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Gianfranco Ravasi «Se Cristo tenesse oggi in piazza il discorso delle beatitudini, arriverebbe la Digos a chiedergli i documenti»

«Alle medie mi innamorai di una mia compagna. 
Dialogai su Dio con Cuccia. 
La morte un po’ mi turba» 

Intervista a Gianfranco Ravasi a cura di Aldo Cazzullo

Corriere20 ottobre 2024

Cardinale Ravasi, se dovesse spiegare l’immortalità, la vita eterna, come farebbe? 
«Ci sono due strade. La prima è quella filosofica. Già Platone sostiene che la persona umana ha anche una dimensione trascendente: l’anima non può decomporsi, né morire. E l’autore della Sapienza, uno dei libri della Bibbia, conosceva Platone». 

«Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà». 
«Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità». 

E la seconda strada per spiegare l’aldilà, qual è? 
«È quella teologica. Mistica. Siamo usciti dalle mani di un Creatore, e allo stesso modo veniamo raccolti dal Creatore, che ci introduce all’interno di un nuovo Essere trascendente. Supereremo le categorie del tempo e dello spazio. San Paolo parla appunto di “nuova creazione”». 

E ritroveremo le persone care? 
«Certo. Entreremo nel divino, restando noi stessi». 

Noi cristiani però abbiamo una variante complessa: non solo l’immortalità dell’anima, ma pure la resurrezione della carne. 
«È vero io non ho un corpo, lei non ha un corpo, i lettori del Corriere non hanno un corpo; ognuno di noi è un corpo. Per questo la Chiesa è così severa sull’aborto: siamo tutti fatti dalle mani di Dio, sin dal concepimento. E non abbiamo un unico canale di conoscenza. La persona umana non conosce solo con la ragione o con la via sperimentale». 

Cosa intende? 
«Prenda l’innamoramento. Pensi al volto di una persona che ama. Ha una serie di caratteristiche biologiche, fenomeniche. Ma lei non si è innamorato di quelle». 

Certo, altrimenti tutti sarebbero innamorati delle stesse tre o quattro attrici. 
«Lei si è innamorato di un dettaglio e di un aspetto che a lei ha detto qualcosa che non ha detto ad altri». 

E lei cardinal Ravasi si è mai innamorato? 
«Sì, con l’ingenuità di uno scolaro delle medie. Era una delle due ragazzine della classe. Ma la dimensione estetica della conoscenza non si limita all’amore: pensi all’arte, alla poesia, alla musica. Chi va a vedere un quadro di Caravaggio, non può uscirne indenne». 

Anni fa, indicato come vescovo di Assisi, sarebbe stato fermato dalla Congregazione, per il titolo di un suo articolo sul Sole 24Ore: «Gesù non è risorto, si è innalzato». 
«Per fortuna l’allora Card. Ratzinger lesse l’articolo e non solo il titolo, che non era mio, e non vi trovò nulla di errato. Infatti, la risurrezione non è una semplice rianimazione di un cadavere. Non significa far rivivere un corpo che morirà un’altra volta. Nella Bibbia ci sono due modelli di rappresentazione della realtà della risurrezione di Cristo: il “risveglio” (questo è il valore del verbo greco della “risurrezione”) e, appunto, l’“innalzamento”». 

Qual è il risveglio? 
«La visione di Ezechiele: le “ossa inaridite” ricompongono un corpo e riprendono vita nella loro identità, come si diceva riguardo al corpo. Ma Gesù non si “risveglia” soltanto dalla morte; ascende al cielo. Non è un fatto astronautico, ascendere non significa andare in alto, bensì entrare nell’infinito, nell’eterno di Dio. Lo dice Gesù stesso: “Quando sarò innalzato da terra, tutti attirerò a me”». 

Lei ora ha scritto una biografia di San Paolo, intitolata «Ero un blasfemo, un persecutore e un violento». 
«È lui stesso a presentarsi così nella Prima Lettera al suo discepolo Timoteo. Daniel Marguerat lo definisce invece l’enfant terrible del cristianesimo». 

Lei cita altri due libri, di Riccardo Calimani e Corrado Augias, in cui Paolo viene definito l’inventore del cristianesimo. Però non è d’accordo. Perché? 
«A Paolo si deve senz’altro un sistema di pensiero, un linguaggio comprensibile a tutti: parla e scrive in greco, che nell’impero romano era l’equivalente dell’inglese di oggi, anzi crea un “suo” greco. E gli si deve un progetto pastorale che ha, però, il suo centro solo in Cristo». 

Portare il cristianesimo ovunque e a tutti. 
«Sì, un progetto operativo internazionale, globale, attraverso le strade e le navi. Non a caso Paolo va a Roma, dove muore ed è sepolto. Pasolini voleva fare un film su di lui, ambientato a Roma, Berlino, Londra, New York. Però Paolo si fonda sempre sull’evento Gesù Cristo morto e risorto, centrale anche nei Vangeli». 

Molti, non solo tra gli ebrei, sostengono che Gesù non voleva affatto fondare una religione. 
«Gesù era un ebreo osservante, ha i piedi piantati nel giudaismo, dice di essere stato “mandato per le pecore perdute nella casa di Israele”. A volte però sovverte i rituali, rompe l’ortodossia: talora non osserva il sabato, mangia quel che gli capita senza badare alle proibizioni, caccia i mercanti dal tempio. Ma è con il discorso delle beatitudini che il suo messaggio diventa universale e trascendente, ribaltando le categorie diffuse». 

«Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati». 
«E Gesù porta alle estreme conseguenze questo messaggio rivoluzionario, con la sua morte e la sua ascensione, che trasfigura tutta la realtà e tutto l’essere. Come scrive san Paolo ai Romani: “La creazione stessa attende con impazienza la trasfigurazione dei figli di Dio». 

Ma lei nel libro cita anche il passo del romanzo di Kazantzakis e del film di Scorsese, L’ultima tentazione di Cristo, in cui Paolo quasi irride Gesù, dicendogli «il mio Gesù è molto diverso da te, molto più forte e potente». 
«Ma quella scena non è reale. È un’allucinazione di Gesù, che sulla croce immagina di poter vivere una vita normale. E’ l’ultima tentazione, appunto. Che Gesù respinge, scegliendo di morire per amore sulla croce. E poi i Vangeli non sono verbali storici. Non sappiamo neppure quanto sia durata la vita pubblica di Gesù: Giovanni parla di tre Pasque, quindi tre anni; gli altri non ne fanno cenno, e si concentrano soprattutto sui tre ultimi giorni della sua vita, la passione e la resurrezione. I Vangeli presentano sistematicamente il Gesù storico ma lo interpretano secondo una visione teologica, trascendente incentrata sul Cristo glorioso». 

L’amore c’è già nell’Antico Testamento. La legge di Mosè dice: se incontri il tuo nemico il cui asino è stramazzato sotto il peso, fermati e aiutalo. 
«Certo. Ma un conto è un gesto di solidarietà umana, un altro il sacrificio di sé. Una cosa è rialzare l’asino del nemico; un’altra è perdonare e persino sacrificarsi per amore di tutti, nemici compresi». 

Molti teologi e filosofi fanno risalire a Paolo l’idea della grazia, della predestinazione: le opere non sono la causa della salvezza, ne sono il frutto. 
«Paolo non nega la libertà dell’uomo; lo mette in guardia dalla pretesa di salvarsi da sé. Per lui l’uomo è limitato, caduco, peccatore. Pretendere di salvarsi senza Dio attraverso la mera osservanza dei precetti della legge è come tendere le mani verso l’alto per salvarsi mentre si affonda nelle sabbie mobili. Certo, è necessario tendere le mani con la nostra libertà; ma serve che Dio le afferri, e ci salvi». 

Lei ha paura della morte? 
«Un po’ sì. L’altro giorno pensavo a dove vorrei essere sepolto. Questa idea del sepolcro, della gente che ci passerà davanti mentre non ci sarò più, mi ha turbato». 

Dove vorrebbe essere sepolto? 
«Nella chiesa di cui sono titolare a Roma come cardinale, San Giorgio in Velabro, nel cuore della città, dove secondo la tradizione il pastore Faustolo ritrovò Romolo e Remo. Oppure fuori di una chiesetta di Bellagio, sul lago, dove vado d’estate ormai da tanti anni». 

Lei non è romano, è lombardo. 
«Brianzolo di Merate. Il mio primo ricordo è il rossore nel cielo di Milano sotto i bombardamenti. Con mia mamma sfollammo a Santa Maria Hoè. Passai il primo anno della mia vita a piangere: lasciavo intravedere un’indole pessimista, diversa da quella di oggi. Papà era antifascista. Fu mandato a combattere in Sicilia in prima linea. Disertò, con molti altri. Tornò a casa a piedi, ci mise un anno e mezzo». 

Una zona di fede. La terra di Papa Pio XI e di don Giussani. 
«Se la domenica mattina qualcuno avesse sorvolato la Brianza in elicottero, avrebbe visto i contadini e gli operai confluire da tutte le strade verso le chiese. Lo stesso valeva per Milano. Il foglio 119 del Codice Atlantico di Leonardo, che ho custodito per tanti anni come Prefetto dell’Ambrosiana, mostra Milano vista dall’alto, a volo d’uccello. Un volo che parte a raggera dal Duomo». 

E adesso? 
«Oggi Milano dall’alto è multicentrica. Raccolta attorno a gruppi di grattacieli». 

Come trova la Milano di oggi? 
«Una città europea, molto più di Roma. Entrambe vivono l’esperienza della secolarizzazione. Se Cristo tenesse oggi in piazza il discorso delle beatitudini, arriverebbe la Digos a chiedergli i documenti. Eppure l’ultima guida della diocesi di Milano, stampata nel 2018 (ora è tutto on line), con l’elenco delle parrocchie e delle associazioni, superava le mille pagine. Saremo minoranza, noi cattolici; ma, a duemila anni dai tempi di Paolo, siamo ancora qui, come una spina nel fianco, a provocare, o come un seme, per usare un’immagine di Gesù». 

Provocare? 
«Gesù gira in pessima compagnia: prostitute, peccatori, apostoli che lo tradiscono. E muore in croce: la morte del sedizioso, del terrorista, dello schiavo. Il messaggio del cristianesimo è provocatorio. Il Vangelo non ha nulla di tranquillizzante». 

Cosa pensa dei politici che si proclamano difensori di Dio e agitano rosari e crocefissi? 
«In realtà questa non è necessariamente fede. Usare Dio è pericoloso, come lo è strumentalizzare simboli che conservano una potenza straordinaria e proprio per questo non vanno sfregiati impugnandoli a fini estrinseci; ma piuttosto devono essere testimoniati nel loro messaggio di amore e di verità». 

Lei però è il fondatore del Cortile dei Gentili, dove dialogano credenti e non credenti. 
«Mi è accaduto spesso di dialogare con personaggi insospettabili. All’Ambrosiana venivano sovente a trovarmi, ad esempio, Umberto Eco, Alda Merini e persino Enrico Cuccia, che aveva una fede siciliana, tradizionale, antica. Anche Ciampi del resto era un cattolico praticante. Potrei evocare una lunga lista di figure rilevanti della cultura, della politica e della società, non credenti, che hanno dialogato e dialogano con me. Noto è stato il mio rapporto con il presidente Giorgio Napolitano». 

Lei ama ricordare il recupero dell’Ambrosiana. 
«Valeva 47 miliardi di lire; alla Chiesa non è costato un centesimo, li hanno pagati tutti i milanesi, dalla Fondazione Cariplo, fino a quei genitori che mi pregarono di dare a un codice restaurato col loro contributo il nome del figlio morto di droga. A Roma, per salvare gli affreschi delle Catacombe dei santi Marcellino e Pietro, ho dovuto chiedere aiuto all’Azerbaigian, un paese musulmano sciita. Milano resta una città straordinaria, per socialità e generosità». 

Lei ha studiato a Gerusalemme, come il suo maestro, il cardinal Martini. Cosa ne sarà? 
«Gerusalemme è fondata su tre pietre: il Muro del Pianto, il Santo Sepolcro, la Cupola della Roccia, da dove Maometto ascese al cielo. Ma le pietre di Gerusalemme sono striate di sangue. L’odio si è incistito, domina, imperversa. Eppure Isaia scrive che un giorno verso Gerusalemme convergeranno in pace tutti i popoli della terra. È questa la fiaccola della speranza che non dev’essere mai spenta, anche nel buio di questi giorni».


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