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Alberto Maggi "Pane al pane… O dell’importanza della schiettezza, nel Vangelo e nelle relazioni umane"

Nella storia della Chiesa “l’annuncio della buona notizia di Gesù ha avuto una delle sue massime espressioni nella figura di Bernardino degli Albizzeschi”, francescano del XIV secolo, conosciuto come Bernardino da Siena. La caratteristica di Bernardino era “la sua estrema sincerità nel modo di esprimersi, quella di dire “pane al pane, vino al vino”, ovvero chiamare le cose con il loro nome, senza sotterfugi o giri di parole…” – Su il Libraio la riflessione del biblista Alberto Maggi.

Nella storia della Chiesa l’annuncio della buona notizia di Gesù ha avuto una delle sue massime espressioni nella figura di Bernardino degli Albizzeschi, francescano del XIV secolo, conosciuto come Bernardino da Siena. 

Questo gran predicatore, capace di attirare e affascinare folle immense e riempire piazze e cattedrali, aveva a cuore che ognuno comprendesse il suo messaggio e per questo comunicava le più alte verità della fede “chiarozzo, chiarozzo”, preferendo il volgare al latino e adoperando senza remore o esitazioni il colorito vivace linguaggio del popolo, perché questo comprendesse appieno la sua parola (“Io dico che a voi bisogna dire e predicare la dottrina di Cristo per modo che ognuno la intenda e pigline frutto”). 

Bernardino non predicava ma parlava, prendendo chiaramente le distanze dai roboanti quanto incomprensibili predicatori del tempo, come quel suo confratello che “Parlò tanto alto, che io none intesi nulla!” (Predica III). Come ogni autentico profeta, Bernardino non solo non fu ben visto dall’istituzione religiosa, ma venne anche sottoposto a ben tre processi per sospetta eresia. Lui però non se ne curò e continuò con la sua vita e predicazione di evangelica trasparenza. Memorabile la sua risposta data ai senesi delusi dal suo rifiuto di essere il loro vescovo. Bernardino spiegò a essi che, se avesse accettato, le regole della diplomazia e della convenienza curiale gli avrebbero poi impedito di parlare apertamente: “Se io ci fussi venuto come voi volavate che io ci venisse, cioè per vostro vescovo, egli mi sarebbe serrata la metà della bocca. Vedi, così, così sarei stato, che non arei potuto parlare se non co’la bocca chiusa. E io so’ voluto venire a questo modo, per poter parlare così a la larga; che così potrò dire ciò che io voglio, e potrò parlare più a mio modo d’ogni cosa” (Predica XVIII). La caratteristica di Bernardino era la sua estrema sincerità nel modo di esprimersi, quella di dire “pane al pane, vino al vino”, ovvero chiamare le cose con il loro nome, senza sotterfugi o giri di parole. 

Il principio della chiarezza e della schiettezza, così basilare e importante non solo per l’annuncio del Vangelo, ma anche per le relazioni umane, al quale Bernardino si ispirava, trovava la sua fonte nel Discorso della Montagna, nella quarta delle cinque contrapposizioni con le quali Gesù mostra l’incompatibilità del suo insegnamento con quello di Mosè: “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso”, e “adempirai i tuoi voti al Signore”; ma io vi dico: non giurate affatto…” (Mt 5,33-35). Nella Legge di Mosè si vietava di pronunciare invano il nome di Dio, ma si raccomandava di mantenere fedeltà ai giuramenti fatti (Dt 23,22). Gesù invece esclude nella maniera più assoluta, per i suoi discepoli, la pratica del giuramento, e invita ad avere con tutti rapporti di vera sincerità. Il credente deve ispirare fiducia per sé stesso senza dover ricorrere a un’autorità superiore. Per questo Gesù invita a “non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello”, e chiede che “sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,36-37). Il “maligno” è il satana, “menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44), colui che fin dagli inizi dell’umanità ha introdotto l’inganno nel mondo (Gen 3,1-4), perché “non vi è verità in lui” (Gv 8,44). 

Modello di questo parlare schietto e sincero, Gesù sconcerta i suoi avversari, i farisei, che si rivolgono a lui dicendo “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio” (Mc 12,14). I farisei riconoscono che Gesù, uomo libero e indipendente, nel suo agire e nel suo parlare non si lascia condizionare da chi ha davanti, non dissimula e non si lascia nemmeno intimidire dai potenti. Lui non si preoccupa delle conseguenze cui può andare incontro colpendo gli interessi di qualcuno. Per questo può insegnare “secondo verità la via di Dio”, cioè quello che il Signore chiede agli uomini. Sicché, per essere capaci come Gesù di vivere e insegnare il cammino di Dio non bisogna guardare in faccia a nessuno, soprattutto ai potenti o a quanti in qualche modo possono nuocere alla reputazione, agli interessi o alla vita della persona. Infatti è proprio la soggezione verso le autorità quel che frena e rende incapaci di esprimere chiaramente il proprio pensiero. Per la paura di critiche e persecuzioni esterne si può innescare allora la più efficace decapitazione del proprio pensiero: l’autocensura che uno si impone volontariamente per la propria convenienza e per salvaguardare i suoi interessi. Ma quando si è sicuri di ciò in cui si crede e si è coraggiosi, la disapprovazione dei potenti non può che rafforzare le convinzioni personali e l’ostilità che eventualmente ne può derivare, anziché distruggerle può consolidarle. Il pericolo nasce invece quando si tace perché altrimenti il proprio pensiero può pregiudicare la carriera, una nomina, un incarico, o rovinare la reputazione. Così si dissimula, ci si nasconde, ci si maschera, si mente, e non una sola volta. La menzogna diventa in questo modo stile di vita, perché si comprende che solo attraverso di essa è garantito il successo, la carriera, l’altrui considerazione. E la verità, soffocata, diventa via via sempre più flebile, sterile, confinata e atrofizzata nel proprio io più profondo. Quando la bussola che guida il comportamento di una persona è sempre orientata verso il più ampio consenso possibile, inevitabilmente il linguaggio deve essere smussato, affinato, addolcito, in modo che non offenda nessuno e non colpisca chi ascolta. Così il tutto diventa una sorta di melassa dolciastra nella quale ormai la persona resta impiastricciata e imprigionata, e, come denuncia il salmista, “più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono pugnali sguainati” (Sal 55,22), perché, è vero, “parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore” (Sal 28,3). 

D’altro canto, il parlare senza guardare in faccia a nessuno comporta inevitabilmente l’emarginazione, ma quest’ultima, anziché essere un limite, diventa un vantaggio: quando non si ha nulla da perdere si alimenta ancor più la propria libertà di parola, di pensiero e di azione. Per questo il comando di parlare schietto (“sì sì, no no”) viene posto da Gesù solo dopo l’invito ad accogliere le beatitudini, a orientare diversamente la propria esistenza, a vivere non più per il proprio interesse ma per quello degli altri. Quanti invece vivono sempre in cerca del benestare e del consenso altrui, vengono severamente ammoniti da Gesù: “Ahi a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26). Per Gesù il criterio per stabilire l’autenticità di un credente è il suo rapporto con il sistema che regge la società. Se quelli che comandano incoraggiano, lodano e applaudono il discepolo di Gesù, significa che quest’ultimo è un falso profeta a loro servizio e ha tradito il messaggio del Signore, perché “allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”. Quando, invece, il sistema lo contrasta, lo perseguita, lo calunnia, il credente deve rallegrarsi perché questa è la garanzia di essere dalla parte del Signore e di rendere visibile con la sua vita l’immagine del Dio invisibile. Il vero profeta infatti viene sempre perseguitato, diffamato, spesso assassinato dai detentori del potere perché la sua stessa persona è un atto di accusa contro la loro ingiustizia (Sap 2,12).

Quando la società applaude il seguace di Gesù, si può essere sicuri che questi non è un discepolo ma un traditore del vangelo, un falso profeta, colui che nasconde le malefatte dei potenti. Per questo Gesù avverte ancora: “Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci” (Mt 7,15; At 20,29). I falsi profeti vengono definiti “lupi rapaci” riprendendo l’espressione usata dal profeta Ezechiele nelle sue invettive contro principi, sacerdoti e capi di Gerusalemme che “sono come lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni. I suoi profeti hanno come intonacato tutti questi delitti con false visioni e oracoli fallaci e vanno dicendo: Così parla Yahvé Dio, mentre invece Yahvé non ha parlato” (Ez 22,27-28). Se il profeta è a servizio di Dio, il falso profeta è al soldo del potente di turno. Mentre il profeta denuncia le ingiustizie, il falso profeta le giustifica e le copre. 
L’annuncio del profeta inquieta, quello del falso profeta rassicura. Il falso profeta si arroga la pretesa di parlare in nome di Dio e di difendere gli interessi del gregge, ma in realtà mira esclusivamente ad imporre la dottrina dei potenti per il proprio interesse. Per questo, nel primitivo catechismo dei cristiani, chiamato Didachè (Dottrina), il criterio per distinguere il vero dal falso profeta è proprio l’interesse: “Se pretende denaro è un falso profeta” (Did. 11,6), perché, come avverte Gesù, “dai loro frutti li riconoscerete”. Non vengono contestate le dottrine, né vengono richiesti attestati di fede che confermino l’ortodossia dei profeti. Il criterio di autenticità è la coerenza con ciò che il profeta insegna e, in modo particolare, l’assenza di ogni meschino interesse (Mi 3,5-6; Ez 13,1-23).

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