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Massimo Recalcati "Ama il tuo nemico come te stesso"

 17 ottobre 2024 

Il comandamento del Vangelo non concepisce il “prossimo” come il “simile”, ma come l’altro da sé. È questo l’aspetto più scabroso dell’insegnamento di Gesù, puntualizzato da Nietzsche.


L’amore cristiano per il prossimo dichiarato da Gesù come comandamento fondamentale dell’Evangelo e di fronte al quale indietreggia inorridito Freud, viene, in realtà, già annunciato, com’è noto, nella Torah. In particolare nei versetti del Levitico (19, 18): «ama il tuo prossimo come te stesso». Nondimeno, poco più avanti, la ripresa di questo precetto fondamentale diviene ancora più radicale. Si tratta di uno spostamento d’accento significativo che verrà ripreso e enfatizzato proprio dalla predicazione di Gesù. Il riferimento adesso è allo “straniero”. «Lo straniero che risiede con voi sia per voi come chi è nato tra voi. Lo amerai come te stesso, perché anche voi foste stranieri in terra d’Egitto» (19, 34). Questa specificazione ulteriore dell’amore per il prossimo come amore per lo straniero è di notevole importanza poiché l’amore non investe tanto il prossimo come figura di colui che ci sta accanto, come il vicino o come il soccorritore, ma in quanto sconosciuto, lontano, straniero appunto. Con l’aggiunta altrettanto capitale che questo straniero non è solo colui che viene da fuori ma anche colui che in me è straniero. Il primo atto di fratellanza che incarna l’amore per il prossimo è, dunque, un atto che devo rivolgere allo straniero interno, al mio essere straniero a me stesso. Colui che non sa accogliere questa intimità sconosciuta non è predisposto all’amore per il prossimo. Si tratta di una precisazione che viene radicalizzata dal magistero di Gesù per il quale l’amore per il prossimo non è affatto un amore che si fonda sul reciproco rispecchiamento quanto su di una dissimmetria fondamentale. Il prossimo non va infatti confuso con il simile, con l’identico, con l’eguale. Tutto al contrario. 
È la sua scandalosa interpretazione del comandamento del Levitico .Se, infatti, uno amasse chi lo ama, se amasse chi già gli vuole bene che merito avrebbe? Il vero salto è quello di concepire il prossimo non come il “simile” ma come il “remoto”. È una puntualizzazione che si trova in Così parlò Zarathustra di Nietzsche: solo se l’amore è per il remoto e non per il vicino esso si rivela davvero amore per il prossimo. Ecco perché Gesù nella sua lettura radicale della Torah interpreta l’amore per il prossimo come l’amore per il forestiero, per lo straniero, per chi non è di casa e, in ultima istanza, per il nemico. 
Perché è questa la radice più scabrosa dell’amore. Non amare chi è a nostra disposizione, chi resta accanto a noi, chi ci è vicino. Non amare la sua presenza empatica, la sua prossimità, la sua rassicurazione. Ma amare il prossimo come la parte più straniera di me stesso e dell’Altro, amare la sua alterità, quella più profonda e incondivisibile. Quella stessa alterità che Gesù nella sua testimonianza umana ha saputo incarnare quando, per esempio, ricorda ai suoi di non essere venuto per restare ma per andarsene o quando, nel tempo della sua resurrezione, si rivolge a Maria Maddalena ricordandole che non può più toccarlo (Noli me tangere ).Testimonianza radicale dell’impossibilità di concepire l’amore come appropriazione, fusione, identificazione narcisistica al simile. È quello che Freud non comprende: l’amore per il prossimo non è amore per colui che mi è indifferente, ma per lo sconosciuto che è in me e in chi mi sta accanto, per lo straniero che io stesso sono presso me stesso e per il tratto sempre inappropriabile della libertà assoluta dell’Altro. 
Diversamente dal mito platonico di Eros nell’amore per il prossimo come amore per il nemico non si dà nessuna riconciliazione possibile, nessuna ricomposizione dialettica della scissione, nessuna armonia pacificata. 

L’orizzonte della fratellanza si inaugura infatti, già nel racconto della Torah, con l’atto fratricida commesso da Caino: il fratello è innanzitutto un intruso e un usurpatore. L’odio precede così l’amore perché esprime il rifiuto della condivisione, della presenza dell’Altro che non è a mia disposizione. Non a caso la guerra si scatena sempre a partire da un sentimento di violazione dei propri confini. Non può di conseguenza essere la sostanza del sangue a fondare la fratellanza, a garantire la conversione dell’odio nell’amore. Non a caso quando la Bibbia racconta i legami fraterni racconta sempre dei fallimenti traumatici. Non solo quello tra Caino e Abele ma anche quello tra Esaù e Giacobbe, quello tra Giuseppe e i suoi fratelli o quello tra il figliol prodigo e il suo fratello maggiore. La logica del sangue e della discendenza non è sufficiente a fondare l’amore per il prossimo come nucleo insormontabile di ogni possibile fratellanza. 
È necessario uno scatto ulteriore, uno sforzo differente. La necessità della biologia – l’identità del suolo e del sangue – sono sempre illusioni pericolose come ha mostrato in modo terrificante la stagione dei totalitarismi novecenteschi. Gesù ci aveva allertati: «chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? ». L’identità del sangue non può mai essere l’ultima parola sulla fratellanza. Anzi, per certi versi, essa è un ostacolo all’istituzione dell’amore come amore per la differenza irriducibile dell’Altro. 
Perché questo indica l’amore per il nemico affermato scandalosamente da Gesù: ama chi non è tuo, chi non è come te, chi non è a tua disposizione, ama la distanza che lo separa da te, ama che se ne vada, che non resti, che non sia qui, che non ti appartenga mai. Stravolgimento radicale di ogni simmetria e di ogni reciprocità speculare. Per questa ragione egli ricorda che l’atto d’amore è sempre a fondo perduto. Non si realizza nell’essere ricambiato ma nel suo spendersi senza misura, illimitatamente, senza interessi. Ecco perché la vera gloria non è mai dell’amato ma dell’amante.


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