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Luigi Ciotti: sciopero della fame per i migranti e per tutte le vittime del mare


Intervista a
 Luigi Ciotti 
Avvenire 

22 ottobre 2024

Don Luigi Ciotti: serve un atto d'amore nei loro confronti, come chiesero Gandhi e Capitini. Le leggi ingiuste? Ricordiamoci dell'obiezione di coscienza cara a don Milani


Un grande sciopero della fame «come quelli di Gandhi e Capitini, per i diritti dei più deboli, in primo luogo i migranti che perdono la vita in mare, ma anche per i morti sul lavoro, per le vittime della violenza mafiosa, per chi è stato spazzato via per il proprio impegno nella ricerca della giustizia». 

Lo propone don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, al termine di “Contromafiecorruzione”, il grande evento che si è tenuto nei giorni scorsi a Vibo Valentia. «I migranti - insiste - perdono i loro corpi per raggiungere la vita, noi vogliamo spendere un po’ della nostra vita, dei nostri corpi, per condividere, per lottare insieme». 

Don Luigi, sta pensando alla vicenda dei migranti portati in Albania? 

Guardando alle vicende di questi giorni ho pensato che anche noi come Gandhi, come Capitini, con un atto d’amore, pensando alla fame delle persone migranti, potremmo essere capaci di uno sciopero della fame. Se non cambiano le cose possiamo mettere la nostra vita, come altri l’hanno sacrificata, per ottenere il cambiamento. Anche i martiri donavano il loro corpo. Ma deve diventare davvero una coralità. Qualche milione di italiani che cominci uno sciopero della fame vero, concreto, perché altri hanno perso la vita e la stanno perdendo per meccanismi ingiusti. Un modo non violento di graffiare la coscienza di chi ha le responsabilità, modificando quei meccanismi che calpestano la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Costituzione. Se no saranno solo parole. Invece dobbiamo lottare usando il nostro corpo. Ma anche con l’obiezione di coscienza alle leggi ingiuste, come quelle contro i migranti. 

Ma quali sono le leggi ingiuste? 

Diceva don Lorenzo Milani: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è obbedirla. Posso solo dire loro che dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservare quando sono giuste, cioè quando sono la forza del debole. Quando invece vedranno che non sono giuste, cioè quando non sanzionano il sopruso del forte, essi dovranno battersi perché siano cambiate e quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza, cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede». Non possiamo stare zitti e non possiamo soprattutto restare inerti. È difficile, ma ne vale la pena. 

Solo disobbedienza? 

Dobbiamo lottare per equiparare i diritti e i doveri di chiunque vive sul territorio del nostro Paese, dobbiamo salvare l’ambiente dal declino e dalla potenziale distruzione, che porta tanti migranti a fuggire dai loro Paesi. Dobbiamo lottare contro le disuguaglianze sociali e tutto ciò che rischia di farle aumentare. Urge mettere argini per evitare di cadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le Costituzioni sono nate. Occorre fermare la deriva etica di un pezzo di Mondo che abbandona alla deriva l’Umanità più povera, più fragile. C’è bisogno di una società più inclusiva, evitare le politiche autoritarie che mettono a repentaglio le condizioni della democrazia. 

E questo lo vede anche in Italia? 

Ogni giorno tirano fuori delle cose che allargano questa emorragia di umanità. Una situazione vergognosa ma nel Paese non c’è un sussulto sufficiente. 

E torna lo scontro tra politica e magistratura. 

In primo luogo voglio sottolineare il grande, immenso impegno della magistratura. È evidente l’attacco di parte della politica perché la magistratura li inchioda al contenuto delle leggi. Ci sono dei segnali inquietanti, come quello di vincolarla. Vogliono che i magistrati obbediscano. La politica decide e i magistrati devono obbedire. C’è poi un attacco personale ad alcuni magistrati. Non si era mai visto con tale violenza. 

Mentre in mare si continua a morire. 

Questa rischia di essere una civiltà che non riconosce la morte ma che finisce per infliggerla agli altri e si permette di essere spettatrice. C’è un’assuefazione. Penso alla morte di chi è lasciato nudo, affamato su un barcone alla deriva, perché dall’altra parte c’è qualcuno che si sente onnipotente, immortale e quindi si può permettere di creare meccanismi che creano morte. Abbiamo nelle nostre orecchie e nella nostra coscienza le urla dei naufraghi. Quelle urla che ci fanno parlare. Alcune volte siamo chiamati ad alzare la voce, ci viene spontaneo perché desideriamo che qualcuno senta. Ma non basta udire, bisogna ascoltare. Ha ragione Papa Francesco quando dice che bisogna ascoltare con l’orecchio del cuore. 

Cosa chiedere alla politica? 

Quello che chiediamo alla politica, alzando la voce, è che si blocchi questa emorragia di umanità. Non dobbiamo tacere, non possiamo diventare complici di tutto questo sulla pelle di tanti poveri. E dobbiamo sentirli “cosa nostra”, condividere la loro sorte, farla un po’ nostra, se non che razza di persone siamo. 

Quale può e deve essere il ruolo della Chiesa? 

Rispondo con le parole di un grande Pastore, don Tonino Bello. «Perché non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all’Ostensorio ma in base all’attenzione che sapremo porre al corpo e al sangue degli ultimi, dei poveri, dei migranti. Tanto ci impedisce di scorgere il corpo di Cristo nei Tabernacoli scomodi della miseria, del bisogno, della sofferenza, della solitudine, delle frontiere blindate, laddove c’è ricatto, estorsioni, violenza».


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