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Umberto Galimberti: «I genitori andrebbero espulsi da scuola, fanno i sindacalisti dei figli»

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11 Luglio 2023 

Il suo ultimo libro, «Le parole di Gesù» (Feltrinelli, 2023) è già best-seller. E pochi giorni fa ha detto chiaro che «i bambini fanno una grande confusione, quando vedono Salvini agitare crocifissi o sentono Meloni dire di essere cristiana». Filosofo, psicoanalista e docente all’Università Ca’ Foscari, inoltre membro dell’International Association of Analytical Psychology. 

Raggiunto telefonicamente, ha ribadito: «Non affermino Meloni e Salvini di essere cristiani, perché Gesù diceva: “Ero straniero e mi avete accolto”. Le parole di Gesù non sono state assolutamente recepite. Quelli che si proclamano cristiani, agirebbero diversamente, se avessero ascoltato le parole di Gesù. Che si è arrabbiato, quando hanno ridotto il tempio come un mercato: “Guai a voi” è stata la sua espressione. Gesù chiedeva fede e fiducia nella sua parola, ma non ha fondato una religione. La religione cristiana è stata fondata da San Paolo. Tutte quante le religioni rappresentano la sacralizzazione di una cultura. E quando sono sacralizzate, creano odio viscerale le une verso le altre, sulla base di identità e appartenenza».

A proposito di bambini, spesso li vediamo riempiti di oggetti. Il cellulare arriva molto presto e diventa difficile per pochi genitori negarlo, se tutti gli altri lo danno. Cosa ne pensa?
«Se un bambino lo vuole, bisogna darglielo. Diversamente, il genitore va a privarlo non di uno strumento tecnico, ma della socializzazione, che a quanto pare oggi passa attraverso il cellulare: questo dimostra che la tecnica è già uscita dal suo stretto ambito ed è diventata sociologia, ma si è già anche fatta patologia. Perché con l’uso dei cellulari, se l’interlocutore non risponde, il soggetto va in ansia e regredisce allo stadio infantile. Possono scattare meccanismi di iper-controllo, paranoia. E se in amore subentra il controllo, l’amore è già finito».

I bambini vivono due scenari, casa e scuola. Parlar male degli insegnanti, ergersi ad avvocati difensori dei figli davanti ai figli, o fan sfegatati a bordocampo, quali conseguenze porta?
«Se si tratta delle elementari, parlar male degli insegnanti davanti ai figli è un problema grosso perché il bambino a quell’età sta facendo una differenziazione dell’affettività, impara a voler bene anche agli insegnanti. Se ne sente parlar male, perde la fiducia in entrambi. E le ferite affettive della prima infanzia non sempre si possono risolvere. Quando cresce, i genitori andrebbero espulsi dalla scuola, perché i genitori fanno i sindacalisti dei figli: se non sono promossi ricorrono al Tar e gli insegnanti, per non passare le vacanze al Tar, li promuovono tutti. Questo determina un degrado enorme. Il ricevimento fin dalla prima superiore andrebbe fatto con gli allievi, così che affrontino il mondo adulto direttamente, non con la mediazione del genitore. Inoltre, da quando la psicologia è entrata nella scuola, sono aumentati in modo esponenziale i casi di Dsa, sindrome di Asperger, e altri disturbi, poiché molti genitori sanno che con una diagnosi i figli possono conseguire un percorso facilitato».

In un recente passato ha affermato che alle maestre andrebbe dato lo stipendio dei professori universitari, perché fanno un «lavoro pazzesco». Lo pensa ancora?
«Sì, se lo fanno. Ma molto più importante è che bisognerebbe abolire il ruolo. Un docente che demotiva gli studenti non può andare avanti a farlo per quarant’anni perché è di ruolo. Nelle scuole paritarie non succede».

Lei ha evidenziato come dai 15 ai 30 anni vi sia il massimo della potenza ideativa, ma nelle industrie l’età media di chi traina è molto più alta. Il lavoro precario / non adeguatamente riconosciuto sta impoverendo questo Paese?
«È un problema serio, perché la creatività va dai 15 ai 30 anni, poi si riduce. Leopardi scrisse L’Infinito a 21 anni, Einstein elaborò la sua formula a 24. Se non usiamo il potere ideativo dei giovani, la società non può progredire. La politica blatera e basta. Ma se non si ha un lavoro e non si può pagare un mutuo, è evidente che non si possono fare figli, anche se si vorrebbe».

Da tempo si sente parlare di futuro in maniera buonista, secondo l’hashtag «andrà tutto bene», quasi come se il futuro porti sempre in sé e con sé rimedio al passato. È normale, è corretto, è pericoloso?
«È il lascito del cristianesimo. Il passato è il male, il presente è redenzione, il futuro è salvezza. La scienza la pensa allo stesso modo. E anche Marx e Freud hanno questa impostazione. Invero tutto l’Occidente. Non è solo una cultura, è una visione del mondo. Menomale è arrivato Nietzsche, che ha inaugurato il nichilismo – conosciuto benissimo dai giovani – dove il futuro non è più una promessa. È così, perché altrimenti non ci sarebbero suicidi e disturbi alimentari in numeri elevati nella popolazione giovanile».

Come leggere il confronto tra maschile e femminile, in questo momento storico?
«La chiave di lettura è la cultura della libertà come revocabilità di tutte le scelte. Mi sposo ma posso divorziare, sono incinta ma posso abortire: così non si crea alcuna biografia. L’uomo, per capire la donna, deve riconoscere e accogliere la propria parte femminile, ma gli uomini si difendono dal contatto con questa parte, che Jung chiama anima».
 
 

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