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Anna Maria Cànopi "Nel silenzio di Maria l'attesa di ogni croce"

3 aprile 2022

Nel Triduo pasquale celebriamo il compimento del disegno divino, l’amore che rigenera ogni vita In questo inedito madre Cànopi invita a vivere la speranza nel Figlio al fianco della Madre.

Anticipiamo l'inedito di madre Anna Maria Cànopi pubblicato nel nuovo numero di “Luoghi dell'Infinito”, in edicola da domani, e dedicato a "La Passione e le arti".

«Quando venne l’ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: “Ho ardentemente desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione…”» (Lc 22,14-15). Tutta la vita di Gesù Cristo gravita verso questa ora; ogni atto, ogni gesto, ogni parola la prefigurano. Nell’ora del battesimo sulle rive del Giordano, Egli è indicato alle folle da Giovanni Battista come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29). Nel suo primo “segno” compiuto alle nozze di Cana (Gv 2,1-11), mutando l’acqua in vino, anticipa il dono del suo sangue versato sulla croce per la purificazione del mondo. Il miracolo della moltiplicazione dei pani è segno dell’Eucaristia, Pane di vita per la salvezza di tutta l’umanità (Gv 6,1-58).

Dall’infanzia alla morte, tutto è da lui vissuto e compiuto come oblazione, come offerta di se stesso, in totale adesione al disegno salvifico del Padre. Di questo si è ben accorta la Vergine Maria che a Cana, con l’autorevolezza della sua divina maternità, anticipa quell’ora e già vi entra come discepola silenziosa e fedele, seguendo il Figlio, passo passo, fino al Calvario, là dove diviene Madre della Chiesa.

Entriamo con lei nel cuore di questo sconvolgente mistero di amore, di questa “follia d’amore” che arriva fino alle estreme conseguenze, portando noi, per attrazione, oltre la chiusura dell’egoismo, oltre la follia del peccato, oltre la disperazione della morte. Due abissi si incontrano nei santissimi giorni del Triduo Pasquale, che ogni anno si rinnova per chiamarci ancora, per vincere la nostra sordità, per risvegliare la nostra libertà, per squarciare le tenebre del mondo. Solo l’amore può questo: l’amore vero che sa che la “perdita” totale di sé si cambia in guadagno incommensurabile per gli altri. Per questo Gesù non esita a compiere, lui, Maestro e Signore, il gesto del servizio più umile, perché l’amore inizia dall’umiltà e di umiltà si riveste, sempre.

Gesù, dunque, siede a mensa con i suoi discepoli per consumare la cena pasquale, quando avviene l’inatteso, l’imprevisto che sconvolge i Dodici, che sempre di nuovo ci sconvolge. Con gesti calmi e compiuti con estrema semplicità, Gesù si alza da tavola, depone le vesti, si cinge un asciugamano intorno ai fianchi, prende la brocca, versa l’acqua nel catino, lava i piedi dei discepoli e li asciuga. È il compito dello schiavo.

Si comprende la reazione di Pietro: «Signore, non mi laverai mai i piedi!» (Gv, 13,8). Tale protesta dimostra che egli ha un concetto altissimo del suo Maestro. Ma ancora non ha compreso – come noi non comprendiamo – che la schiavitù d’amore, quella che ti lega indissolubilmente al più piccolo, al più povero, al più disprezzato è la regalità più alta, che dà senso pieno al vivere e al morire.

Con la lavanda dei piedi, Gesù si offre come modello del servizio, come icona della carità. I discepoli devono ricevere da parte del Maestro questo servizio per diventare a loro volta capaci di compierlo: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv, 13,8), se non ti laverò non diventerai capace di amare come amo io, di servire come io sono venuto a servire, non diventerai capace di lavare i piedi ai tuoi fratelli, di purificarli, di santificarli dando la tua vita per loro. Poi, sedutosi, Gesù pone la domanda: «Sapete ciò che vi ho fatto?» (Gv, 13,12), una domanda che da allora continua a risuonare nei cuori. Non soffochiamola! Di anno in anno, celebrando la Pasqua, vivendo, possiamo dire di “sapere” un po’ di più? Di avere cioè un po’ di più sperimentato quello che il Signore ha fatto per noi? Possiamo dire di essere diventate o di star diventando persone più pasquali, sempre più conformi a Gesù? Come lo sto imitando nel suo abbassamento d’amore? La pagina evangelica ci interroga. Sappiamo bene che in quest’ora suprema – ma ogni istante della vita è ora suprema – gli animi si dividono. Lo sa soprattutto Gesù, e accetta: accetta il sonno e la fuga dei suoi discepoli, il rinnegamento, persino il tradimento, perché sa che, attraverso “il più grande amore”, tutto diventa mistero di glorificazione, a prezzo della più grande lotta.

Notte del Getsemani, notte del pianto di sangue, notte della tristezza mortale, della decisione suprema: Gesù «cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”» (Mc 14,35-36). E questa è già l’ora della vittoria: l’ora del rinnovato sì alla missione affidatagli dal Padre: luce di un sì che rischiara le tenebre della morte. E permette di affrontare la morte: la morte di un’iniqua condanna accolta in silenzio, già abbracciando in sé tutti i condannati, senza nome e senza volto, dei nostri colpevoli rifiuti, delle nostre impietose omissioni, della nostra tragica indifferenza.

Sale Gesù l’erta del Calvario, percorre la sua umiliante Via Crucis, cadendo e ricadendo, alzandosi e rialzandosi, usque in finem, fino alla vetta, ancora e sempre in forza del più grande amore: più grande dello sfinimento, più grande dello scherno e delle urla dei passanti, più grande del mistero di iniquità che cerca di schiacciarlo. E Maria cammina con lui: i loro sguardi si incontrano in un silenzio più intenso di ogni parola. Con lui camminano le pie donne, con lui il discepolo amato, la Veronica, Simone di Cirene… Presenze di luce e di consolazione, angeli che sempre il Padre manda all’uomo che sale il suo Calvario.

E la Croce è eretta. Là pende come malfattore il giusto, come peccatore l’innocente, come ludibrio delle genti il redentore dell’uomo. In un tempo che non ha tempo, risuonano alte e profonde le parole del Figlio al Padre, del Figlio alla Madre, del Fratello ai fratelli, dell’Uomo alle moltitudini di ogni razza, lingua, popolo e nazione. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34).

È il grido che sale dalla massima distanza dell’uomo da Dio, il grido dell’ateo nascosto in ogni cuore. Gesù lo fa suo, lo assume, in un atto di amore estremo. E subito, lì, sulla Croce, la voce del Figlio, già risorge: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc, 23,34). «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc, 23,46). Ti affido il mio spirito, ti affido i miei fratelli, perché di loro, della loro vita, della loro salvezza ho sete. Ho sete di accoglierli, oggi, nella tua casa, nel tuo regno d’amore. E perché tutto sia veramente compiuto, a te, o Madre che presso la croce stai, chiedo di essere loro Madre, di essere presente presso ogni croce, perché mai nessun uomo muoia solo e dimenticato, mai ceda alla disperazione.

Sì, tutto è compiuto, nel dono più grande. È un silenzio mai prima vissuto. Silenzio di inaudito dolore e di incredibile speranza. Silenzio di lutto e di morte, silenzio di speranza contro ogni speranza. Una speranza che rischiara le tenebre più fitte, le notti più buie, con la prima luce di un’alba inattesa.

Corrono le pie donne al sepolcro, corrono per un rito funebre, e sono avvolte dalla luce del Sole. Il silenzio è finalmente spezzato dalla Parola risorta. Parola di vita che chiama per nome; Parola di consolazione per chi piange; Parola di pace per chi è stretto nella paura; Parola di speranza per chi è triste e desolato; Parola di fede per chi è nel dubbio; Parola di amore che invia lontano, a tutti i fratelli, fino agli estremi confini del mondo; Parola di sottile silenzio per chi tutto custodisce nel suo cuore; Parola di eternità che attira in alto lo sguardo, al cielo. Là dove il Padre attende di riabbracciare i figli perduti e ritrovati, a prezzo del più grande amore.

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