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No alle discriminazioni per motivi religiosi: Alberto Maggi sull’amore di Gesù verso i peccatori

“Gesù, manifestazione visibile di un Dio invisibile, vuole che l’amore del Padre raggiunga ogni uomo e per questo non riconosce né tantomeno accetta la discriminazione che la religione compie in nome di Dio per separare e allontanare dal Signore quanti sono considerati impuri, i peccatori…” – Su il Libraio la riflessione del biblista Alberto Maggi.

“VIDE UN UOMO”

Gesù, manifestazione visibile di un Dio invisibile, vuole che l’amore del Padre raggiunga ogni uomo e per questo non riconosce né tantomeno accetta la discriminazione che la religione compie in nome di Dio per separare e allontanare dal Signore quanti sono considerati impuri, i peccatori. Il Padre desidera avvicinarsi ai suoi figli, indipendentemente dal loro comportamento, perché, come affermerà Pietro con una dichiarazione che è la caratteristica fondamentale della comunità cristiana, “Dio ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28). Non c’è nessun individuo, qualunque sia la sua condizione, situazione o comportamento, che possa sentirsi escluso dall’amore del Signore, che “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

Ma quanti vivono situazioni che la religione e la società riprovano, pensano di essere esclusi da Dio e non osano avvicinarsi, per paura di commettere un peccato o un sacrilegio. Per questo è Gesù che li va a cercare avvicinandosi a loro e, a dimostrazione che nessuno è escluso dal suo amore, invita al suo seguito anche le persone che per la loro condotta erano considerate assolutamente senza speranza alcuna di salvezza, come erano al suo tempo i pubblicani.

In Galilea la riscossione del dazio veniva affidata in appalto. Chi offriva di più otteneva la gestione dei posti di dogana ed era poi libero di applicare le tariffe che voleva. Naturalmente se ne approfittava in maniera spudorata e per questo i pubblicani erano considerati ladri di professione. Odiati dalla popolazione, si credeva che per essi la salvezza fosse impossibile (Tos. B.M. 8,26). Infatti, secondo la Legge di Mosè, per ottenere il perdono gli esattori avrebbero dovuto ridare indietro quello che avevano rubato più un quinto (Lv 5,20-26).

Data la difficoltà di restituire il denaro a tutti quelli che avevano imbrogliato (Tos. B.Q. 10,14), i pubblicani erano considerati i peccatori per eccellenza, trasgressori di tutti i comandamenti e privati dei diritti civili e politici. La loro testimonianza non era ritenuta valida, non si poteva neanche ricevere elemosina proveniente dalle casse dei pubblicani (B.Q. 10,1) e per sottrarsi alla loro avidità era addirittura permesso giurare il falso (Ned. 3,4). Ritenuti esseri immondi, la loro impurità si trasmetteva a tutto quello che toccavano: dal bastone col quale controllavano la merce (Kel. 15,4) alla casa in cui abitavano o a quella dove entravano. Per evitare anche solo di essere sfiorati da essi, il Talmud prescriveva di tenere dai pubblicani la distanza di sicurezza di “quattro cubiti” (due metri). Le persone religiose erano più che convinte che il regno di Dio tardasse a manifestarsi per colpa loro. Era tuttavia impossibile evitarli, non incontrarli. Questo capita anche a Gesù, che “andando via di là, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte” (Mt 9,9). L’episodio viene ambientato a Cafarnao, la città di Gesù, luogo di frontiera dove esistevano le barriere doganali per il pagamento del dazio lungo la strada che portava verso Damasco.

Per la prima volta il Figlio di Dio si trova di fronte un pubblicano, il peccatore per eccellenza. Se Gesù fosse stato un uomo pio e devoto, osservante delle norme religiose, inorridito alla vista di un incallito malfattore certamente lo avrebbe evitato e si sarebbe allontanato disgustato, non senza avergli lanciato improperi per la sua condizione.

Gesù invece non segue la dottrina religiosa, ma è spinto unicamente dall’amore del Padre per ogni creatura. Per questo lui “vide un uomo”. Non vede attraverso categorie morali (un ladro) o religiose (un peccatore), ma umane e personali, e vede “Matteo”, nome che in ebraico significa “dono di Yahvé”. Gesù non lo umilia, non lo ammonisce e non lo rimprovera. Niente di questo. Gli rivolge solo un sorprendente e inaspettato invito: “Seguimi!”.

Gesù, che non fa alcuna differenza tra le persone, invita il pubblicano a seguirlo, esattamente come ha fatto con i suoi primi discepoli (M 4,19). Lui chiama l’escluso per eccellenza dalla salvezza, perché essa non è frutto degli sforzi di quest’uomo, ma è dono di Dio.

“Ed egli si alzò…” Per indicare la risposta dell’uomo, che vive sprofondato nei peccati, l’evangelista usa lo stesso verbo “alzare” che viene adoperato da Gesù per parlare della resurrezione (Mt 22,28/30). Per l’evangelista seguire Gesù significa abbandonare una situazione di morte per entrare immediatamente, senza il bisogno di alcun rituale purificatore, nella sfera dei risorti. Per questo, chiamato il peccatore al suo seguito, Gesù non lo invia nel deserto per un periodo di preghiere e penitenze e digiuni. Macché! La risposta del peccatore, con il suo alzarsi da una condizione di peccato e di morte, lo rende già idoneo a seguire Gesù, per cui c’è solo da festeggiare e infatti viene organizzato un gran pranzo…

la penitenza?

Quella la lascia alle persone pie… Gesù non invita il peccatore a far penitenza per il suo passato, a umiliarsi chiedendo perdono per i suoi tanti peccati, ma a celebrare festosamente il presente.

La nuova realtà proposta da Gesù, quella di un amore dal quale nessuno è escluso, viene colta immediatamente, e al pranzo si uniscono due categorie di persone: i pubblicani, come Matteo, e i “peccatori”, definizione con la quale si indicavano tutti coloro che non volevano o non potevano osservare le prescrizioni della Legge e vivevano al di fuori della sfera religiosa. Nel salmo 139, il pio salmista esclama: “Ah, se Dio sopprimesse tutti i peccatori!” (v. 19) e l’ispirato Siracide rincara la dose: “L’Altissimo odia i peccatori” (Sir 12,6). Il Dio che si manifesta in Gesù non solo non toglie vita ai peccatori, ma comunica loro la sua. Mentre scribi e farisei credevano che il Regno di Dio tardasse a realizzarsi per colpa dei pubblicani e peccatori, in realtà questi ultimi, con Gesù, sono già alla mensa del Regno (Mt 8,11) e, come lui stesso li avvertirà, “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli” (Mt 21,31-32), il che non indica precedenza, ma esclusione.

Mangiare insieme a qualcuno indica piena familiarità, comunione di vita. Per questo la religione giudaica proibiva severamente di consumare i pasti con una persona impura, perché nel momento in cui essa pone la mano nel piatto questo diventa impuro, e tutti quelli che intingono nel piatto ne sono infettati. Ma per Gesù non è necessario che l’impuro peccatore si purifichi per esser degno di accoglierlo, perché è la sua accoglienza che lo renderà puro. Mentre per la religione la persona impura contamina tutto ciò che la circonda, Gesù, che è puro, trasmette la sua purezza a tutti i convitati.

La Legge, con il suo rigore, impediva a peccatori e impuri di avvicinarsi al Signore. Farlo sarebbe stato un sacrilegio. Nei vangeli, quando le persone che sono considerate impure osano trasgredire la Legge, il Signore non solo non le rimprovera, ma le incoraggia, definendo il loro gesto non un sacrilegio, bensì un’espressione di fede: “Coraggio! La tua fede ti ha salvata!” (Mt 9,22; Lc 7,50). Gesù, manifestazione visibile dell’amore del Padre, non si concede come un premio per la buona condotta dei meritevoli, ma si offre come forza vitale per i bisognosi. Gesù non si presenta come una ricompensa, ma come un dono del Padre. Mentre la ricompensa dipende dai meriti e dal valore di chi la riceve, il dono dipende unicamente dalla generosità del donatore.

Nei vangeli, nei momenti più critici, spuntano come funghi i farisei, che sembrano sempre in agguato. La domanda che queste piissime persone  rivolgono ai discepoli (“Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”) non è rivolta a conoscere il motivo, ma ad accusare Gesù di essere un maestro d’impurità, come formuleranno in seguito: “Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebul, principe dei demòni” (Mt 12,24). Il comportamento dei farisei è caricaturale e tipico delle persone devote, molto religiose. Costoro sono i vigilanti dell’ortodossia. Essi spiano ogni parvenza di libertà nelle persone, che debbono essere sempre sottomesse alle loro severe prescrizioni religiose, e, come denuncia Paolo nella Lettera ai Galati, questi sono i “falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi” (Gal 2,4). Quanti sono volontariamente schiavi, quando vedono una persona libera non pensano di diventare anch’essi liberi, ma vogliono renderlo schiavo come loro. I farisei però non vanno direttamente da Gesù; non osano affrontare direttamente il maestro, ma si dirigono con perfidia verso i discepoli ad insinuare il dubbio: Come fate a seguire un maestro che è impuro? Se un maestro è impuro, vi rende impuri!

Gesù interviene in difesa dei discepoli (pubblicani e peccatori non ne hanno bisogno) “Non sentono bisogno del medico quelli che sono forti, ma quelli che stanno male”. Gesù non parla di sani e di infermi, ma di “quelli che sono forti” e “quelli che stanno male”, espressioni che nei profeti indicano rispettivamente i capi (Is 1,23-24; 3,1.2.25) e il popolo, gli oppressori e gli oppressi. Attraverso l’immagine tradizionale del medico e di quanti stanno male Gesù denuncia l’oppressione che fa soffrire il popolo abbandonato dai suoi dirigenti, insensibili e indifferenti alla sua dolorosa situazione (Ez 34,4). Coloro che si sono impossessati del potere, gli oppressori, non solo non sono interessati a un liberatore, ma lo vedono anche come una minaccia ai loro interessi e al loro prestigio. Sono gli oppressi, gli emarginati e gli esclusi, quali i peccatori e i pubblicani, quelli che sentono la necessità di un liberatore. Sono questi quelli che Gesù è venuto a chiamare.


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