Enzo Bianchi, Fabio Rosini, Ludwig Monti, Paola Radif "Commenti Vangelo 10 aprile 2022"

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Commento al Vangelo della domenica e delle feste 
di Enzo Bianchi fondatore di Bose

Gesù piange sulla città amata
10 Aprile 2022 
Domenica delle Palmeanno C

Lc 22,14-23,56

I vangeli ci consegnano quattro racconti della passione di Gesù, narrazioni che si accordano sullo svolgimento dei fatti ma ci appaiono anche differenti tra loro. Nel racconto di Luca, proclamato quest’anno nella liturgia, vi sono episodi assenti dagli altri vangeli e vengono registrati particolari eloquenti, che contribuiscono a presentarci un Christus patiens con caratteristiche che il terzo evangelista vuole mettere in evidenza per i lettori della sua opera.

 

Nella celebrazione della cena pasquale, Gesù consegna ai Dodici un insegnamento sul suo essere “servo” in mezzo ai discepoli e profetizza una grande tentazione da parte di Satana nei confronti della comunità da cui sta per essere strappato; nello stesso tempo, assicura a Simone una preghiera per lui e per la sua fede vacillante, affidandogli la missione di confermare i suoi fratelli. Nell’agonia del Getsemani Gesù è assalito da una forte angoscia, fino a sudare sangue per quella tensione-paura davanti alla morte. A lui viene però in aiuto un angelo, un messaggero di Dio che appare come un segno dell’interpretazione salvifica di quella passione. Durante il processo presso il procuratore romano Pilato per ben tre volte Gesù è dichiarato innocente e subito dopo incontra il tetrarca Erode, di fronte al quale fa assoluto silenzio. Le donne discepole incontrano Gesù sul cammino verso il Golgota e ricevono da lui una parola. Infine, sulla croce con le sue ultime brevi parole Gesù perdona il malfattore accanto a sé e rimette il suo respiro, il suo spirito, nelle mani del Padre.

 

Possiamo notare che quasi un terzo dei versetti del racconto della passione sono redatti da Luca, mentre gli altri sono tratti dalla sua fonte, Marco. Non potendo commentare tutto il racconto lucano, scegliamo dunque di mettere in evidenza solo gli episodi propri a questo evangelista, in modo da comprendere attraverso questa via la ricca diversità dei racconti evangelici, capace di nutrire e approfondire la nostra fede.

 

Per Luca la passione è innanzitutto l’ora della tentazione che assale Gesù, assale i discepoli e quindi anche la chiesa. Quando il bambino Gesù fu presentato al tempio per essere offerto al Signore, l’anziano Simeone, che attendeva la liberazione messianica, riconoscendolo per rivelazione dello Spirito santo, proclamò: “Egli è posto come segno di contraddizione … affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Ora, durante la passione, Gesù appare come segno di fronte al quale avviene la caduta nelle tentazioni oppure la resurrezione, la salvezza.

 

Per Luca l’ora della passione è anche “il tempo fissato” (Lc 4,13), in cui il diavolo sarebbe tornato da lui per tentarlo. Non lo aveva vinto nel deserto (cf. Lc 4,1-12), ma adesso ritorna mettendo in bocca ai persecutori di Gesù le sue stesse parole: “Se tu sei il Cristo, salva te stesso…”. Soprattutto al monte degli Ulivi Gesù, proprio per non cadere in tentazione, prega, addirittura prostrandosi in ginocchio, e chiede: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Ecco l’agonia, il combattimento che avviene all’interno di una preghiera più intensa. La paura della morte vissuta da Gesù attesta senza equivoci la sua appartenenza in tutto alla condizione umana. Gesù non ha una volontà diversa o contraria a quella del Padre e fino alla fine cerca soltanto di realizzare tale volontà; ma come uomo uguale a noi in tutto eccetto che nel peccato (cf. Eb 4,15) prova angoscia di fronte alla morte, nonostante l’avesse annunciata come esito necessario della sua vita conforme all’amore di Dio (cf. Lc 9,22.43-45; 18,31-34).

 

Se Gesù vince ogni tentazione, non riescono a fare lo stesso i suoi discepoli e, tra di loro, in particolare Pietro. Uno dei Dodici, Giuda, tradisce Gesù fino a consegnarlo nelle mani dei suoi avversari, i capi dei sacerdoti del tempio che ne avevano decretato la morte. Gli altri discepoli, proprio mentre Gesù annuncia il tradimento da parte di un membro della sua comunità, si mettono a discutere su chi tra loro fosse il più grande. E Pietro, quando gli viene annunciata la prova da parte di Satana, il loro essere passati al vaglio come il grano, in modo presuntuoso promette una fedeltà a Gesù che poche ore dopo smentirà, dichiarando di non averlo mai conosciuto. Questa la caduta nell’ora della tentazione: i Dodici non hanno saputo pregare per entrare nella tentazione e risultarne vincitori, a differenza di Gesù che, proprio in quel combattimento, proprio in quell’ascolto della parola del Padre e in quell’invocazione ripetuta, è riuscito a leggere (l’angelo interprete di Lc 22,43!) il senso di quella sua morte e dunque a farne un atto preciso, una donazione nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio respiro!”, significativa citazione delle parole di un salmo (31,6) da lui tante volte pregato.

 

In Luca, oltre al tema della tentazione e della preghiera per combatterla e vincerla, possiamo scorgere un accento particolare posto sul perdono che Gesù sa dare anche in quest’ora, l’ora dei suoi nemici, l’ora che egli stesso definisce come quella delle tenebre. Quando avviene la sua cattura e uno dei discepoli sfodera la spada per difenderlo, ferendo all’orecchio un servo del sommo sacerdote, non solo Gesù si oppone a tale comportamento ma subito tocca l’orecchio sanguinante e lo guarisce, con un gesto che è molto più di una dichiarazione di perdono.

 

Colpisce anche un’annotazione solo lucana sullo sguardo indirizzato da Gesù a Pietro dopo il suo triplice rinnegamento. L’apostolo che aveva voluto rassicurare Gesù sulla sua sequela fedele, in realtà per ben tre volte nega di averlo conosciuto e lo fa davanti a una serva e ad altri due anonimi presenti nel cortile del sommo sacerdote. Allora il gallo canta e nello stesso istante Gesù si volta, cerca Pietro con il suo sguardo di misericordia e causa in lui un pianto di pentimento, un pianto amaro che nasce dalla consapevolezza di non essere stato capace di rimanere saldo come una Roccia, saldo come la sua vocazione gli avrebbe richiesto.

 

Ma è soprattutto sulla croce che Gesù rivela la sua misericordia e rende epifanico il suo perdono. Mentre è ormai innalzato tra due malfattori, uno a destra e uno a sinistra, guardando i suoi carnefici, i suoi nemici e la folla che assiste a quell’esecuzione, Gesù prega dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Mentre gli umani lo stanno uccidendo, Gesù invoca su di loro il perdono di Dio, si fa strumento di riconciliazione. Non scusa i malfattori ma denuncia la loro ignoranza, il loro non sapere ciò che fanno né ciò che dicono contro di lui e contro il Padre, che lo ha inviato e lo ha dichiarato Figlio eletto e amato. Uno dei delinquenti crocifissi insieme a Gesù lo insulta, lo provoca, lo tenta allo stesso modo dei capi del popolo e dei soldati: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Ma l’altro malfattore, che sa riconoscere il proprio peccato contrapposto alla giustizia di Gesù, grida: “Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo regno”. Gesù allora gli risponde: “In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Non alla fine dei tempi, non nell’ora della parousía, ma oggi, nell’ora della morte costui potrà seguire il Signore e Messia nel suo regno. In tal modo, Gesù non ha preservato né se stesso né il malfattore dalla morte, ma ha fatto di questa morte un passaggio alla vera vita, quella in Dio.

 

Se questi sono i tratti specifici di Luca nel consegnarci l’icona del Christus patiens, è soltanto questo evangelista che osa parlare della crocifissione come theoría, contemplazione. Questa la contemplazione cristiana: il crocifisso! Guardando a lui, si può passare dalla contemplazione al pentimento e alla conversione, che è sempre un ritorno sulle sue tracce. Le folle che si erano radunate per quello spettacolo-visione, avendo visto come Gesù aveva vissuto la sua morte violenta e avendo constatato il suo amore mitissimo capace di invocare su tutti il perdono, se ne ritornano battendosi il petto. Da parte sua, un centurione pagano – e noi siamo invitati a farlo con lui! – riconosce la gloria di Dio in questo evento che dava la morte a “un uomo giusto”, senza peccato quale Figlio di Dio (cf. Sap 1,16-2,20).


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Don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, 

commenta il Vangelo del 10 aprile 2022, domenica delle Palme e della Passione del Signore Anno C.



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Domenica delle Palme e della Passione del Signore Anno C

Lc 23,39-43 (Lc 22,14-23,56)

 Oggi con me sarai nel paradiso”

Ludwig Monti, biblista

  

Il racconto della passione e morte del Signore Gesù secondo Luca è la storia di una contraddizione al cui centro vi è la condanna di un innocente (cf. Lc 23,13.15.22). Seguire Gesù nel cammino della croce significa accettare di essere svelato nelle proprie contraddizioni, in modo da intraprendere un cammino di rinnovamento di sé e ritrovamento della propria verità. Tale itinerario è ben espresso dall’atteggiamento della folla che, dopo aver assistito alla crocifissione, se ne va riconoscendo la propria responsabilità: “Tutta la folla che era venuta a questa contemplazione, contemplando quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto” (Lc 23,48). Dalla contemplazione del crocifisso al pentimento: ecco il cammino che la passione secondo Luca fa percorrere. Ben sapendo che questa è l’unica autentica contemplazione cristiana: “lo scandalo della croce” (Gal 5,11). Davvero, “senza bellezza né splendore, e appesa alla croce, va adorata la verità” (Guigo I il Certosino).

Impossibile commentare per esteso questo lungo racconto. Scegliamo di soffermarci solo sull’episodio del cosiddetto “buon ladrone” (cf. Lc 23,39-43). A differenza di Marco e Matteo che definiscono “briganti” (Mc 15,27; Mt 27,38.44) i due uomini crocifissi con Gesù, Luca parla di “malfattori”. Colui che, con interpretazione moraleggiante, è stato chiamato “buon ladrone”, in realtà è nella sfera della malvagità: è un uomo che ha operato il male. L’attitudine di Gesù di fronte al male subito – ossia l’invocazione di perdono rivolta a Dio (cf. Lc 23,34) – svolge un ruolo decisivo nella dinamica del racconto e costituisce l’alveo in cui si colloca l’atteggiamento del malfattore, che riconosce con onestà quanto ha fatto e l’innocenza di Gesù. Ovvero, ancora una volta: il perdono precede la nostra conversione!

Costui è definito dal testo semplicemente “l’altro” malfattore, in quanto prende la parola dopo che il suo compagno di condanna ha bestemmiato Gesù. Il primo malfattore deride la pretesa qualità messianicadi Gesù, smentita dalla sua evidente impotenza: “Non sei tu il Cristo, il Messia? Salva te stesso e noi!”. Di più, il v. 39 pone in stretto rapporto il nostro brano con ciò che precede: l’insulto del malfattore infatti conclude e sintetizza gli insulti rivolti a Gesù dalle autorità giudaiche che mettono in ridicolo la sua pretesa messianica (“Salvi sé stesso, se è il Cristo di Dio”: Lc 23,35) e dai soldati romani che lo scherniscono in quanto re (“Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”: Lc 23,37). Al culmine delle tre scene, la figura del malfattore blasfemo è portavoce di un’attitudine universale di peccato nei confronti di Gesù. Analogamente, la figura dell’altro malfattore acquisterà una fisionomia tipica, che supera di gran lunga la sua individualità.

Agli insulti rivolti dal malfattore blasfemo a Gesù risponde inaspettatamente l’altro malfattore, rimproverandolo. In tal modo Luca fa dell’altro malfattore la figura del discepolo cristiano. Anzitutto costui opera la correzione fraterna rimproverando colui che ha bestemmiato Gesù, e così mette in pratica la parola di Gesù: “Se tuo fratello pecca, rimproveralo” (Lc 17,9); inoltre è esempio di assunzione di responsabilità, in quanto riconosce il male che ha commesso e ne accetta le conseguenze, ovvero, accetta di pagarne il prezzo; quindi esprime una confessione di fede, riconoscendo l’innocenza e la giustizia di Gesù; infine si rivolge a lui umilmente con la preghiera, che ne afferma anche la regalità escatologica (Lc 23,42). Sempre si può essere discepoli di Gesù, in qualsiasi condizione!

L’atteggiamento blasfemo del primo malfattore è tanto più scandaloso in quanto egli si trova nella stessa situazione di Gesù, condannato alla stessa pena. Come era scandaloso il comportamento spietato del servo che, dopo aver visto condonato il proprio enorme debito, aveva fatto gettare in prigione un servo come lui per un debito risibile (Mt 18,23-35), così è scandaloso l’atteggiamento del condannato a morte che disprezza e deride chi condivide la sua stessa sorte. Non basta trovarsi nella stessa situazione disgraziata per entrare in sentimenti di empatia: occorre assumere un altro sguardo nei confronti del male. Ecco il polo contrario di quanto si diceva sopra: sempre si può essere disumani, in qualsiasi condizione! Sta a noi decidere, di fronte al crocifisso, “segno di contraddizione” (Lc 2,34), quale delle due opzioni scegliere…

Infine, nel v. 42, l’altro malfattore si rivolge direttamente a Gesù con sorprendente intimità. Per il “buon ladrone”, Gesù è il Messia risorto-Figlio dell’uomo con il quale ha trovato un rapporto personale. Egli non chiede nulla di particolare, se non il ricordo da parte di Gesù quando verrà come re. “Ricordati di me”: l’affidarsi al ricordo di Gesù è confessione di fede in lui. Quale che sia la lezione del v. 42 da preferirsi – “entrerai nel tuo Regno”, oppure “verrai nel tuo Regno” –, alla luce della risposta di Gesù si può pensare che la domanda dell’altro malfattore si riferisca alla venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi. Gli chiede di poter essere ricordato nell’ora del giudizio finale: già questo gli basterebbe.

La risposta di Gesù, al v. 43, afferma invece che già “oggi”, subito dopo la morte, il suo destino personale troverà un compimento salvifico nella vita con Cristo in paradiso. Interrompendo il silenzio in cui era entrato dopo l’invocazione di perdono per i suoi crocifissori, Gesù risponde alla preghiera del malfattore con la promessa solenne (“In verità ti dico”) a cui segue l’affermazione che ciascuno di noi vorrebbe sentire rivolta a sé nel suo ultimo giorno: “Oggi con me sarai nel paradiso”. Il tempo della salvezza è oggi, per chi accetta l’offerta di Gesù. Egli aveva detto a Zaccheo: “Oggi la salvezza è avvenuta in questa casa … Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,9-10): allo stesso modo, sulla promessa di Gesù, possiamo credere che questa salvezza ci verrà donata nel nostro ultimo oggi, alla sola condizione che accettiamo il suo perdono.

E come è espressa tale salvezza, declinazione relazionale della regalità di Gesù? Attraverso due immagini. “Con me”, anzitutto, linguaggio di tipo esistenziale, che dice la compagnia, la comunione con Cristo. L’essere “con Cristo” è salvezza. L’altra immagine si affida al linguaggio mitico: si parla del “paradiso”, ossia di quel giardino piantato da Dio nell’in-principio (cf. Gen 2-3), il giardino che ci attende tutti alla fine della storia e, in modo a noi più prossimo, alla fine della nostra storia, della nostra vita. Non un luogo, ma una condizione di comunione con Dio e tra di noi attraverso Cristo: una comunione migliore di quella che siamo stati capaci di vivere sulla terra; o meglio, una comunione che porterà a compimento ciò che qui abbiamo solo abbozzato.

“Con me nel paradiso” può infine essere inteso anche “con me, cioè nel paradiso”. Il paradiso coincide con Cristo in persona ed essere in paradiso significa essere con lui morto e risorto, secondo il magnifico adagio della tradizione cristiana: “Dio creò l’uomo e lo pose nel paradiso, cioè in Cristo”. Questa è anche la verità contenuta in un commento di Ambrogio, che riassume mirabilmente il senso del nostro brano ed esprime la vera regalità di Cristo, il suo “regnare dal legno” (cf. Sal 96,10). Nel contempo, ci manifesta in cosa consista il nostro regnare con lui: “Quell’uomo pregava che il Signore si ricordasse di lui, quando fosse giunto nel suo Regno, ma il Signore gli rispose: ‘In verità, in verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso’. La vita è essere con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è il Regno”. Con questa fiducia camminiamo verso la Pasqua, fino a quando entreremo nella Pasqua eterna, nel Regno: quel Regno che sarà finalmente il vivere con Cristo per sempre, in un oggi senza fine.


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DOMENICA DELLE PALME

La festosa accoglienza a Gesù che entra in Gerusalemme è riportata da tutti gli evangelisti: presenta un'immagine gioiosa, di una folla che acclama l'inviato del Signore e nulla in apparenza sembra prevedere ostilità o dissenso. In realtà quel re, così mansueto, così modesto che incede su una cavalcatura non certo regale, fa paura. I capi del Sinedrio tramano per non averlo più davanti agli occhi né sentire le sue parole che si scontrano con la loro rigida e perciò ipocrita osservanza della Legge. Questo tripudio di rami di palma, questi drappi stesi al passaggio del figlio di Davide portatore di pace non saranno perciò che un sipario dietro al quale si aprirà ben presto tutt'altra prospettiva. Rifiutato e disprezzato, Gesù verrà sottoposto a un irreversibile giudizio di morte, come ascolteremo dalla lettura di oggi. Il Passio che quest'anno si legge nella versione di Luca, ogni volta invita alla meditazione su tanta sofferenza accettata e offerta da Gesù al Padre, riproponendo anche il tema della volubilità che sempre ha caratterizzato l'uomo. Oggi segue il Messia, sceglie il Bene, la Verità, domani, sull'onda del pensiero della maggioranza, cambierà direzione.

Davanti all'incoerenza di tanti suoi seguaci e alla tiepidezza di alcuni suoi fidi discepoli, Gesù non viene meno al suo progetto di redenzione. Ricordiamo ciò che dirà a Pilato: “Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37). A fronte dei peccati dell'umanità che rifiuta Dio, Gesù conferma il suo amore che lo spinge a donarsi fino in fondo, a qualunque costo.

L'amore, dunque, come elemento che caratterizza i gesti di Gesù negli incontri che lo hanno portato a commuoversi, ad ascoltare, a guarire, a perdonare, è messo in particolare risalto da Luca, definito proprio l'evangelista della mitezza e della misericordia di Dio. Alcune sue parabole e tanti passi del suo vangelo si soffermano su questo aspetto, sulla tenerezza con cui Gesù si china sull'uomo e sulle sue fragilità per guarirle.

Anche nel percorso sul quale oggi seguiamo un Uomo flagellato, un innocente che porta la sua croce e si avvia a una morte ingiusta, accettata in silenzio, vogliamo cogliere proprio questo elemento in due precisi momenti. Il primo: siamo in casa di Caifa, davanti al Sinedrio riunito per giudicare Gesù. Lo hanno appena catturato, con la complicità di Giuda che lo ha tradito. Tante domande, provocazioni, tentativi di farlo cadere in contraddizione non sortiscono alcun risultato. Deriso e umiliato, si dovrà deferirlo all'autorità del governatore romano Pilato. All'uscita, in cortile, c'è un incontro di sguardi: “Gesù, voltatosi, guardò Pietro e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto. E uscito, pianse amaramente”. Uno sguardo rattristato ma potremmo dire “dolcemente addolorato” è quello di Gesù che soffre se una sua creatura cede all'errore. Nel pianto di Pietro, profondamente pentito, si prefigura la volontà di riprendere, nonostante tutto, il cammino. E Gesù gli darà fiducia. Il secondo: ci porta ai piedi delle tre croci issate sul Golgota. Uno dei due condannati invoca: “Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno”. Di fronte a una fede così forte, testimoniata tra i tormenti dell'agonìa, Gesù non esita: “Oggi sarai con me nel paradiso”. Con queste due immagini plastiche della disponibilità totale al perdono e di un amore infinitamente grande la lettura del Passio non perde la sua drammaticità ma la stempera a tratti grazie a delicate sfumature che propongono brevi soste prima del tragico epilogo, dove tutto sarà compiuto.  

                                                                                  

                                                                                                   Paola  Radif

pubblicato su Il Cittadino - Settimanale della diocesi di Genova del 10 aprile 2022 

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