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Luca Mazzinghi "Pace, pace, pace: ma pace non c’è"

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«Pace, pace, pace: ma pace non c’è», scriveva amaramente il profeta Geremia sette secoli prima di Cristo (cf. Ger 6,14), parlando dei falsi profeti e dei sacerdoti che tradivano la loro fede. Pace, certo: ma nessuno è d’accordo su come raggiungerla. La storia del XX secolo avrebbe dovuto insegnarci che nessuna guerra può davvero portare pace; al massimo una tregua. I disastri di questo inizio di XXI secolo – la pandemia, la povertà a livello mondiale e la crisi ambientale – avrebbero dovuto aiutarci a comprendere come le nostre priorità dovrebbero essere ben diverse da quelle legate alla guerra. Governanti e potenti vogliono convincerci che ci sono guerre giuste e necessarie, convincerci che il nemico è sempre da una sola parte. Non ci sono mezze misure: «generale la guerra è finita / il nemico è scappato, è vinto, è battuto / dietro la collina non c’è più nessuno…», cantava molti anni fa Francesco De Gregori, contestando in realtà la guerra, «bella anche se fa male». Perché ogni guerra lascia dietro a sé rovine, morti e distruzione e sottrae risorse alla pace che pure vorrebbe paradossalmente instaurare. 

La Russia ha aggredito l’Ucraina, è un fatto: difendersi è necessario e doveroso; ma non c’è davvero altra via se non la distruzione dell’avversario? E’ ancora possibile pensare così all’epoca delle armi nucleari? Quando la distruzione potrebbe essere reciproca e definitiva? Il mainstream del pensiero occidentale, amplificato dai media in mano ai governanti e ai poteri economici più forti, vuole convincerci che l’unico rimedio alla guerra è la guerra. Fino a pochi mesi fa, chi osava parlare di pace era zittito con violenza e magari tacciato di filo-putiniano (dimenticando, ahimé, “il mio amico Putin” di un certo Silvio Berlusconi). La storia si ripete, senza che riusciamo ad impararne le lezioni, e forse passeranno ancora i legionari di Roma a ricordarci che si vis pacem, para bellum. 

In queste settimane un prete russo del patriarcato di Mosca, p. Koval, ha modificato una parola della preghiera che il patriarca Kyrill fa recitare a ogni Messa in ogni chiesa della Federazione russa: «Alzati, o Dio, per l’aiuto del tuo popolo e concedici la vittoria con la tua potenza»; la stessa preghiera contiene un’invocazione per i «guerrieri e difensori» della Santa Rus’. P. Koval ha sostituito la parola “vittoria” con “pace” ed è subito stato processato e dimesso dallo stato clericale. Dall’altra parte – quella dell’aggredito – lo stesso Dio dello stesso Gesù Cristo è stato invocato dall’arcivescovo ucraino-cattolico Svjatoslav Shevchuk, il quale, oltre a definire «sacro dovere di ciascuno difendere la patria dal nemico fraudolento che ha invaso il suolo ucraino», si è spinto sino ad affermare: «la vittoria dell’Ucraina sarà la vittoria della potenza di Dio sulla bassezza e l’insolenza dell’uomo». Dunque, da che parte sta Dio? Questa guerra è anche un fallimento epocale del cristianesimo, almeno nelle sue forme istituzionali. 

E’ ben noto a tutti il doppio fallimento di papa Francesco al quale è stata di fatto chiusa la porta in faccia da Zelensky, dopo che già gliela aveva chiusa Putin. Vedremo se la timida missione del card. Zuppi porterà realmente qualche risultato positivo. In tutto questo triste panorama, la maggior parte dei cristiani sembra oggi incapace di una parola significativa. E’ senz’altro vero che il regno di Dio non si realizza su questa terra (e chi ha provato a farlo ha fatto sempre disastri…); ma è possibile che un cristiano possa dimenticarsi di ciò che sta al cuore del messaggio del Vangelo? “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”, cantano gli angeli secondo il racconto di Luca, nel momento in cui Gesù è nato. 

Io per primo non so rispondere a questa domanda. Ma leggo ancora le parole del profeta Isaia che tanto colpivano Giorgio La Pira e che lo spingevano ad andare a Mosca quando, al cuore della guerra fredda, pochi occidentali osavano farlo: “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (cf. Isaia 2,1-5). Parole utopiche? Oppure parole che cambiano la realtà, come hanno creduto i padri fondatori dell’ONU, organismo oggi quasi inutile o se vogliamo ormai quasi del tutto desautorato, facendole incidere di fronte al Palazzo di Vetro. Leggo ancora le parole che Gesù rivolge a Pietro che nel Getsemani voleva difendere il maestro da un’aggressione chiaramente ingiusta: “rimetti la tua spada nel fodero, perché chiunque mette mano alla spada, di spada perirà” (cf. Matteo 26). Per molti, un’altra folle utopia; per altri, nel corso di molti secoli, l’inizio di un cammino lungo e difficile, quello del cristianesimo, ma anche uno spiraglio di luce nel buio che ci circonda.

*Don LUCA MAZZINGHI, parroco di San Romolo a Bivigliano (Fi), già Presidente della Associazione Biblica Italiana, è docente alla Pontificia Università Gregoriana.
Ha pubblicato numerosissimi articoli e libri nel campo degli studi biblici. 


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