Alessandro D’Avenia "Corpi celesti e terrestri"

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11 aprile 2022

«Che sfortuna! Quest’anno Pasqua è di domenica». 


Non dimenticherò questa frase di un’alunna che qualche anno fa si rammaricava del giorno di vacanza mancato, convinta che Pasqua cadesse in data fissa e non sempre e solo di domenica. 

Ignoranza «stellare», dovuta all’aver perso i segni del tempo cosmico di cui la Pasqua, credenti o meno che siamo, è un richiamo evidente, infatti la data cade nella domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera (21 marzo), quindi in un arco di tempo che può andare dal 22 marzo al 25 aprile. 


Si incrociano calendario settimanale (la domenica è il giorno della resurrezione di Cristo e si chiama infatti così perché è «del Signore», dominicus in latino), calendario lunare (il mese dipende dai pleniluni, in continuità con il calendario lunisolare ebraico) e l’inizio della stagione della rinascita (l’equinozio, dal latino aequa nox, «notte uguale», è il momento dell’anno in cui i raggi del sole cadono perpendicolarmente sull’asse di rotazione della Terra così da avere 12 ore di luce e 12 di buio: avviene due volte l’anno, all’inizio dell’autunno quando il buio comincia a prevalere e all’inizio della primavera quando a farlo è la luce). Primo giorno della settimana, compimento del mese lunare ed equilibrio luce-buio nel moto della Terra attorno al Sole: la Pasqua ci collega quindi a corpi celesti i cui movimenti cosmici regolari scandiscono il tempo. Il mancato rapporto con questi corpi (de-siderio significa distanza dalla stella) ha conseguenze disastrose (dis-astro vuol dire invece stella avversa). Perché? 


I corpi celesti nel capitolo primo della Genesi, a differenza delle culture in cui sono divinità, sono dei segna-tempo: «Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”». Oggi abbiamo quasi dimenticato l’esistenza delle stelle a causa dell’inquinamento luminoso, di cui purtroppo l’Italia è uno dei campioni. In una notte tersa e senza altri disturbi l’occhio umano può scorgere circa 6 mila stelle: chi ha assistito allo spettacolo della Via Lattea (il nome della nostra galassia che di stelle ne ha 200 miliardi ed è solo una tra i miliardi di galassie dell’universo) non lo dimentica mai più. Solo facendo realmente esperienza dello spazio infinito ritroviamo la nostra salutare posizione nel cosmo e un sano rapporto con il tempo, come diceva Pascal nei suoi Pensieri: «Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla in confronto all’infinito, un tutto in confronto al nulla, un qualcosa di mezzo tra nulla e tutto». 


Finché lo segnavamo con gli orologi solari (le meridiane) il tempo era legato al cielo, ma nel XIV secolo l’orologio meccanico ha svincolato il tempo dalle stelle misurando segmenti senza un’azione celeste diretta. Oggi il senso del tempo dipende da lancette e telefoni: se per Dante era l’Amor a muovere spazio e tempo (il Sole e l’altre stelle), per noi è il Meccanismo: figli delle Rotelle non delle Stelle. 


Qualche giorno fa un amico, prestigioso astrofisico e autore di un libro bellissimo (Marco Bersanelli, Il grande spettacolo del cielo), mi ricordava che il buio che scorgiamo nella notte, tra una stella e l’altra, è in realtà luce composta da onde non percepibili dal nostro occhio. Lui che ha dedicato la vita intera a studiare quel «buio luminoso» mi spiegava che siamo arrivati a vedere la radiazione di luce presente quasi all’origine dell’espansione del nostro universo, 14 miliardi di anni fa: un pulviscolo luminoso che ha generato tutto, dalle galassie agli elementi di cui siamo fatti. Mi diceva provocatoriamente indicando l’oro del suo anello nuziale: «Questo è fatto per metà dell’esplosione di una supernova e per metà dallo scontro di due stelle di neutroni». Quando parlo con lui mi rendo conto del rapporto sorprendente tra la mia infinitesimale vicenda umana e questa infinita storia cosmica. Proprio perché nel cosmo (lo chiamiamo così non a caso, cosmo significa in greco ordine e bellezza e lo usiamo infatti sia per «la volta» celeste sia per «il volto» umano, come indica la parola cosmesi) c’è armonia possiamo affidargli la misura del tempo. 


Una sera di qualche mese fa, davanti a una pizza, gli confidavo il mio sgomento di fronte a questo spazio-tempo infiniti che costringono a ritenersi un nulla, e lui mi rispondeva rimettendo le cose nel giusto ordine: «Tutto questo non avrebbe senso se non ci fossero due amici che ne gioiscono e ne parlano davanti a una pizza: il senso del cosmo risiede proprio in questi due amici seduti a questo tavolo». 


È così, solo quando in noi si riannodano terra e cielo, destino ed esistenza, corpi celesti e terrestri, la vita è piena di senso. Amo la Pasqua anche per questo, riannoda l’infinito al finito: morte e resurrezione di Cristo avvengono nell’intreccio armonico dei segni cosmici (plenilunio, primavera e primo giorno della settimana) con una donna che, all’alba della prima domenica della storia, corre al sepolcro per sistemare bene (cosmesi) il corpo del morto composto di fretta il venerdì della crocifissione a motivo del sabato ebraico incombente. 


Giovanni, nel capitolo 20 del suo racconto, dice che Maria Maddalena, questo il nome della donna, trovata la tomba aperta e vuota, scoppia in lacrime. Un uomo lì accanto, che lei prende per il giardiniere, le chiede: «Perché piangi?». Maria gli chiede se sia stato lui a spostare il corpo. A quel punto l’uomo la chiama per nome: «Maria!». E lei, dal tono della voce, riconosce l’amato Cristo in una forma umana che sfugge alle leggi fisiche che conosciamo, pur mostrando la «fisicità» di un giardiniere: corpo celeste e terrestre. Godremo presto della vacanza che dipende da questa storia e credo sia importante, credenti o meno, colmare un po’ di quella ignoranza stellare della mia ex-alunna. Ciò che gli uomini hanno chiamato Dio in tutte le culture e tempi, non è qui una potenza cosmica ignara di noi ma un uomo che chiede a una donna «perché piangi?» e ne pronuncia il nome con amore, affidandole, per prima (primato su cui noi maschi dovremmo riflettere), l’annuncio di una vita nuova e in-attesa. 


Come 14 miliardi di anni dell’universo e 2 mila miliardi di galassie in espansione trovano senso in due amici che ne parlano a tavola, così l’amore infinito che il nostro cuore brama si nasconde nel volto di qualcuno che ci sceglie tra 7 miliardi di persone: ci chiede il motivo del nostro pianto e asciuga le lacrime del nostro dolore pronunciando il nostro nome come fosse sinonimo di «amore, ora e sempre», e così quel nome può resistere e rinascere da ogni tipo di morte. Questa è la Resurrezione che vi e mi auguro: buona Pasqua!

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