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Lidia Maggi "Un discepolo mancato"

organo di informazione delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia

18 ottobre 2024

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio». (Marco 10, 17-27)


Gesù è l’uomo che cammina. Gesù si muove in direzione di Gerico, mentre scende verso la città a più bassa altitudine del pianeta, mentre Gesù scende, le sue parole sprofondano dentro di noi e scavano solchi negli abissi del cuore. E rimettono tutto in discussione. 

Siamo proprio sicuri di aver capito chi sia Lui? E che cosa significhi mettersi al suo seguito come discepoli e discepole? Il vangelo ci racconta di un tale che aveva molti beni. Lo presenta come un personaggio anonimo: e noi che leggiamo comprendiamo subito che quell’assenza del nome proprio rappresenta lo spazio vuoto, l’unico vuoto in questa storia di troppi pieni, in cui dobbiamo mettere il nostro nome. Si tratta di noi, e non solo di quel tale! E la nostra reazione di pelle ci porta a dire che possiamo identificarci con questa figura positiva. Pone la domanda giusta, che va al cuore di ciò che è essenziale per non sprecare l’esistenza: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Domanda da un milione di dollari: sapere cosa fare per vivere una vita che duri, che abbia senso, pienezza. Domanda formulata cercando con urgenza, affannosamente l’interlocutore e gettandosi in ginocchio davanti a Lui. Come dire: oltre alla domanda, è tutta la postura esistenziale a mostrare quanto conta quell’interrogativo, il coinvolgimento profondo di chi lo formula. E poi, di fronte alla controdomanda del Maestro – tu sai i comandamenti – ecco che veniamo a sapere tutta la giustizia di quell’esistenza: Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù. 

Capiamo bene lo sguardo amorevole di Gesù per questo uomo giusto e, allo stesso tempo, desideroso di capire meglio come sperimentare una vita piena. 

In costui ci sono tutte le qualità necessarie per assumerlo come modello positivo. Se per l’evangelista Marco i discepoli storici di Gesù non sono in grado di mostrare cosa debba essere un vero discepolo, dal momento che non comprendono il loro Maestro, non ne sono all’altezza, forse la figura ideale, in grado di mostrarci che cosa significhi mettersi al seguito di Gesù, è proprio questo tale, protagonista della nostra scena. Per cui rimaniamo spiazzati nel leggere l’esito di quell’incontro. Gesù, fissatolo negli occhi l’amò. L’amore, nemmeno l’amore basta a convincere l’uomo a rispondere alla chiamata ricevuta. Gesù qui fallisce. Non riesce a far breccia nel cuore di quell’uomo in ricerca. Gli chiede di mettersi al suo seguito, di diventare suo discepolo e questi se ne va triste. 

Non lo segue gioioso per la via. L’amore non basta. 

Lo sanno bene i genitori con i propri figli. L’amore è importante, essere riconosciuti, amati è vitale, ma non basta... e Gesù, probabilmente, lo impara qui, con un uomo in ricerca, che ha la giusta inquietudine eppure non riesce a lasciarsi cercare. Un discepolo fallito. Se neanche lui, l’uomo giusto e fedele, che va incontro a Gesù e gli domanda la Parola di vita, può essere identificato con il discepolo ideale, chi mai potrà esserlo? Per essere discepoli non bastano le parole esatte di Pietro che confessa Gesù come il Cristo; ma neanche il retto agire del nostro uomo risulta sufficiente. C’è sempre un troppo – troppe parole, troppa giustizia, troppi beni – un troppo che, paradossalmente, costituisce una mancanza. Il racconto di Marco non fa sconti a nessuno. Imperterrito insiste lungo la via negativa: non è nemmeno costui ad essere all’altezza di Gesù. E noi che, almeno all’inizio del racconto, abbiamo pensato di poterci identificare con lui, comprendiamo di essere caduti in una felice trappola: anche noi sperimentiamo l’andarcene via tristi dal Maestro a motivo del troppo che non ci consente la libertà della sequela. Troppe parole, troppi beni, troppa giustizia, troppo tutto. Persino troppo Dio. 

In sintonia col procedere di Marco, il grande mistico Meister Eckhart pregava Dio perché lo liberasse da Dio! Per essere discepoli e discepole occorre svuotarsi, aprirsi all’inatteso. Se giochi in difesa, la partita è persa in partenza.

 

preghiera 

Non siamo che mendicanti; ma non lo ammetteremmo mai. 

Ci aggrappiamo a tutto, pur di mostrarci sicuri, padroni di noi stessi, persone che hanno tutto sotto controllo. 

Com’è difficile mollare la presa, svuotarci del troppo che ci impedisce di vivere. 

Tu, o Signore, che ti sei svuotato persino della tua divinità, e ti sei fatto simile a un servo, insegnaci quella debolezza che ci rende forti, quella fragilità che ci rende vivi.

Mostraci la via che ci strappa alla tristezza. 

Amen.


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