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Franco Garelli "I mea culpa del Papa e la Chiesa al femminile"

3 Ottobre 2024

È una Chiesa penitente quella che martedì sera ha celebrato in San Pietro una veglia in preparazione dell'ultima tappa del Sinodo dei Vescovi, iniziato ieri in Vaticano. E molti si saranno chiesti il perché di un nuovo "mea culpa" ecclesiale prima di un evento (lungo un mese di preghiere, incontri, discernimento) dedicato a come mantenere unita la cattolicità, a evitare la frammentazione interna, a favorire l'inculturazione della fede cristiana nei vari continenti senza disperdere le comuni radici; in altri termini, a impedire che – in questo ramo del cristianesimo – l'"io" delle chiese nazionali abbia il sopravvento rispetto al "noi" della chiesa universale.

Questa immagine di una Chiesa che (moltiplicando il mercoledì santo) si cosparge il capo di cenere, non è un tic personale di Papa Francesco; né un lascito che gli deriva dai due predecessori che per primi hanno esposto i peccati della Chiesa sulla pubblica piazza (Benedetto XVI, ma soprattutto Papa Wojtyla). Nemmeno si può dire che in Bergoglio questa nuova auto-denuncia sia connessa alle durissime accuse ricevute (in quanto capo della Chiesa di Roma) nella sua recente visita in Belgio, per la portata dei crimini commessi dal clero pedofilo e per l'ignavia delle autorità religiose nel farvi fronte. Tra l'altro, ciò non ha impedito (come Domenico Agasso ci ha raccontato su La Stampa) a oltre 40.000 belgi di ricevere con gioia il Papa nello stadio di Bruxelles, espressione dunque di una folla anche perdonante, a fronte di un establishment solo giudicante. 

Papa Francesco è ben cosciente delle gravi colpe di una parte della sua Chiesa; al punto da porre il tema al centro di questo Sinodo generale dei Vescovi, incentrato appunto sulle questioni "calde" della collegialità, della sinodalità, di una corretta partecipazione di tutti (tenendo presenti i diversi ministeri e carismi) alla missione condivisa. Perché le sue convinzioni sono ad un tempo semplici e disarmanti. Non si dà rinnovamento della barca di Pietro se non c'è capacità di conversione, se non si torna al vangelo, senza cambiamento interiore. Solo così le strutture, le soluzioni organizzative, le relazioni tra le diverse "anime" ecclesiali potranno rispondere più alla logica del servizio che a quella del potere. 

È il clericalismo anzitutto a preoccupare il Papa, il cui warning fisso è che "i chierici non sono i capi, ma i pastori"; così come la Chiesa non è la padrona, ma la pastora/madre. Per cui sinodalità vuol dire dare ai laici il ruolo che loro spetta, permettere alle donne di contare nella Chiesa, proprio loro, per troppo tempo rese mute e succubi, specie nella vita consacrata. Ma la lotta al clericalismo è solo un primo passo per attuare la sinodalità. 

Nel linguaggio ecclesiastico, "sinodalità" significa una "Chiesa-popolo di Dio" che realizza in concreto il suo essere comunione, nel camminare insieme, nel riunirsi in assemblea, nel partecipare attivamente (con tutti i suoi membri) alla sua missione nel mondo. Da un lato, vi è la ricerca di una "forma-Chiesa" alleggerita dal peso gerarchico e accentratore del passato; dall'altro, si coglie nella domanda di partecipazione dal basso un segno dei tempi capace di vivificare una realtà umana e religiosa che ha un mandato unitario da svolgere nel mondo. Va da sé che queste aperture in atto nella cattolicità sono al centro di varie tensioni. È la Chiesa che si sta secolarizzando (queste le accuse dei gruppi più legati ad certa visione della tradizione), erodendo il potere e la responsabilità che Dio stesso avrebbe consegnato alle autorità religiose? O è una Chiesa che pur mantenendo una sua unità di fondo, pur riconoscendo il primato di Pietro, considera ormai tutti i suoi membri come persone adulte nella fede, aprendosi alle istanze partecipative oggi diffuse in ogni dove? Ecco il dilemma di fondo che aleggia su questo Sinodo della Chiesa universale. 

La posta in gioco è davvero rilevante. Come mantenere l'unità in una Chiesa che si compone di sensibilità e visioni diverse, nella quale coesistono chiese nazionali che affrontano problemi che altre chiese omologhe non avvertono o che affronterebbero diversamente? O come tenere insieme realtà ecclesiali che sui temi dei diritti individuali hanno posizioni di avanguardia a fronte di altre chiese radicate in contesti umani più tradizionali? E inoltre, come ci si confronta e si decide dentro la cattolicità? Papa Francesco è indomito nel sostenere che è bene che si parli di tutto nella Chiesa, che ognuno esprima il proprio parere, pur ribadendo che qui non si tratta di un'assemblea parlamentare, con maggioranze e minoranze schierate contro, ma di luoghi di confronto in cui "opera" lo Spirito. Ma fin dove può spingersi il confronto ecclesiale, sia nel Sinodo dei Vescovi in generale, sia nelle molte Assemblee in cui i chierici e i fedeli laici sono chiamati a partecipare nelle Chiese locali? Su quali temi e in quali momenti queste Assemblee possono avere un carattere deliberativo e non soltanto consultivo? 

L'esperienza sinodale pone dunque la Chiesa in un campo aperto, che non sembra tuttavia turbare più di tanto il Pontefice. Le divergenze si superano se prevale lo spirito di comunione, l'ascolto reciproco; se si scopre la ricchezza del camminare insieme. Del resto, egli ha avocato a sé alcune grandi questioni già dibattute in precedenti Sinodi (quali il diaconato femminile, le mutue relazioni tra religiosi e vescovi, le riforme strutturali nella Chiesa; e forse anche il sacerdozio femminile), per chiedere a gruppi di esperti un supplemento di studio e di riflessione da poi riversare nel dibattito ecclesiale. 

Ma la sufficiente serenità con cui il Papa guarda a queste dinamiche sembra avere un altro fondamento, si radica sul significato che egli attribuisce al suo pontificato. A suo dire, questo non è ancora per la Chiesa il tempo delle grandi decisioni, più plausibili forse con un pontefice meno in là con gli anni e dopo che "qualcuno" abbia preparato il terreno. Ecco, il ruolo di Francesco per il rinnovamento della Chiesa pare proprio questo: dissodare la vigna del Signore, avviare "processi" – come egli ama dire – che possano prefigurare nuovi sviluppi e orizzonti, fare dei passi in avanti che spingano tutti a sporgersi oltre gli steccati, ma senza produrre rotture irreparabili. Magari coltivando l'idea che nulla sarà come prima.


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