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Piero Stefani "La ricompensa. Realtà e dissimulazione del mostrarsi"

Parole delle Religioni
La ricompensa. 
Realtà e dissimulazione del mostrarsi

La parola «ipocrisia», di origine greca, significa simulazione. Ypocrinomai, nella forma media del verbo, vuol dire: sostenere una parte, recitare, fingere. L’yprocrites era l’attore. In questo caso non ci sono significati negativi. Quella dell’attore è una «dissimulazione onesta»,1 tutti sanno di essere davanti a una finzione la quale rimanda alla vita proprio a motivo del suo essere accolta come non fattualmente vera. Quando l’attore muore in scena, lo spettatore pensa alla morte altrui o a quella che gli toccherà in sorte in un incerto domani; lo fa proprio perché sa che di lì a poco potrà battere le mani in un applauso liberatorio. Cammin facendo, l’ipocrisia ha però assunto la connotazione negativa di una finzione che si spaccia per realtà. Ci troviamo di fronte a una maschera che inganna proprio perché finge di presentarsi come volto. 

Nelle pagine evangeliche, la prima corposa comparsa del tema dell’ipocrisia si ha all’interno del Discorso della montagna. Qui gli ipocriti non sono esplicitamente identificati con un gruppo specifico (non si parla ancora di «scribi e farisei»); essi sono assunti piuttosto come una specie di contro-esempio di quanto non si deve fare. Il discorso, quindi, è rivolto ai discepoli e non già agli avversari. Per rubare un’espressione evangelica situata in un altro contesto, è come se si affermasse «tra voi non sia così» (Mc 10,43).

Gli ambiti nei quali va marcata la differenza si riferiscono a tre delle pratiche religiose più qualificanti (non a caso sono tre dei cinque pilastri dell’islam): elemosina, preghiera e digiuno (cf. Mt 6). A essere bollata è l’ostentazione di comportamenti ammirati in una società in cui la religione è un valore pubblico riconosciuto. Per più aspetti sembra di essere di fronte a un discorso anacronistico; in realtà, ciò è vero solo in parte.

Elemosina e digiuno

Se invece che di elemosina parlassimo di beneficienza/donazioni, il discorso assumerebbe una piega già diversa; a tutt’oggi, specie in società di matrice anglosassone, l’ostensione della filantropia da parte dei ricchi gioca un ruolo sociale riconosciuto. Il Vangelo, a proposito dell’elemosina, ammonisce che non si deve praticare la propria «giustizia davanti agli uomini». La clausola introduttiva è importante; l’elemosina è presentata sotto la categoria di «giustizia» (l’ebraica zedaqah). Ciò significa che il povero, in virtù della sua indigenza, ha il diritto di essere aiutato.

Nel mondo attuale ciò comporta riflettere concretamente sulle pratiche appropriate per rispondere a quel diritto. Nella prassi quotidiana però bisogna tener conto anche e soprattutto di un altro versante: «Mentre tu fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quanto fa la tua destra» (Mt 6,3). Questa particolare forma d’inconsapevolezza costituisce la confutazione radicale di un motto al giorno d’oggi ripetuto (esteriormente e internamente) con inopinata frequenza: «ti fa bene fare del bene». L’affidare la ricompensa solo al Padre che vede nel segreto esclude questo genere di autoricompensa. Occorre pensare al dolore altrui e non già alla propria soddisfazione.

Scostandoci dall’ordine proposto da Matteo, parliamo ora del digiuno, pratica tuttora ben riconoscibile, basti pensare che siamo nel mese del ramadan. Nelle nostre società occidentali, in genere, non è però un valore pubblicamente riconosciuto; nessuno si sfigura più il volto per indicare che si sta astenendo dal cibo (ciò avviene anche nella diffusissima prassi secolarizzata della dieta). Senza escludere che nelle società a prevalenza musulmana, l’ostentazione possa presentarsi ancora come una insidia reale. Le riflessioni sui versetti evangelici dedicati a questa pratica sono i più paradossali e quindi, per alcuni versi, anche i più istruttivi. 

Quando si digiuna occorre profumarsi la testa e lavarsi il volto perché non si veda che si digiuna (cf. Mt 6,17s). Si tratta di un’immagine contrapposta a un’altra: in luogo di ostentare bisogna nascondere. Anche in questo caso vi è dissimulazione. Il Vangelo etichetta come ipocriti coloro che danno segni palesi del loro digiunare. Non afferma che sfigurano il viso per mascherare il fatto che il loro ventre è pieno. La loro ipocrisia a stomaco vuoto sta nel fatto che digiunano soltanto per farsi vedere che lo stanno facendo.

A questa ostentazione si risponde con una «dissimulazione onesta» volta a esaltare il ruolo riservato a colui che vede nel segreto. Tuttavia questa finzione resta tale solo se collocata nell’ambito dell’immagine. Se chi sta digiunando con il capo profumato fosse invitato a mangiare, che farebbe? In quella circostanza gli sarebbe precluso di fingere. Gli si aprirebbero infatti solo due alternative: o rompere il digiuno o rendere manifesta la sua scelta di astenersi dal cibo. In ogni caso, gli sarebbe ormai preclusa la dissimulazione.

Colto in questa luce, il discorso attorno all’ipocrisia s’incrocia con quello attualissimo del confronto tra realtà fattuale e immagini; queste ultime sono diventate potenti al punto da essere prese per realtà, anche per esse esistono però limiti invalicabili. L’immagine di un corpo morto colta dall’obiettivo, una volta per tutte, resta abissalmente diversa da un cadavere in decomposizione.

Preghiera

Quando si prega ci si confronta con l’invisibile e l’inafferrabile. Ci si rivolge cioè a colui che i nostri occhi non vedono e che le nostre mani non toccano. La preghiera va diretta a Dio e non già all’immagine che noi ci facciamo di lui. L’invisibilità del Padre trova corrispondenza nella fiducia che egli ci veda. L’arguta ironia di Giovannino Guareschi, in anni ormai lontani, dichiarò che nel segreto della cabina elettorale Dio, a differenza di Stalin, ti vede.

Dal canto suo, la non ironica antitesi evangelica all’ipocrisia afferma che mentre stai pregando nella tua camera devi essere pervaso dalla convinzione che l’invisibile, da te non scorto, ti stia vedendo anche se non c’è alcun riscontro empirico che ciò stia effettivamente avvenendo. Si prega sempre un Dio che si tiene nascosto (cf. Is 45,15). Di contro, quando si mette in mostra il proprio pregare, il riscontro esperienziale di essere visti è sempre già presente.

La preghiera pubblica, come provano l’ebraismo, l’islam e la Liturgia delle ore, è realtà santa quando si prospetta come obbedienza a un comando. In quei frangenti lo stato d’animo personale non svolge alcun ruolo. Il suo ritmo è scandito da un elemento, il trascorrere ciclico del tempo, rispetto al quale la soggettività non ha voce in capitolo. Si devono recitare formule di preghiera cariche di un senso di gioia e lode anche quando si è in un periodo in cui la vita è contrassegnata dalla lacerazione e dal dolore. In determinati giorni capita di proclamare salmi desolati e penitenziali anche se si è benedetti dalla gioia. In quelle circostanze ci si riconosce parte di una comunità ed è appunto per questa ragione che si è in preghiera. In questo caso, la dimensione pubblica non è ostentazione. 

Vi sono circostanze in cui si attuano preghiere pubbliche specifiche per eventi particolari. Il tempo della pandemia, a cui si è aggiunto ora quello tremendo della guerra, ha moltiplicato le occasioni per questo tipo di preghiere. In simili occasioni la regola è che ci si debba mostrare a pregare. Sarebbe ingeneroso dichiarare che sono prassi immancabilmente esposte all’ipocrisia, sarebbe superficiale escludere che questo rischio ci sia.

Le orazioni proposte in circostanze calamitose sono preghiere di richiesta. Si domanda che cessi la sciagura che ci attanaglia. Impossibile non pensare di nuovo alla pandemia e alla guerra. L’insidia dell’ipocrisia non sta nel dar mostra di pregare, essa si incunea nel fatto che si sottrae programmaticamente la preghiera all’esperienza, tante volte patita dai fedeli fin dall’epoca dei salmi, di trovarsi di fronte a richieste non esaudite. Anzi, ci si mette nelle condizioni di non sollevare neppure l’interrogativo, interno alla fede, se quella preghiera sia stata davvero udita dal Padre. Quanto conta è mostrare che si sono formulate pubbliche preghiere.

Quando, il 27 marzo 2020, in una piazza San Pietro deserta e sotto un cielo tempestoso, papa Francesco innalzò la sua preghiera per chiedere la fine della pandemia, il vescovo di Roma si fece effettivo portavoce di moltitudini di persone. In quel pomeriggio l’ipocrisia non albergava nel colonnato del Bernini. Un anno dopo, quando il COVID-19 era ben lungi dal declinare, a cura del Dicastero vaticano per la comunicazione uscì un libro illustrato per celebrare l’anniversario di quella preghiera. In questo caso l’egemonia dell’immagine si presentò senza ritegno.2 La memoria della preghiera fu catturata da un’ostentazione che trovò in se stessa la propria ricompensa. 

Oggi si moltiplicano le preghiere per la cessazione della guerra in Ucraina. Non di rado, la scelta di pregare è accompagnata dalla rinuncia allo sforzo di cercare di comprendere le cause e d’individuare le responsabilità dell’invasione russa e delle atroci scie di morte da essa lasciate.

In vari casi non sembra scongiurato neppure il rischio che l’intento recondito sia soprattutto quello di farsi vedere a pregare. Se fosse così, la ricompensa della preghiera coinciderebbe esattamente con il suo fallimento.

 

1 L’espressione è il titolo di un libro di Torquato Accetto, riscoperto da Benedetto Croce (Laterza, Bari 1928) peraltro non dedicato, per dirla con Diderot, al paradosso sull’attore.

2 Papa FrancescoPerché avete paura? Non avete fede?, LEV – Piemme, Città del Vaticano – Milano 2021 (cf. Regno-att. 8,2021,235).

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