si espande per tutta la casa, che non può essere trattenuto. “Non mi trattenere”, dice il risorto alla Maddalena. Anche nel giardino della risurrezione il corpo ritrovato dell’amato non può essere sequestrato, l’amore non trattiene: non è una tomba che rinchiude. Immagini che vanno nella stessa direzione: la perdita è vita. La necessità che trattiene, che sia per vendere il profumo e ricavarne denaro per i poveri (Marco) o per bisogno relazionale (Giovanni) paralizza, impedisce che la forza della vita risorta si espanda.
Emerge dunque, dalla narrazione evangelica, una sapienza femminile, che ha illuminato la figura di Gesù. Del resto, il “figlio di Dio” che si è autocompreso come “figlio dell’uomo” ha inscritto la propria persona nell’orizzonte della filialità, del corpo partorito. Entrambi i titoli rimandano alla grammatica della relazione, parlano di una situazione di affezione, di cura, di bisogno... di legame originario che non può essere disatteso e della cui sapienza le donne sono testimoni.


Note
1) J.H. Charlesworth, “Il Figlio dell’uomo, il primo giudaismo, Gesù e la cristologia”, in: G. Boccaccini (a cura di), Biblia Enoch Seminar. Il Messia tra memoria e attesa, Morcelliana, Brescia 2005,109.
2) R. Penna, Il DNA del cristianesimo. L’identità cristiana allo stato nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, 91-92.


Esodo n° 2 aprile-giugno 2023

Indice:

Editoriale Carlo Bolpin, Vittorio Borraccetti, Gianni Manziega pag. 1

Significati di Salvezza

"Cercate il Signore, nel Suo farsi trovare" (Is 55:6) Rav Alberto Sermoneta pag. 4

Una comune speranza di Salvezza nell'unico Dio Elena Lea Bartolini pag. 10

Salvezza Cettina Militello pag. 15

"Diventare figli di Dio" Luciano Manicardi pag. 21

Salvezza e redenzione Salvatore Natoli pag. 27

"Lo si chiamerà Gesù..." Piero Stefani pag. 33

Il Salvatore nel cristianesimo

Gesù, la salvezza dei cristiani e dei non cristiani Paolo Ricca pag. 39

Gesù Salvatore Jean Louis Ska pag. 46

Fare esperienza di un impossibile Giancarlo Gaeta pag. 52

L'Evangelo del Figlio secondo le donne Lidia Maggi pag. 58

Gesù, parabola di Dio Angelo Reginato pag. 63

Dio salva per amore Romano Penna pag. 69

Tra Dio e il diavolo Fulvio Ferrario pag. 75


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