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"L'umano come passione" conversazione con Luciano Manicardi

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Rocca n° 14
15 luglio 2023
intervista a cura di Stefano Zecchi

«La parola è l’elemento costitutivo di ogni nostra giornata e dell’intera vita umana. La parola è delicato strumento di tessitura di relazioni, ma può anche distruggere le relazioni. Dalla parola dipende molto della qualità della nostra vita e dei nostri rapporti. La parola, poi, è strumento privilegiato del lavoro psicoterapeutico, del colloquio con il paziente, del lavoro di ascolto ed empatia. Appunto, la parola si accompagna al silenzio, all’ascolto, attenzione al linguaggio corporeo, emotivo e affettivo: nella comunicazione gli elementi corporei si radicano nell’affettività e in un certo modo la esprimono».
Con queste parole inizia l’ultimo libro scritto da Luciano Manicardi, biblista, autore di numerosi saggi e monografie, monaco della comunità monastica di Bose, dov’è stato anche priore.

È da pochi giorni in libreria il suo ultimo libro “La passione per l’umano”, edizioni Vita e Pensiero. Come mai questo titolo…e come nasce questo libro?

Questo libro è la raccolta di sei seminari che ho tenuto nel corso degli ultimi anni presso la scuola di psicoterapia del Ruolo Terapeutico a Milano. Una scuola che abilita all’esercizio della psicoterapia dei laureati in psicologia o in medicina e che integra i programmi ministeriali con qualche seminario o lezione tenuti da persone che si occupano di altri ambiti e che non hanno competenze specificamente psicologiche o psicanalitiche. Ogni seminario che ho svolto (e ve ne sono diversi altri non entrati nel libro) è tematico e corrisponde a un capitolo del libro, che può dunque essere letto indipendentemente dagli altri: la parola, la narrazione, la menzogna, l’invidia, la vergogna, la volontà. Il titolo, La passione per l’umano, fa l’unità tra questi diversi temi dicendo il legame che sottostà ai vari capitoli: l’interesse per ciò che è umano, il desiderio di esplorare e conoscere ciò che concerne la condizione umana, insomma, la passione per l’umano. Questo interesse rientra nella ricerca più profonda che vi sta dietro: la convinzione, cioè, della necessità di ripensare l’umano e riscrivere una grammatica dell’umano. Che cos’è “umano”? Occorre ripensarlo alla luce di quell’inumano che è sempre alla portata dell’umano e di cui il secolo scorso con la Shoah e Auschwitz ci ha dato l’esempio più devastante. Ma l’inumano si presenta nel nostro quotidiano ogni qualvolta una persona è trattata come un oggetto, è disprezzata o umiliata. E l’umiliazione avviene quando una persona viene considerata e trattata come meno umana di altre e quando le istituzioni di una società privilegiano alcuni e discriminano altri creando scarti e rifiuti umani. L’inumano è poi visibile nel discorso d’odio (hate speech) presente soprattutto nella comunicazione on-line. Ma l’umano oggi si deve confrontare anche con il postumano. Con il postumano che sfonda il limite tra uomo e cosa, crea robot senzienti, che con l’Intelligenza Artificiale crea macchine sempre più umanizzate, dotate di capacità cognitive fino a rendere pressoché impalpabile l’appannaggio esclusivo da parte dell’uomo di facoltà che fino a ieri ne definivano lo “specifico”. Quel postumano che, applicando l’arsenale delle tecnoscienze al campo della biomedicina muta lo statuto della medicina stessa facendola passare da disciplina che “ripara” i danni che l’organismo subisce, a tecnica di potenziamento e “aumento” dell’uomo stesso fino a ipotizzare e perseguire nei movimenti transumanisti l’idea di amortalità. Ma anche con quel postumano che sta erodendo l’idea di eccezione umana mostrando come di diversi elementi ritenuti propri dell’uomo si possono trovare tracce di presenza in altri viventi. Si pensi agli studi di neurobiologia vegetale portati avanti e anche divulgati da Stefano Mancuso. Un postumano che, in questo caso potrebbe avere come esito quello di una maggiore solidarietà e prossimità con tutti i viventi, ispirando una pratica di convivenza mite con la terra e tutti i suoi abitanti, umani, animali, vegetali, minerali. Insomma, l’umano, oggi, è una domanda. Domanda complessa, articolata e che richiede studio, riflessione, pluralità di punti di vista, interdisciplinarità. In questo contesto nasce il mio libro. 

Prima ha fatto cenno ad una grammatica dell’umano. Che cosa intende con questa espressione? 

 Intendo anzitutto che la conoscenza dell’umano non va data per scontata e che esso dev’essere considerato materia di studio: osservato, compreso, analizzato. Considerando anche le diverse comprensioni dell’umano nelle differenti culture del mondo. L’esigenza di una grammatica dell’umano traduce il bisogno di un punto di riferimento, di “regole”, o meglio, indicazioni, per una pratica dell’umano sempre più volta alla costruzione di relazioni buone. Ed esprime anche il disagio di fronte a cattive declinazioni, usi scorretti o depauperati di elementi essenziali del vivere: dal mangiare al conversare, dal gestire le proprie emozioni al pensare, dal salutare al viaggiare, ecc. Questo bisogno emerge spontaneo soprattutto quando in una società si comincia a sentire la mancanza di determinati atteggiamenti o a constatare lo stravolgimento di alcune facoltà. Per esempio, lo strame che a volte viene fatto della parola (e spesso anche della lingua italiana) nei discorsi pubblici e nei dibattiti televisivi, il suo stesso proliferare nell’informazione non-stop, la sua volgarità e violenza sui social, chiede a gran voce di ritrovare lo statuto umano della parola, quale strumento per risolvere, con il dialogo, dunque con la mitezza, le tensioni e i conflitti, fuggendo la tentazione della violenza. E fa sorgere la nostalgia del silenzio ricordando che l’uomo non è solo “l’essere che ha la parola”, ma anche “l’essere che sa fare silenzio”. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare. 

I sei capitoli che ha menzionato trattano di emozioni, passioni, attitudini che ci interpellano quotidianamente. Questi temi sono ancora presenti nella nostra vita, nella società di oggi? In che modo? 

I temi trattati nel libro sono stati scelti in base alle domande che mi suscitavano e anche a seguito della considerazione delle loro trasformazioni: anche le emozioni e le passioni hanno una storia e mutano col mutare delle condizioni sociali, culturali, economiche dei tempi e dei luoghi in cui vengono provate e vissute. Inoltre è interessante considerare l’uso che di esse viene fatto. Non ho trattato della paura, ma è sotto gli occhi di tutti il fatto che un’emozione come la paura ha conosciuto e conosce un uso politico che la sfrutta e la rinfocola per ampliare la base di consenso per politiche di arginamento e respingimento nei confronti di persone migranti. Oppure, prendiamo in considerazione la vergogna. Noi assistiamo a una trasformazione del senso della vergogna. La cosiddetta società dello spettacolo, la cultura dell’apparire, dell’esibizione, dell’“esisto in quanto sono visto e appaio”, dell’esse est percipi, connessi con la diffusione capillare della televisione prima, della rete e dei social media poi, hanno operato dei significativi mutamenti della vergogna, che è un’emozione che porta a scomparire, a non farsi vedere, a volersi nascondere. E hanno prodotto trasformazioni significative anche nel modo di concepirla e viverla. Oggi ci si vergogna di vergognarsi: “Non ho nulla da nascondere” è il ritornello di chi ama l’esibizione e non conosce quella custodia dell’intimità e quella riservatezza che sole proteggono la libertà dell’individuo. Nella società dell’efficienza, della performance, della prestazione, la vergogna diventa poi anche senso di inadeguatezza, di non essere all’altezza degli standard richiesti. Così come vediamo il mutamento della vergogna nell’atteggiamento disinibito con cui rendiamo pubbliche con i cellulari quelle conversazioni, a volte intime e personali, a volte inerenti alla sfera domestica o del lavoro, ma in ogni caso riguardanti il soggetto e le poche persone con cui il soggetto ha a che fare, e che un tempo facevamo a voce sommessa, a tu per tu. Attingendo alla propria memoria tutti noi possiamo ritrovare frammenti di conversazioni di perfetti sconosciuti che ci hanno ragguagliato sui loro progetti lavorativi, sulle difficoltà relazionali con un famigliare, sui rapporti problematici con colleghi in azienda, ecc. Vedere le nuove declinazioni, le trasformazioni e gli usi contemporanei, e a volte dovremmo parlare di deformazioni e abusi, di realtà antiche come l’uomo (per esempio, come l’invidia e la narrazione) è un'altra pista seguita in questo libro. 

E che dire della volontà? 

Può stupire che io abbia inserito un capitolo dedicato alla volontà: di essa qualche filosofo nega perfino l’esistenza e ne sono stati fatti usi non solo negativi, ma perfino nefasti soprattutto in ambito pedagogico. Senza dimenticare le derive moralistiche e spiritualistiche che hanno ridotto la vita di fede a volontarismo. Si tratta certamente di una facoltà umana discussa e discutibile, è stata certamente trascurata se non rimossa in gran parte della psicologia del secolo scorso e tuttavia mi pare che per molti motivi oggi occorra riscoprirla. Essa mantiene un legame essenziale con la responsabilità e la libertà, con la facoltà umana di scegliere, di fissare obiettivi e perseguirli, di determinarsi per un fine. In un’epoca poi in cui risorgono le figure del destino e del fato, si presentano determinismi in ambito sociale, psicologico, genetico, la volontà può ricordare all’uomo che egli è chiamato a darsi una destinazione e non è soggetto a un fato. Nietzsche sottolinea poi la complessità interiore del volere parlandone come della facoltà del “due in uno”: nell’atto di volizione l’uomo è al contempo colui che comanda e colui che obbedisce. E così il volere si radica in una interiorità viva e abitata. Senza calcolare che la volontà è anche organo spirituale del futuro. Un luogo di scaturigine del futuro è l’interiorità. Potremmo parlare di futuro interiore. Volere è dunque anche progettare e proiettarsi verso il futuro. Tutto questo, e molto altro, mi pare che renda non fuori luogo una riflessione sull’atto di volere. 

La parola è il primo capitolo del libro. Oggi siamo sommersi da parole, tante parole, sentiamo tanto, ma non riusciamo ad ascoltare, a dialogare. Che cos’è veramente l’ascolto, il dialogo? Riusciamo ad ascoltare noi stessi? 

La parola è il primo capitolo perché ritengo che oggi abbiamo più che mai bisogno di riscoprire un’etica della parola e di ritrovare una pratica mite e costruttiva, cioè dialogica, della parola stessa. E poiché i rapporti interpersonali e famigliari, sociali e politici, nazionali e internazionali, passano in gran parte attraverso le parole, se noi snaturiamo la parola rendendola manipolatrice, menzognera, reticente, allora distruggiamo il fondamento su cui si reggono tutte le relazioni: la fiducia. Ritrovare un’etica della parola significa rispettare l’altro a cui parlo, la parola stessa e infine me stesso che parlo e di cui tradirei la dignità se parlassi con l’intento di ingannare e manipolare. Possiamo dire che la parola vera è quella che non zittisce l’altro ma anzi gli dà la parola. La parola vera lascia spazio all’altro. La parola vera non chiude il rapporto, ma lo rilancia. La parola vera ascolta. Dovremmo ricordare che parlare e ascoltare non sono due movimenti semplicemente alternati, ma sono concomitanti. Il vero ascolto è eloquente, è parola di rispetto, di accoglienza, di riconoscimento. La parola vera sa ascoltare: integra con discernimento quanto l’altro esprime e prosegue nel cammino comune di costruire insieme un senso. Questo è il dialogo. L’ascolto poi è atto intenzionale, mosso da una decisione e da una volontà, esige tempo, pazienza, profonda interiorità, si configura come ospitalità e accoglienza, accetta di rimuovere i pregiudizi sull’altro e di vederlo con occhi nuovi, accoglie l’altro così come questi si definisce e si comprende ed esce dalla pigrizia delle etichette e dalla violenza delle precomprensioni. Nell’odierno contesto di ipertrofia comunicativa occorre vigilare che non sia proprio la parola la prima vittima dell’informazione no-stop, veloce, incalzante, senza spazi intermedi né pause. Soprattutto, il rischio è che le troppe informazioni non diventino conoscenza e men che meno sapienza, ovvero che non inducano riflessione, lavorio interiore, ma che strappino la persona da se stessa proiettandola fuori di sé e rendendola estranea a se stessa. Sul piano educativo è urgente interrogarsi sull’analfabetismo emotivo che soprattutto nelle giovani generazioni produce l’incapacità di ascoltare e nominare le proprie emozioni e i vissuti interiori. Lì, insieme alla parola sincera occorre riscoprire la ricchezza generativa del silenzio. 

Nel corso del libro, spesso lei fa riferimento a testi letterari. Come mai? 

L’approccio a tematiche così umanamente profonde non può che essere interdisciplinare. Occorrerebbe avere competenze in svariati ambiti. Tra questi l’ambito letterario è particolarmente fecondo perché la letteratura – poesia e narrativa – è quello che con maggiore pregnanza riesce a illuminare le profondità del cuore umano, a mettere in luce le sue contraddizioni, a presentare senza giudizi i comportamenti umani e a farne sentire la potenza al lettore. Per dirla con Milan Kundera, la letteratura non fa che porsi la domanda: che cos’è l’esistenza umana? Il romanzo La vergogna di Annie Ernaux vale più di tanti saggi: la forza del testo letterario ti fa sentire l’abrasività interiore della vergogna e coinvolge il lettore mettendo in moto la sua memoria emotiva e facendogli provare ciò che la narrazione sta raccontando. Un libro come L’Avversario, di Emmanuel Carrère, fa sprofondare il lettore, insieme al suo protagonista, nell’abisso tragico in cui una innocente (?) bugia può sconvolgere l’esistenza di una persona e portarlo a edificare una vita sulla menzogna e sulla doppiezza. La letteratura ci insegna la complessità e la molteplicità dell’animo umano; è uno sguardo plurimo sul mondo e sul cuore umano, sguardo che l’autore condivide con il lettore, iniziando con lui un dialogo che potrà condurre il lettore a sentire che ciò che è stato scritto parla proprio a lui, alla sua situazione esistenziale. Ma forse, faccio spesso ricorso a testi letterari semplicemente perché amo la letteratura, mi piacciono i romanzi e la lettura è per me una fonte di gioia. 

Ultimamente parlando del racconto evangelico dell’adultera (Luca 7,36-50), lei ha detto che Gesù vede l’amore là dove tutti vedono il peccato. Si può tradurlo nella Chiesa di oggi? 

Ciò che emerge con particolare forza in quell’episodio è in realtà sempre presente nelle narrazioni evangeliche e noi possiamo credere che fosse un tratto singolare e caratteristico dell’umanità di Gesù: il suo sguardo. Che è ovviamente lo sguardo del cuore, il modo con cui egli vede gli umani e traduce lo sguardo divino su coloro che sono stati creati a sua immagine e somiglianza. Si tratta di uno sguardo sempre abitato da compassione, da pietas, mai da giudizio, disprezzo o condanna. Gesù non guardava il peccato degli uomini, ma la loro sofferenza. Nel cieco nato non vedeva un colpevole, come i suoi discepoli, ma una vittima. Nella prostituta entrata in casa di Simone il fariseo, non vedeva una peccatrice, come i suoi commensali, ma una donna che ha cercato di amare, che ha molto amato, e non solo mostrando amore generoso e gratuito per la sua persona, ma forse anche nella sua ricerca caotica di abbracci e di incontri con tanti uomini. Anche nell’errore e nell’errare la persona resta umana. E l’ambito del desiderio e dell’amore è quello che maggiormente tocca il nostro mistero, e anche l’enigma che noi siamo a noi stessi, e ci porta a percorrere strade che si rivelano dolorose per noi e anche per altri. E poiché l’amore non è uniforme e non è racchiudibile in un unico schema, le forme dell’amore sono anch’esse plurali e sempre chiedono alla persona di uscire da sé e di trovarsi perdendosi nell’altro. Vi è lì la straordinaria vicinanza tra eros e agape, realtà che vanno certamente distinte ma mai contrapposte. In entrambi vi è sempre un’affermazione di sé che si realizza nell’abbandono di sé a un altro, in un altro. Senza nutrire paure dell’amore, della sua creatività, senza essere ossessionati dalle forme della sessualità, occorre dunque liberare il nostro sguardo sulle modalità di amore che le persone cercano di vivere cogliendo in esse la sete di vita, di pienezza, di gioia. Ben sapendo che ciò che si oppone all’amore e che va condannato è la sopraffazione, la violenza, l’abuso. E anche sapendo che solo Dio è amore, come ricorda la prima lettera di Giovanni, non noi umani. Noi possiamo avere amore, possiamo amare, compiere gesti e nutrire sentimenti di amore, ma non siamo amore. E tuttavia, come ricorda il teologo Eberhard Jüngel, “dell’amore non dobbiamo mai vergognarci poiché nell’amore noi partecipiamo con Dio a un unico e medesimo mistero e proprio per questo possiamo diventare ciò di cui non ci è possibile pensare qualcosa di più grande: e cioè, non già in alcun modo esseri divini, bensì, sotto ogni aspetto, esseri umani”. 

Il male di oggi è l’indifferenza. Come trasmettere oggi, alle nuove generazioni la buona notizia, il messaggio rivoluzionario e salvifico di Gesù? 

Il vangelo può essere narrato solo da testimoni che lo incarnano, o meglio, che tentano di incarnarlo, che cercano di viverlo. E il vangelo necessita di un soggetto narrante che sia comunitario. La forza del cristianesimo consiste nella sua capacità di originare comunità, di spingere persone diversissime a vivere insieme superando le differenze nell’unità della fede in Cristo. Ma certo, per dire oggi il vangelo, e non solo alle nuove generazioni, occorre presentarlo come scuola di umanizzazione facendo emergere la pratica di umanità di Gesù di Nazaret e mostrando il ben fondato antropologico di ogni parola e gesto della fede cristiana. Credo che una Chiesa che voglia annunciare oggi il Vangelo debba presentare e narrare il volto umano di Gesù di Nazaret, l’uomo che ha narrato Dio. Sempre le immagini di Dio hanno conosciuto inculturazioni differenti nell’annuncio nelle diverse epoche storiche e nelle diverse regioni geografiche. Oggi siamo avvezzi all’immagine del Dio trinitario che è relazione in se stesso; siamo persino abituati all’immagine del Dio sofferente che in altre epoche cristiane appariva inimmaginabile. Cogliere la dimensione di Gesù come rivelatore di Dio nella sua umanità ci conduce a vedere i vangeli come portatori di una parola capace di trasformare la nostra umanità a immagine dell’umanità di Dio che è Gesù di Nazaret. Questa accentuazione è sì suggerita dal fatto che per l’uomo secolarizzato, il cui cielo è vuoto di divinità, il messaggio evangelico è comprensibile - forse - solo come pratica di umanità, come offerta di una possibilità sensata di vivere l’umano, ma soprattutto, perché questa ermeneutica che coglie nella fede i vangeli come i testimoni dell’umanità di Gesù di Nazaret, apre una prospettiva di conversione radicale per il credente e la Chiesa. Una conversione che ha a che fare non con pratiche religiose o rituali, ma che riguarda l’umanità stessa dell’uomo: il suo parlare e agire, il suo rapportarsi al mondo, agli altri e alla natura, il suo guardare e ascoltare, il suo amare e il suo pensare. Insomma, il suo modo di vivere quell'umano che è il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio. Lo sguardo portato sulla pratica di umanità di Gesù come appare in ogni episodio evangelico, negli incontri che Gesù vive, nelle parole che dice, nei gesti che compie, nei suoi silenzi, nella contemplazione dei fiori, delle piante e degli animali, nelle esegesi delle Scritture e nelle invettive contro scribi e farisei, nella preghiera personale e solitaria, nel perdono all’adultera e nell’abbraccio ai bambini, nell’attenzione ai lavori quotidiani degli uomini, dei pescatori, dei contadini, delle massaie, e così via, dischiude un cammino di conversione estremamente esigente per ogni credente e per ogni comunità cristiana. Un cammino esigente perché riguarda ogni fibra della creatura umana. Un cammino che ha lo Spirito come guida e Cristo come fine. Un cammino cosciente dal fatto che ciò che Gesù ha di eccezionale non è di ordine religioso, ma umano.










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