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Derio Olivero: "Spesso la Chiesa è sentita lontana"

L’inizio è una domanda: hai voglia di fare un pezzo di strada con me? Non serve un bagaglio particolare, si parte dal più normale, per certi versi banale, dei gesti quotidiani: mangiare. Che vuol dire condividere la tavola e quindi imparare a regalare un po’ del proprio tempo.
Nel suo ultimo libro: “ Il pane, il vino, la bellezza” (Edizioni San Paolo, 254 pagine, 18 euro) monsignor Derio Olivero invita il lettore a recuperare l’importanza, la centralità delle relazioni umane. Se è vero infatti che siamo (anche) chi incontriamo, curare i rapporti con gli altri, e con Dio se si è credenti, diventa un bisogno, oltreché una scelta. Vale per la persona singola come per la comunità ecclesiale che, sottolinea il vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, sembra in crescente difficoltà di fronte alle domande poste dagli uomini e dalle donne di oggi. «Come sta emergendo anche in questo tempo sinodale – osserva monsignor Olivero – la Chiesa viene spesso percepita lontana, poco concreta, staccata. Credo che tra i grandi compiti di oggi ci sia quello di superare questa distanza. Il cristianesimo non sta a fianco ma dentro la vita reale » .

Il libro si inserisce in un percorso già avviato. Lei da anni sta lavorando sul tema della convivialità, sulle relazioni. Penso alle lettere pastorali, agli studi sull’arte. Assieme alla distanza, è l’altro grande tema. La nostra società ha ridotto il soggetto a individuo, pensabile a prescindere dai suoi rapporti. Quando parliamo di identità descriviamo il nostro lavoro, i titoli di studio, le abilità, nessuno mette in conto le relazioni. In realtà noi siamo ciò che abbiamo incontrato. Le relazioni non sono un abbellimento della vita, sono essenziali.

Una dimensione da recuperare. A maggior ragione dopo la pandemia. Oltre all’individualismo esasperato oggi si respira un clima di rabbia serpeggiante. E qui torna in gioco la Chiesa che dovrebbe essere segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, dice Lumen gentium. I cristiani dovrebbero essere coloro che animano, suscitano, sostengono le relazioni.

Nei rapporti umani è centrale la dimensione della tavola, cui il libro dedica molto spazio. Mangiando noi descriviamo l’essenzialità dello stare al mondo, e cioè la capacità di essere in relazione. E poi a tavola impariamo la condivisione e la dinamica della festa, che spesso si fa mangiando insieme, e che è anch’essa essenziale. Perché la festa serve ad accorgerci che questa vita ha un senso, ha un gusto, merita.

Nel libro lei scrive che il cristianesimo è una bella notizia sulla vita, che oggi rischia di risultare irrilevante perché abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovarla? Credo che ci siano alcune attenzioni importanti. La prima è recuperare l’aspetto gioioso del cristianesimo ed esserne possibilmente testimoni. La seconda è la dimensione di apertura d’orizzonte: dicono i filosofi che viviamo in un mondo in cui il soffitto si è abbassato. Il cristianesimo lo alza, dando una prospettiva molto ampia, addirittura oltre la morte, per cui si può guardare al futuro con meno paura. La terza credo sia restituire forza ai nostri riti che a volte vengono percepiti come un dovere o un peso. Invece dovrebbero essere sorgenti rigeneranti.

Un altro aspetto su cui lei invita a riflettere è l’importanza dell’educazione alla bellezza. Lo fa partendo da un dipinto di Caravaggio. Credo che l’arte sia soprattutto educatrice dello sguardo. Nel senso che un dipinto parla. Chi l’ha realizzato gli ha dedicato ore, mesi, a volte anni, perché aveva qualcosa da dire. La questione allora è stare davanti a un quadro con attenzione, domandandogli: cosa vuoi dire? Cosa vuoi dirmi? In questo modo ci si abitua a guardare le cose non solo come oggetti da possedere, ma per lasciarle venire a noi. Se uno guarda così il mondo, impara a vederne la bellezza e non solo le fatiche, il male, le tragedie. L’arte, dice Recalcati, è un ponte verso il mistero delle cose. Non un passatempo per buontemponi, ma un linguaggio che punta a cogliere il mistero delle cose, la loro densità, dimensione che a volte sfugge al ragionamento, alla dinamica solo logico-matematica e scientifica del nostro stare al mondo.

Il sottotitolo del libro parla di “ un vescovo in cerca di complici”. Cosa significa? La complicità é rimandarsi a vicenda qualcosa, facendo gioco di squadra, senza per forza essere dei supereroi. Se prendiamo lo sport, per esempio il calcio, non è detto che a vincere il campionato sia chi ha il mega campione. È più importante, appunto, fare squadra, ognuno nel suo ruolo e quindi giocando al meglio. Io penso che avere questa consapevolezza all’interno della Chiesa potrebbe diventare la nostra grande forza. Non è che tutti devono diventare vescovi, o preti o replicare ciò che fanno i sacerdoti. Ognuno deve vivere la sua dimensione però rimandandola a un progetto comune.

Lo stare insieme, il fare squadra dovrebbe caratterizzare la vita quotidiana del cristiano, insomma. A cominciare, credo, dalla famiglia. Le nostre case sono tendenzialmente diventate neutre, sovente senza nessuna differenza rispetto a dove abita un non credente. Invece dovrebbe esserci qualche simbolo, qualcosa che richiami la fede in generale, ma anche il cammino che magari si sta facendo con altri. Per esempio la riproduzione di un quadro che è stato commentato in quel periodo, o un oggetto, come una candela. Io propongo sempre quella della famiglia, da accendere in momenti particolari sapendo che altri faranno altrettanto. Sono modi che all’interno della quotidianità ci richiamano a un cammino comune.

Tornando al volume mi sembra che una delle chiavi interpretative sia l’importanza di curare la spiritualità. Mi auguro che questo libro possa aiutare la ricerca spirituale di chiunque, credenti ma anche non credenti. Che vuol dire curare il nostro modo di stare al mondo. L’uomo è l’unico animale costretto a volere per essere. Non deve solo vivere, ma scegliere come farlo. I gatti fanno i gatti, i cani fanno i cani, noi invece dobbiamo decidere come fare gli umani.

In diverse parti del volume lei propone delle “parole per camminare”, capaci cioè di suscitare la riflessione sull’orientamento da seguire. Ma se dovesse indicare un vocabolo che il cristiano dovrebbe vivere in modo diverso rispetto a oggi, quale suggerirebbe? Se posso ne direi due. Uno è il rito che spesso, come dicevo prima, è diventato un po’ formale o vuoto mentre dovrebbe essere rigenerante o, se vogliamo dirlo in altro modo, un allenamento a credere. La seconda parola è spiritualità.

Un concetto complesso da definire. Noi cristiani abbiamo reso questa parola evanescente, intendendo le preghiere, gli atti di devozione mentre il mondo moderno a volte rischia di renderla un po’ generica. Forse dovremmo recuperare il concetto di spiritualità inteso come il modo giusto di ritrovare la verità di noi stessi. Una ricerca lunga, specie in un cambio d’epoca come quello che stiamo vivendo.

Oltreché lungo, un percorso tutt’altro che facile. È un cammino che dobbiamo a noi stessi e a chi verrà dopo. Va riscritto l’abc della civiltà e degli umani di domani. Questo è il senso della nostra ricerca che io come cristiano vivo recuperando ciò che lo Spirito Santo suggerisce, cercando di seguire quel che indica.


Fonte: Avvenire


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