Pierangelo Sequeri "Il Sabato Santo delle donne"

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16 aprile 2022


Il Sabato Santo è, tradizionalmente il giorno del Grande Silenzio. Il dramma si è consumato, si muovono intorno al corpo morto di Gesù le poche persone che l’hanno amato di un amore così personale, che non si lascia spostare dalle dispute teologiche che si sono accese intorno al suo corpo vivente. Donne, per lo più, a incominciare dalla Madre: dopo che l’abbiamo vista raccogliere l’ultimo respiro del figlio ai piedi della croce, la identifichiamo al centro del gruppo dei Discepoli, rinchiusi in preghiera, nella sala nella quale sta per irrompere lo Spirito Santo (Atti 1, 14).

Sabato Santo, dunque. Giuseppe di Arimatea ha provveduto all’ospitalità di un sepolcro nuovo di zecca, «nel quale ancora nessuno era stato posto» (Luca 19, 41-42). Il sepolcro è nel bel mezzo di un giardino: la quiete della morte è ospitata nel luogo della creazione della vita (Genesi 2, 8.35). Le donne osservano attentamente il sepolcro e tornano a casa per preparare aromi e oli profumati: sono spuntate le luci di shabbath, il giorno sacro del riposo. Il corpo di Gesà riposa, finalmente. Dopo il sabato potrà essere amorevolmente accudito e onorato, accarezzato e profumato. Una donna lo aveva già fatto, guadagnandosi la gratitudine di Gesù, versando sul suo corpo unguento prezioso. Gesù l’aveva protetta dal finto scandalo di un ospite ipocrita, che non aveva neppure offerto acqua per le mani, e dalla falsa malizia di un discepolo, che reclamava più attenzione per i poveri mentre intascava le offerte (Matteo 26, 6-13; cfr. Giovanni 12, 1-8).

Il Sabato Santo è anche il giorno dell’indifferenza, però. L’affare di Gesù è liquidato, la macchinazione dei duri e puri ha avuto successo, il popolo non si è ribellato: anzi si è potuta persino costruire una piazza favorevole alla sua condanna. I Discepoli sembrano dispersi, Pilato ha risolto la grana, l’opposizione interna al Sinedrio è ridotta al silenzio. Quando shabbath sarà finito, molti non ritorneranno neppure sugli eventi. Gesù non ha acceso passioni politiche utilizzabili, il suo rinnovamento religioso non appare istituzionalizzabile. Proprio come oggi. La prima pagina non è più cronaca: fa la storia, ormai.

La fioritura del seme deposto nella terra col Crocifisso apparirà soltanto dopo. E sarà un doppio shock a produrla. Il primo sarà l’avvento e l’incontro del Risorto: le donne per prime, anche questa volta. Il secondo sarà il vento e il fuoco dello Spirito: quando i discepoli sono con la Madre, di nuovo.

Verosimilmente, questo Sabato Santo del 2022 sembra destinato ad inaugurare, una volta per tutte e per sempre, l’iscrizione delle donne – madri o non madri che siano – nel dispositivo testimoniale dell’annuncio evangelico e della ripresa di iniziativa della fede cristiana. Gesù affida la profezia della sua morte redentrice ai Discepoli, ma è alle donne che viene affidato il segreto del suo morire per amore e del suo risorgere come amore. Mi domando se possiamo essere abbastanza fedeli al corpo del Figlio – corpo di parola e di guarigione, corpo di ospitalità e di amicizia, corpo di crocifissione e di risurrezione – tenendoci a distanza dalla tenacia con la quale le donne lo tengono al centro della loro fede, senza farsi spostare di un millimetro dalle dispute ideologiche e dalle opposte passioni che se lo contendono.

Dopo due millenni di cristianesimo, appare definitivamente chiaro che ad una Chiesa dei discepoli che non si ricompone intorno alla scena-madre del corpo del Signore, e degli affetti che le sono necessari per rivelare l’imprevedibile e impensabile verità del corpo di Dio, finirà per mancare ben più che una costola.

Nessuno dubita più, nell’attuale congiuntura, del fatto che l’esperimento della cristianità occidentale – cristianesimo di nazioni politiche e istituzioni giuridiche, che ha generato una tradizione culturale di tutto rispetto – abbia anche esaurito tutte le sue varianti possibili. Esso ha prodotto fatti di comunione sovra-etnica di apprezzabile vitalità, ma ha pure accumulato divisioni anti-ecclesiali di durevole ostacolo. Entrambe, in realtà, mostrano oggi di resistere “sopra la testa” dei popoli e delle culture, più che “nel corpo” degli uomini e delle donne reali. L’ecumenismo formale è platealmente in ritardo sulla comunione reale. La Chiesa è nata come rete famigliare, amicale, fraterna di uomini e donne reali: e ha tratto di qui la sua dolorosa e gioiosa storia di disseminazione evangelica nel cuore degli imperi. Il nostro Sabato Santo è, oggi, una grande passaggio di purificazione e di disincantamento. La fede offerta e chiesta dal corpo del Signore, che non va abbandonato disinvoltamente alla storia, come se non fosse all’altezza della fede, non è utilizzabile politicamente, non si lascia requisire fondamentalisticamente, ospita Dio nelle promesse affettive della vita reale, dissolvendo le superstiziose magie di un mondo a parte.

Le donne sono sensibili alla mistica del corpo del Signore, ma impermeabili alla gnosi che pensa di poterlo sostituire con una qualche metafisica dell’Ideale, che poi va ad ogni costo applicata alla storia reale.

Essere fedeli al corpo del Signore, anche quando giace morto sotto i colpi dell’accanimento politico e dispotismo religioso, è una qualità che Gesù – contro ogni prevedibilità culturale e sacrale – ha riconosciuto alle donne. Le donne non rimangono inerti, nel passaggio difficile e nel tempo sospeso del Sabato Santo. Come lo sapessero – senza saperlo – che il corpo del Signore ritorna, insieme con lo Spirito che spalanca le porte, inventa un linguaggio, riapre l’ospitalità di Dio per gli uomini e le donne duramente provati dalle durezze della storia. E noi? Non sarà ora di incominciare a ricomporre ciò che Dio ha unito intorno al corpo del Signore? E che noi abbiamo troppo a lungo tenuto separato e persino occultato? Se le Donne reggono alla morte di Dio, i Discepoli troveranno il coraggio di assecondare il soffio dello Spirito. E Dio sa se ne abbiamo bisogno, ora come ora.

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