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Gianfranco Ravasi «Creazione ed evoluzione»



10 ottobre 2024 

Uno degli orizzonti più complessi, ma anche più praticati ai nostri giorni, è quello del rapporto tra fede e scienza e, quindi, anche tra Bibbia e ricerca scientifica. Quello che noi possiamo ora proporre è solo uno spunto, considerati i limiti della nostra rubrica. Vorremmo, perciò, dedicare queste poche righe a un tema imponente come una montagna, quello della compatibilità tra l’evoluzione della specie umana e la dottrina della creazione, così come è definita nei primi tre capitoli della Genesi e sviluppata nella riflessione teologica.

Come è noto, lo scienziato inglese Charles Darwin, dopo una lunga ricerca in vari mari e una sosta decisiva alle isole Galapagos nel Pacifico, simili a un giardino zoologico arcaico, aveva pubblicato nel 1859 il celebre saggio L’origine della specie per selezione naturale. In esso ricostruiva il processo della vita fisica che si evolve (donde il termine «evoluzione») in forme sempre più complesse, da gradini inferiori, attraverso una selezione che privilegia le specie più dotate e abili nel sopravvivere. 

Questo schema fu da lui applicato anche alla specie umana che, attraverso una serie di modificazioni, da livelli inferiori giungeva all’ominizzazione. La reazione dei teologi di allora (ma non solo) fu aspra perché essi gli opponevano appunto il racconto della creazione diretta dell’uomo da parte di Dio (il cosiddetto «creazionismo» in antitesi all’«evoluzionismo»). In realtà, era necessario impostare meglio la distinzione dei due approcci, senza incursioni di campo reciproche. 

È ciò che, invece, accade con gli sconfinamenti e la confusione dei due ambiti di ricerca. Da un lato, c’è stato da parte di alcuni teologi un uso dei testi sacri per giustificare “scientificamente” l’atto creativo e la natura della persona umana. D’altro lato, alcuni scienziati, adottando l’evoluzione come teoria globale, respingevano ogni interpretazione metafisica, spirituale e teologica della realtà umana. 

In verità, le due prospettive della scienza e della teologia sono distinte e presentano dimensioni diverse dell’uomo; non sono, quindi, incompatibili perché si muovono su piani differenti e rivelano qualità entrambe importanti: per la scienza, lo sviluppo biologico dell’essere umano attraverso un lungo processo evolutivo; per la teologia l’accendersi in lui dell’anima, della coscienza, della libertà, dell’esperienza estetica e spirituale. È su questo secondo aspetto che si impegnano sia le pagine bibliche, sia la ricerca filosofico-teologica, rispettando l’analisi che lo scienziato conduce sulla struttura fisica umana nel suo configurarsi progressivo. 

La lezione di Galileo Galilei è stata decisiva nel definire la «verità» che ci vuole insegnare la Bibbia: essa non è di tipo scientifico ma, come egli scriveva all’abate benedettino Benedetto Castelli, è quella «necessaria alla salute», cioè alla salvezza dell’umanità. È ciò che aveva già intuito sant’Agostino quando, commentando proprio la Genesi, affermava che «nel Vangelo non si legge che il Signore avrebbe detto: Vi manderò il Paraclito che vi insegnerà come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani e non dei matematici ». E il Concilio Vaticano II ribadirà: «I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (Dei Verbum n. 11).

 

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