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L’economia non può dare la felicità, e la felicità non ci basta più. Ci serve una nuova idea di comunità

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domenica 2 luglio 2023

Professor Bruni, l’economia sta cambiando?

Siamo sicuramente in una fase di cambiamento positivo. Il modello neoclassico dell’economia, che da fine ‘800 a fine ‘900 è stato quello dominante, sta lentamente cedendo il passo a un nuovo modello, quello dell’economia comportamentale e sperimentale. Chiariamoci: oggi circa l’80% degli studi e degli economisti è fermo al vecchio modello, che viene ancora insegnato nelle università e condiziona ancora quasi tutte le politiche pubbliche, ma il cambio di paradigma è in atto.

In cosa consiste questo cambio di paradigma?

Per oltre un secolo l’economia si è incentrata su alcuni assunti. Primo fra tutti, quello per cui quando l’essere umano si approccia a un mercato lo fa per massimizzare le funzioni, come per esempio il profitto, l’utilità o il benessere individuale; e lo fa in maniera razionale, apprendendo dagli errori del passato e correggendo i propri pregiudizi. A un certo punto, verso la fine del ‘900, sulla base anche di montanti evidenze nel campo della psicologia sperimentale, qualcuno si è chiesto se questa cosa fosse vera. E oggi lo sappiamo con certezza: non lo è. Tuttavia il cambiamento è così radicale e doloroso che, comprensibilmente, le resistenze verso di esso sono ancora molto forti.

È doloroso perché in sostanza vorrebbe dire rinunciare per buona parte alle capacità previsionali dell’economia?

C’è certamente anche questo aspetto. Da Pareto in poi l’economia è stata pensata come la scienza delle scelte e delle azioni logiche e razionali, partendo dall’idea che osservando il comportamento del singolo si potessero trarre leggi universali, e quindi anche le politiche migliori da mettere in atto tramite modelli macroeconomici astratti, basati su dati econometrici. Questo ha convinto la politica di poter applicare dall’alto questi modelli e di poterne prevedere con buona certezza gli effetti. Ma, se questo poteva forse essere vero in un mondo più semplice come quello del secolo scorso, oggi pare una pura utopia.

In effetti negli ultimi vent’anni non sono mancate prove della scarsa capacità previsionale degli economisti. Come si sta reagendo a questa crisi di credibilità?

Oggi siamo in una fase in cui c’è un tentativo di fare sintesi dopo trent’anni di distruzione creatrice. Abbiamo fatto saltare un modello senza che ce ne fosse un altro a rimpiazzarlo – o, quantomeno, un modello sufficientemente condiviso. Nell’attesa di una nuova teoria di politica economica generale, gli economisti si concentrano su aspetti particolari, partendo dai dati esistenti. È come se, per paura di essere smentiti o contraddetti, ci si muova al piccolo cabotaggio, rinunciando a elaborare teorie e modelli generali. Oggi per esempio un Keynes sarebbe fuori luogo; forse non sarebbe nemmeno ascoltato.

Questo non rischia di creare un’economia “pret-a-porter” per la politica?

In effetti sì. Però, a mio modo di vedere, il vero rischio non è che l’economia diventi asservita alla politica. Dopotutto l’economia moderna, a partire dal ‘600, è sempre stata uno strumento dell’azione politica: nasce infatti nelle corti a supporto di sovrani e nobili. Il rischio vero, dicevo, è piuttosto che  l’economia si allontani dalla realtà; dal vissuto e dalla percezione comune. Ci sono certi economisti accademici che spendono decenni a studiare modelli economico-matematici raffinatissimi, ma molto lontani dalla vita della gente. E a volte ci hanno vinto pure il Nobel.

Ora però c’è un ritorno in auge di certi economisti che cercano più di cogliere lo spirito del tempo: Piketty, Krugman, Stiglitz…

Sì, c’è una nuova voglia di provare a raccontare il mondo. Siamo oramai da troppo tempo orfani di grandi narrazioni. Il ‘900 in fondo è stato questo: il secolo delle ideologie, cioè dei sistemi di idee in cui si inquadrava tutta la società e per i quali si combatteva. Oggi queste grandi narrazioni, come il comunismo, il liberalismo, e a suo modo il cristianesimo, sono morte o in gran parte rifiutate. Una società liquida è anche una società senza teorie forti. Questo ci mette al riparo da alcune loro pericolose declinazioni estreme, ma crea anche comunità atomizzate, confuse, liquide.

Le comunità stanno diventando fragili, come dal titolo di un tuo libro?

C’è ancora un forte bisogno di comunità – e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che l’essere umano è un essere intrinsecamente sociale. Il problema è che oggi dello stare in comunità vediamo quasi solo le ferite e non le benedizioni; gli scontri, che sono più evidenti, e non le complicità, che spesso sono nascoste. Perciò facciamo di tutto per normare i rapporti: contrattualizziamo tutto, cerchiamo relazioni solo funzionali con facili vie d’uscita, ci affidiamo al mercato per ogni esigenza. Insomma, finiamo per evitare le buone sofferenze e perseguire cattivi piaceri. E questo limita le ferite, ma anche le benedizioni. Diminuisce i traumi, ma aumenta l’angoscia e la solitudine. E quindi in fondo ci rende infelici.

Ma si può misurare la felicità?

Diversi economisti ci hanno provato e ci provano. Anche io ho studiato il tema per molti anni. Il fatto è che però si predilige sempre un approccio individuale, basato sull’auto-percezione del singolo. Per cui per esempio risulta che i Paesi più felici sono puntualmente quelli scandinavi: poi uno va lì e non vede chissà quanti sorrisi; anzi. Il fatto, io credo, è che non ci basta essere felici: vogliamo sapere perché siamo felici. Non vogliamo solo stare bene: vogliamo comprendere il senso di quel che facciamo. Io posso anche decidere di fare una vita con meno felicità ma con più senso ed essere soddisfatto, mentre una vita con tante felicità ma senza senso è una vita comunque vuota. Gli esseri umani sono più grandi della loro felicità.

Anche per questo l’economia è un po’ in crisi? Perché stiamo scoprendo che non ci basta solo stare bene economicamente?

Quanto meno c’è il problema di capire e comunicare cos’è l’economia e a cosa serve. Pareto diceva che studiava gli esseri umani come si studiano le formiche: cioè con distacco, per capirle e non per migliorarle. Invece l’economista politico è quello che spera di contribuire a creare un mondo migliore; a far star bene le persone. Il fatto è che, come dicevo, non ci basta la ricchezza economica per essere felici. Per esempio, quando Di Maio annunciando il varo del reddito di cittadinanza disse che avevano abolito la povertà, io rimasi scettico. Ma non tanto per il proclama altisonante, quanto perché la povertà è questione di capitali e non di redditi.

Cioè non basta dare soldi a chi non li ha per risolvere il problema?

Certo, perché la povertà non è solo una questione di soldi. Si è poveri quando si hanno bassi capitali non solo economici ma anche relazionali, emotivi, sociali, conoscitivi. E questi capitali non si possono rimpinguare dall’oggi al domani: è un processo lento, graduale. Se ti concentri sui redditi, hai dei poveri con i soldi e basta. E non mi sto riferendo solo agli indigenti, ma a tutti noi. Anche una persona ricca può essere povera di capitali non economici, per esempio relazionali, e illudersi di poter risolvere questo suo problema aumentando i flussi, per esempio facendosi molti finti amici.

L’idea di un reddito base universale, come evocato recentemente da Grillo, è allora da abbandonare?

Al contrario. È un’idea molto interessante, peraltro molto studiata e discussa nell’accademia, a cui potremmo anche rivolgerci nel prossimo futuro. Ma non dobbiamo pensare che eliminerà la povertà in senso ampio e quindi risolva tutti nostri problemi. Sarebbe un errore speculare a quello di togliere i sussidi al reddito nella convinzione che questo spinga le persone ad attivarsi, come mi pare pensi il nostro Governo. In un mondo globalizzato, post-ideologico, di desideri infiniti, anche un reddito di mille euro al mese in fondo è poco o niente.

Come ridare senso al lavoro, allora?

Il punto, io credo, è che il lavoro non si può fondare su sé stesso. Se tu fondi una società sul lavoro, come recita la nostra Costituzione, ma il lavoro viene a mancare o viene pensato come qualcosa che prescinde da altri elementi e bisogni sociali, allora hai una società smarrita, fatta di individui soli e infelici. Se vogliamo quindi costruire una società più coesa, solida, e anche direi più felice, dobbiamo tornare a concentrarci sui quei luoghi di non-lavoro, su quegli aspetti non-economici che abbiamo probabilmente dato a lungo per scontato, trascurandoli.


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