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La domanda sulla sofferenza e la morte nell’epoca dell’eclissi di Dio

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by Augusto Cavadi

Se per “teismo” intendiamo la convinzione popolare di un Super-uomo che, dall’Alto dei cieli, osserva l’umanità, le ingiunge comandi e divieti attraverso profeti e sacerdoti, la premia o  punisce in questa vita e nell’altra…il teismo é una concezione teologica in crisi. Non solo, come da millenni, negli ambienti irreligiosi o semplicemente a-religiosi, ma (questa la novità!) nell’ambito delle stesse chiese cristiane.

Il prete cattolico don Paolo Scquizzato é tra quei teologi che, invece di far finta di niente, ha deciso di guardare negli occhi questa crisi e di entrare nel vivo della corrente nota come “post-teismo” (o, come preferiscono altri, “trans-teismo”) che questa crisi vuole attraversare con serietà e, possibilmente, superare costruttivamente.

In questa strategia di ricerca, inseparabilmente intellettuale e spirituale, egli ha chiesto a una ventina di persone amiche come si possa affrontare – in questa nuova prospettiva – la domanda cruciale sul “male”: cioè sulla sofferenza fisica, sul dolore morale, sulla morte. Ne è risultato il volume a più mani Del male, di Dio e del nostro amore. Ventuno dialoghi e un saggio, Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano, nel quale – nonostante la varietà dei punti di vista – sono riconoscibili alcune tesi comuni.

Una prima convinzione è di segno, per così dire, negativo: la risposta delle religioni tradizionali è troppo facile, quasi banale, perché si limita a esortare alla “pazienza”, a sopportare le sofferenze provocate dalla Natura e dai peggiori tra i propri simili, “in attesa della ricompensa dell’aldilà: più si soffre, più si sarà beati” (così don Paolo Farinella a p. 183).

Escludere le risposte comode è già un primo passo, ma non significa automaticamente azzeccare quella esatta. In questo campo – mi pare una seconda convinzione condivisa dagli autori dei vari contributi – bisogna rassegnarsi ai propri limiti costitutivi e accettare, in ultima analisi,  che “la risposta migliore sia quella che forniva il Buddha a chi poneva quesiti del genere: un garbato, eloquente silenzio” (così Federico Battistutta a p. 27).

Ma – tocchiamo una terza convinzione comune agli autori – se l’intelligenza incontra dei precisi limiti nell’indagine sul male in generale, e sulla morte in particolare, non così il nostro “cuore” o come si voglia emblematicamente figurare la nostra capacità di “attualizzare le indicazioni per un salto evolutivo della coscienza, sempre possibile ad ogni essere umano e, nell’interdipendenza del Tutto, contribuire così alla co-creazione di un mondo che diventi espressione di amore e di compassione reciproci” (così Raffaella Arrobbio a p. 22).

Il silenzio teoretico sulle radici metafisiche, ontologiche, del male e il conseguente appello alla conversione soggettiva, personale, non escludono – specie per quanti proveniamo dalla tradizione pragmatica, operativa, attiva del monoteismo biblico – “un di più d’attenzione nella lettura dei fatti e recuperare la capacità di desiderare un mondo più giusto e più vivibile” (così Rita Maglietta a p. 77). E’ questa una quarta convinzione che ritorna, più o meno esplicitamente, in molti interventi.

In particolare Silvia Papi raccomanda di non limitarsi a frasi generiche, sostanzialmente inoffensive e a-politiche, sulla responsabilità della “umanità” e di “direzionare lo sguardo verso la parte di umanità responsabile e lasciare fuori quella che non c’entra, perché sarebbe ingiusto essere generici su cose tanto gravi, considerando il fatto che interi popoli hanno pressoché solamente subito” (“mi riferisco a tutte le popolazioni native delle Americhe del nord e del sud, a quelle dell’Australia, alle popolazioni indigene delle terre amazzoniche, dell’Africa e dell’Asia, e credo che – carta geografica alla mano – rimarrebbero ben poche parti della terra a salvarsi dall’ingordigia dell’uomo bianco”) (p. 112).

Come si evince da questi rapsodici accenni, il volume a più mani non pretende di costituire un punto di arrivo, ma solo una tappa della ricerca sofferta di quanti, pur privati della “speranza di redenzioni storiche o escatologiche” (come scrive Claudia Fanti riferendosi, molto probabilmente, al tramonto del socialismo scientifico marxista e del provvidenzialismo cristiano), non si rassegnano “all’idea che tutto sia solo frutto del caso, interazioni tra particelle senza significato, valore e coscienza finché l’entropia dell’universo non raggiungerà il suo massimo e nessuna interazione sarà più possibile” (p. 63) .

Chioserei così: se ci poniamo domande sul senso della vita e della morte vuol dire che, in qualche sia pur minima misura, eccediamo rispetto al livello  (apparentemente totalizzante) del caos indecifrabile. L’enigma del male non sarebbe neppure un enigma se, nuotando nel mare del buio, non fossimo sorpresi qua e là da barlumi  di luce intensissima.

Come notava nel Medio Evo Tommaso d’Aquino, saremo sempre inquietati dalla domanda: “Da dove il male?”. Ma non potremo neppure tentare di rispondervi se censuriamo la questione dialetticamente corrispondente: “Da dove il bene?”.



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