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Alberto Scanni «La morte di Matteo è la mia notte di fede»

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Un papà oncologo racconta la perdita del figlio a causa di un tumore e di come, nel dolore, non riconosca più il volto di Dio. Ma anche del bisogno di raccogliere in un libro le sue domande, per farne memoria


Nessuno dovrebbe sopravvivere a un figlio. Nessun padre e nessuna madre. Quando succede, non esistono parole che riescano a descrivere anche solo in minima parte il dolore che si prova. Incapaci di raccontarlo, possiamo solo definirla una sofferenza disumana, dove l’aggettivo indica un’esperienza interiore che non ha e non conserva nulla dell’umano. Un dolore quasi impossibile da sopportare e da comprendere, così dilaniante da polverizzare ogni punto fermo della propria vita. Persino la fede in Dio.

Qualche settimana fa la casa editrice Àncora ha pubblicato un libro intitolato Quel che resta di te. A scriverlo è stato Alberto Scanni, oncologo di fama internazionale, per ripercorrere la storia della malattia di suo figlio Matteo. Matteo aveva 51 anni, era direttore della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano, è stato autore di tanti reportage video, vincendo anche il Premio Ilaria Alpi nel 2006.

Nel 2015 aveva fondato il Dig Festival, ovvero il festival del giornalismo investigativo. Poi la malattia, «un melanoma strano, uno di quelli che capitano giusto ai parenti dei medici», ha raccontato suo papà, «un tumore di cui non si è mai riusciti a capire da dove fosse nato», e che alla fine lo ha portato alla morte, pochi mesi fa, a soli 51 anni. Era il 27 gennaio 2022.

SPROFONDATO NEL BUIO

Come si sopravvive alla morte di un figlio? Come si resta in piedi, quando la malattia ti ha strappato via un pezzo di cuore? E dove sei, Dio, quando ti imploro di salvarlo, di prendere me al suo posto, di darmi tutte le pene, ma non questa?

Dio non risponde, la fede vacilla, il mondo crolla e il cuore si spezza. È il buio, sono le tenebre dell’anima, è l’oscurità assoluta di cui parlava anche Madre Teresa di Calcutta che per oltre 50 anni, come testimoniano le sue lettere rese note dopo la sua morte, ha «camminato sull’orlo del precipizio» in un travaglio interiore angoscioso quando Dio non le rispondeva più: «Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata.

Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno. Sola... Dov’è la mia fede... Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità – Mio Dio – come fa male questa pena sconosciuta...», scriveva la santa di Calcutta.

 

LA MISSIONE DELLA CURA

«Ho deciso di diventare oncologo dopo la laurea», racconta oggi il dottor Scanni, che ha 79 anni e oltre a Matteo ha altri due figli. «Scelsi questa specializzazione perché mio padre era morto di un tumore a 45 anni. Aveva un linfoma, una forma che al giorno d’oggi sarebbe curabile, cronicizzabile e guaribile ma all’epoca, nel 1965, non lo era. Non c’erano ancora i farmaci e le cure di oggi, si era agli inizi».

Erano anni in cui negli ospedali il malato oncologico era considerato perso fin dall’inizio. «Così andai all’Istituto dei tumori di Milano e cominciai a lavorare lì. Poi sono passato al Fatebenefratelli dove abbiamo aperto un reparto di oncologia, ho fondato l’associazione Progetto Oncologia Uman.A e, grazie a finanziamenti privati, abbiamo donato l’hospice all’ospedale».

LA MEDICINA DELL’EMPATIA

Scanni è uno di quei medici che ha sempre insegnato ai suoi allievi che la verità va detta dolcemente, che è importante dire che ci sono delle possibilità di cura, che non bisogna mai dare percentuali di successo o insuccesso perché può essere traumatico. Ma, soprattutto, che è fondamentale dire: «Io ci sarò sempre per te e non ti lascerò mai solo, come medico».

Disponibilità. Ascolto. Empatia. «Ma quando Matteo si è ammalato», continua, «mi sono spogliato della mia professione. Ho fatto semplicemente il padre. Quando un figlio sta male sei troppo coinvolto, non sei lucido, non sai scegliere e decidere. Siano altri a farlo, tu devi metterti da parte e fidarti, non devi interferire, faresti solo dei danni».

Il dottor Scanni è nato nel Varesotto ma ha sempre vissuto a Milano. «La mia educazione era stata religiosa, ero praticante, attivo nel mondo cattolico», afferma, «ma tutto è cambiato con la malattia di Matteo». Racconta nel libro: «Ho pregato molto. Quando passavo davanti ad una chiesa, il più delle volte entravo e nel silenzio mi lasciavo andare. Preghiere mentali sconnesse, di richiesta di vicinanza, di guarigione, di miracolo, di aiuto. Mai di accettazione della malattia di mio figlio».

E ancora: «Da una parte chiedevo aiuto. Dall’altra imprecavo verso chi me lo doveva dare. Ero confuso. Mi ero messo in tasca un rosario che mi era stato donato dal cardinale Tettamanzi. Durante la malattia di mio figlio non me ne sono mai staccato e il non averlo mi metteva ansia. Superstizione, fede? Non so, avevo dentro un inferno e mi attaccavo a tutto! Verso la fine, la fede alla quale mi ero strenuamente aggrappato è crollata e sono entrato in un baratro dove dubbi, ragione, storia personale si accapigliavano generando unicamente confusione, incredulità».

 

VERSO UNA FEDE DIVERSA

È il buio totale di cui parla Madre Teresa e ricorda anche Gesù quando sulla croce chiamava suo Padre e non aveva risposta. Cosa c’è alla fine della strada, qual è la risposta che si trova in cima a una scalata che sembra non finire mai? Il punto è continuare ad andare avanti. Accettare forse di essersi perduti. «Quando vado a letto mi viene da fare un pensiero verso Dio ma mi reprimo», confida l’oncologo, «mi sento in una fase di limbo, mi viene da dire un Padre Nostro ma non lo dico perché non mi sentirei coerente.

Oggi non ho più quella rabbia disperata, il mio stato d’animo è di uno che cerca. Quando succedono cose di questo tipo è come essere su una lama: o caschi di qua e chiudi tutto quello che avevi prima dal punto di vista della religione oppure caschi di là e la recuperi. Ma se lo fai, devi recuperarla in modo completamente diverso. La fede che avevi prima ce l’avevi per tradizione, perché andavi in chiesa, e non ci pensavi neanche tanto bene.Adesso invece, se tornerò ad averla, dovrà essere una scelta matura, maturissima, senza sbandamenti. Ma ancora, non so che strada prenderò» E

allora, intanto, c’è una cosa da fare: mantenere viva la presenza di Matteo. Nelle parole, «nel modo in cui mi comporto, perché la memoria non è solo passato. La memoria crea un dopo e porta con sé il futuro».



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