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Papa Francesco e il discernimento sulla strada di Ignazio

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Avvenire pubblica un estratto dalla prefazione di padre Antonio Spadaro al volume Sul discernimento (EDB, pagine 144, euro 13,00), che raccoglie la prima serie di catechesi di papa Francesco sul discernimento, tenute tra agosto 2022 e gennaio 2023.


Il 30 luglio 2016, in un incontro privato con i gesuiti polacchi, a Cracovia, papa Francesco ha affermato che la «Chiesa oggi ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale». E ha proseguito: «Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi ad agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: “si deve fare questo, non si deve fare questo…”. E quindi i seminaristi, diventati sacerdoti, si trovano in difficoltà nell’accompagnare la vita di tanti giovani e adulti. Perché molti chiedono: “questo si può o non si può?”. Tutto qui. E molta gente esce dal confessionale delusa. Non perché il sacerdote sia cattivo, ma perché il sacerdote non ha la capacità di discernere le situazioni, di accompagnare nel discernimento autentico. Non ha avuto la formazione necessaria».

Ha proseguito: «Bisogna formare i futuri sacerdoti non a idee generali e astratte, che sono chiare e distinte, ma a questo fine discernimento degli spiriti perché possano davvero aiutare le persone nella loro vita concreta. Bisogna davvero capire questo: nella vita non è tutto nero su bianco o bianco su nero. No! Nella vita prevalgono le sfumature di grigio. Occorre allora insegnare a discernere in questo grigio».

Nel magistero di papa Francesco il discernimento ignaziano sembra essere una parola-chiave, dunque. Il suo stesso ministero petrino è vissuto in forma di ministero di discernimento evangelico spirituale e pastorale (cf. Evangelii gaudium, nn. 33; 50; 154), capace di dare impulso a un cristianesimo adulto. Possiamo considerare il discernimento come uno dei grandi pilastri del suo pontificato.

Un documento plasmato dal discernimento ignaziano è, ad esempio, l’esortazione apostolica Amoris laetitia. «È meschino – scrive il papa – soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano» (n. 304; corsivo nostro). Nell’esortazione apostolica il sostantivo «discernimento» e il verbo «discernere» ricorrono di frequente, delineando una vera e propria «conversione pastorale»: «Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia», ha scritto il papa, proseguendo: «Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (Amoris laetitia, n. 37; corsivo nostro).

Ma che cos’è il discernimento? In Ef 5,8-17, dopo avere esortato ad agire «come figli della luce», Paolo insegna che «il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità», invitando a cercare «di esaminare ciò che è gradito al Signore», a fare «molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti, ma da saggi», e conclude: «Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore» (Ef 5,8-10.15-17).

Il «discernimento degli spiriti» appare in 1Cor 12,10 come uno dei tanti doni dello Spirito Santo che Paolo enumera in quel capitolo. Una frase simile si ritrova anche nella Prima lettera di Giovanni: «Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio […]» (1Gv 4,1). In tutta la Scrittura troviamo altri riferimenti,

indiretti ma significativi, al discernimento. Tutti i riferimenti asseriscono che esistono diversi «spiriti» al lavoro nel mondo e nella nostra vita. Certo, lo Spirito Santo di Dio ci attira verso Dio, ma ci sono anche altri spiriti che possono ostacolare il nostro cammino. Il discernimento ci aiuta a determinare ciò che ci porta a Dio e ciò che ci conduce lontano da lui.

Nella Scrittura e nella tradizione spirituale, per esempio, tra i padri e le madri del deserto possiede il dono o il carisma del discernimento colui o colei che pratica il discernimento per gli altri o li accompagna nel loro cammino. La tradizione spirituale come la troviamo negli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola formula le «regole per il discernimento», che sono offerte a coloro che dirigono chi fa gli Esercizi.

Il percorso degli Esercizi di sant’Ignazio di Loyola è segnato da un confronto dell’esercitante con la propria esistenza in rapporto a Dio fin nelle pieghe più profonde. Il confronto con la propria realtà di peccato, con la misericordia di Dio e con le tappe della vita di Cristo non lascia l’esercitante indifferente. A confronto con la lettura della parola di Dio e la riflessione sul mistero della salvezza, nell’esercitante si muove «qualcosa» che va riconosciuto. È proprio questo il discernimento. (…)

Il nucleo centrale intorno a cui ruota tutto lo sforzo di definizione che Ignazio impiega consiste nel sentirsi o no orientati e uniti al proprio Creatore e Signore. È questo anche il nucleo e il movimento centrale di ogni vita spirituale. È consolazione quella gioia che porta l’uomo ad amare ogni cosa per Dio stesso. È desolazione la situazione affettiva dell’uomo che si sente separato dal suo Creatore e Signore. In un contesto di continuo zapping esistenziale, «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (Gaudete et exultate, n.167).

Come gli Esercizi sfociano nella vita, così il lavoro di discernimento sfocia in una acquisizione da parte dell’esercitante di una «saggezza di vita». L’esercitante, accompagnato nel discernimento, prende coscienza di sé, delle esigenze che si porta dentro, del modo con cui Dio entra nella sua vita e del mondo in cui invece è tentato.

Quindi – ha scritto Francesco quando era provinciale dei gesuiti argentini – «il discernimento è uno strumento di lotta». Anzi: «Quando, nel seguire il Signore, mancano la lotta o la vigilanza, subentra spesso una latente tentazione di idolatria: quella di rendere i doni del Signore o il Signore stesso un oggetto riducibile alle nostre categorie egoistiche». Non accettare l’indole bellica della nostra vocazione implica, per paura del conflitto, di ricorrere «a ogni sorta di accomodamenti e pastrocchi... purché ci sia pace. Che vuol dire: purché non compaia alcuna contraddizione. Risultato: uomini e donne che non sanno niente della vera pace, ma vivono la codardia o, se si vuole, la pace dei sepolcri».

È una lotta spirituale strana quella di Bergoglio, alla fine. È una lotta di desiderio. Lottare per conquistare Dio «non è fare i don Chisciotte» del sacro, ma comprendere che Dio non lo si può conquistare. E vincere con lui è lasciarsi conquistare in maniera onorevole senza lasciarlo fuggire. La sua diventa una sorta di grammatica del discorso amoroso dove la vera lotta è «contro il nostro desiderio di trovare Dio più nelle nostre tracce umane che nelle sue impronte divine. Le tracce dei nostri successi o fallimenti e non le tracce delle realizzazioni di Dio; la traccia dei nostri dolori e non le tracce delle sue feconde benedizioni; le tracce dei nostri peccati e non le tracce del suo perdono». Dio fugge: più lo si rincorre più sfugge, più ci si concentra su se stessi più si fa irriconoscibile. Il discernimento spirituale è invece l’opposto: «riconoscere nelle nostre tracce umane le orme di Dio» uscendo dall’autoreferenzialità.


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