Massimo Recalcati "Il narcisismo bellico di Putin"

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La Repubblica, 31 marzo 2022 

Franco Fornari, uno degli psicoanalisti italiani più autorevoli e originali della seconda metà del secolo scorso, ha definito la guerra come una «elaborazione solo paranoica del lutto». Mentre il lutto implica un dolore e uno sconforto profondi legati alla perdita di un oggetto amato — una persona cara, un ideale, un territorio, una identità — e il difficile e tortuoso lavoro della sua elaborazione, la paranoia sarebbe, al contrario, un modo per rigettare sullo straniero o sul nemico la responsabilità di questa perdita negandone infine l’esistenza. 

Esemplare l’analogia, ricavata dagli studi di etnologia, proposta da Fornari: se accade che in una tribù muoia improvvisamente il figlio del re, anziché elaborare questo lutto atroce si preferisce scatenare una guerra contro la tribù confinante attribuendo al suo sciamano la responsabilità di quella morte. 
Al posto del lavoro doloroso del lutto si scatena la violenza della guerra: il dolore interno per la perdita avvenuta si trasfigura in una pulsione aggressiva rivolta all’esterno. In questo senso la guerra assomiglia ad una allucinazione: si persegue la “via più breve” della violenza evitando quella “più lunga” della parola che implica il tortuoso cammino simbolico del lutto. Tradotto in termini più attuali: alla “via lunga” della diplomazia e della mediazione si preferisce quella breve di una soluzione (la guerra) che vorrebbe abolire ogni interlocuzione. 

La legge della forza si sostituisce così a quella della parola. È proprio per questa ragione che la democrazia porta nel suo cuore una profonda esperienza collettiva del lutto. Quale? Non esiste una solo lingua, non esiste un solo popolo, non esiste una sola interpretazione della verità. Diversamente tutti i regimi non democratici sono tendenzialmente sospinti verso la guerra perché, rigettando il difficile lavoro del lutto, perseguono una realizzazione della verità che esclude forzatamente la divergenza e il pluralismo imposti dalla legge della parola. Per i regimi non democratici, infatti, l’esistenza dello straniero coincide con quella del nemico. La guerra tende ad annichilare l’ostilità del mondo esterno mirando ad uniformare la vita in un solo mondo. Al pensiero democratico dell’integrazione si sostituisce quello autocratico della scissione; all’arte della diplomazia e della mediazione quella del sopruso e della violenza bellica. 

Non è forse quello che sta accadendo anche in questa ultima sanguinosa guerra? Anziché procedere nell’elaborazione collettiva del lutto per la perdita della grande Russia e dei suoi territori dovuta all’inarrestabile attrazione dei popoli verso la libertà e la democrazia, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, anziché accettare, appunto, il lutto necessario imposto dalla democrazia (non esiste un solo popolo, una sola lingua, una sola verità), il miraggio autocratico di Putin si rivela fatalmente nostalgico, ancorato all’idea di un Impero separato dal mondo che egli intende restaurare nelle sue fondamenta. Con la complicazione ulteriore che il suo rifiuto del lutto non provoca solo l’aggressione di un Paese (l’Ucraina) considerato come un proprio territorio ingiustamente perduto, ma evoca la minaccia del ricorso all’arma atomica. Qui si vede bene la radice autodistruttiva del narcisismo umano sulla quale la psicoanalisi ha sempre scabrosamente insistito: l’estrema affermazione della propria potenza di controllo — la bomba atomica — coincide con l’estremo rischio di perdita di ogni controllo e di autoannientamento. Distruttività e autodistruttività sono, infatti, sempre legate come il retro e il verso di uno stesso foglio. Si vede drammaticamente nella bomba atomica: l’immenso potere di questo ordigno di guerra mentre assegna una potenza illimitata a chi lo detiene, lo lega altresì ad un fatale destino di auto-annichilimento. Lo strumento della distruzione rivela così la sua cifra pienamente autodistruttiva. 

È la vocazione profondamente suicidaria di ogni narcisismo maligno: l’affermazione illimitata di se stessi coincide con la propria autodistruzione. Se Freud aveva messo in luce come in ogni guerra la morte esce dall’oblio seminando angoscia e rivelando la nostra natura più vulnerabile, nella minaccia atomica non è solo lo spettro della nostra morte a venire evocato, ma la fine del mondo in quanto tale. 
Se agli occhi di Freud la Prima guerra mondiale aveva animato la più radicale angoscia di castrazione, in questo difficilissimo passaggio storico viene promossa un’angoscia profondamente psicotica. La possibilità di una declinazione atomica della guerra non ci fa solo sentire impotenti — accade nello scoppio di ogni guerra convenzionale — ma mette a rischio, come avviene in un vero e proprio delirio psicotico di “fine del mondo”, la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta.
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