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Massimo Recalcati "Non basta ricordare il passato"

 11 febbraio 2025 

Dalle foibe alla Shoah, la nostra più alta responsabilità è ereditare ciò che si ricorda. Si può custodire la memoria solo riconquistandola ogni volta in modo nuovo

Il massacro delle foibe, come ogni altro evento collettivo che ha offeso profondamente la natura insacrificabile della vita umana, può essere solo ricordato? La memoria può ridursi a essere, come scrivevo tempo fa, solo un cimitero dei ricordi? Quale è la nostra responsabilità di fronte ai traumi collettivi che la storia ci ha consegnato? E poi, cosa significa davvero ricordare? 

Freud sosteneva che quello che non si ricorda e non si elabora tende a riprodursi nuovamente secondo la legge inesorabile della coazione a ripetere. Se dovessimo tradurre questo principio in termini storici dovremmo dire che se non ci fossero ricordo ed elaborazione dell’orrore, l’orrore tenderebbe a riprodursi. Giusto, giustissimo. 

Ma bisognerebbe aggiungere anche che il ricordo e la rielaborazione dell’orrore in quanto tali non sono mai del tutto sufficienti a impedire la sua possibile ripetizione. Perché il passato non è qualcosa di inerte, di compiuto una volta per tutte, di già stato, appunto, che condiziona passivamente la nostra vita. Il passato non è mai del tutto passato perché il suo significato non può essere stabilito una volta per tutte, ma dipende costantemente da come noi lo interpretiamo retroattivamente. 

La nostra più alta responsabilità non è allora tanto quella del ricordare, ma quella dell’ereditare ciò che si ricorda, cioè nel dare senso al nostro passato. Questo non significa che il ricordo non sia, ovviamente, indispensabile, ma lo è molto di più preservare viva la sua memoria. Il che significa rileggere il passato in modo tale che esso non diventi un semplice archivio di fatti già accaduti. La memoria storica esige una assunzione di responsabilità che non si limita a narrare quello che è già avvenuto, ma lo deve fare esistere in modo utile alla vita. Era questa una grande questione sollevata da Nietzsche: è la vita che deve servire la storia o è la storia che deve servire la vita? Ma cosa significa pensare che la storia possa servire la vita? 

Nietzsche faceva riferimento al carattere sterile che può assumere il sapere storico che egli assimilava, in una celebre immagine, a quella di un obeso rimpinzato di una serie innumerevole di date e di fatti già accaduti. 

Quando succede? Quando l’erudizione prevale a scapito dell’interpretazione critica, quando il passato viene imbalsamato in una somma di fatti separati dalla nostra vita, quando si dimentica di trarre dalla storia una lezione che, appunto, può essere utile alla nostra vita attuale. 

Il ricordo non è sufficiente a fare esistere questa lezione. Piuttosto bisognerebbe mettere in luce la responsabilità dell’eredità. La rivoluzione francese non è stata solo un evento del passato di cui i nostri archivi e i nostri manuali conserveranno per sempre i documenti e il ricordo, ma implica una fedeltà ai suoi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità senza la quale l’evento stesso della rivoluzione francese perderebbe il suo significato, evaporerebbe nel nulla. 

Lo stesso si potrebbe dire per il trauma della Shoah o per altri eventi collettivi che hanno cambiato il corso della storia. Certo che occorre anche ricordare, ma questa attività risulterebbe vana se a essa non si associasse quella dell’ereditare il significato dell’evento. Il che significherebbe, per esempio, nel caso della rivoluzione francese, restare fedeli ai suoi ideali che sono quelli sui quali si è costruita l’identità dell’Europa occidentale. 

Oppure, nel caso della Shoah, assicurare una vigilanza che renda impossibile la sua replica mostruosa, ma anche una politica degli Stati che sia sempre ispirata da quella tremenda lezione. 

Dissociare il ricordo dalla responsabilità dell’eredità significherebbe svuotarlo del suo significato più proprio. Questo vuol dire che è solo la nostra attuale fedeltà all’evento ad attribuire a quell’evento il suo più proprio magistero. Non per caso gli storici sanno bene che la temporalità storica è sempre al futuro anteriore. La presa della Bastiglia non è stata una sommossa popolare tra le altre non in quanto tale — avrebbe, infatti, potuto benissimo esserlo — ma solo a partire da tutto ciò che ne è conseguito. 

Sono solo gli eventi che accadono nel futuro che possono restituire significato a ciò che è già stato. Altrimenti il passato sarebbe davvero solo un cimitero dei ricordi. 

Sicché la memoria non può che essere essa stessa un ereditare che ha il compito di modificare il senso di quello che è già accaduto restituendoci un passato vivo, diverso da quello che l’erudizione storica può coltivare. 
Questo estende massimamente la nostra responsabilità che non riguarda più solo ciò che accade ora o che accadrà prossimamente, ma ciò che è già accaduto. 

Ma come si può essere responsabili di ciò che abbiamo alle spalle? Siamo con questa domanda al cuore del problema della memoria. Cosa ne sarà degli ideali del Risorgimento, della lezione di Gramsci, della follia atroce del nazi-fascismo o del Manifesto di Ventotene non dipende tanto da quello che è già stato, ma da come tutto ciò che è già stato verrà ereditato da chi deve essere oggi all’altezza di ciò che sta accadendo. Si può custodire la memoria solo riconquistandola ogni volta in modo nuovo.


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