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Massimo Recalcati "L’illusione della vita lunga"

 22 febbraio 2025 

Nel nostro paese manca una legge sul fine vita e si pensa che l’esistenza deve essere per forza di un grande numero di anni.

Manca nel nostro paese una legge sul fine vita. Si tratta di un buco legislativo sempre più insopportabile e indecente. Mai come in questo caso si avverte profondamente la nostalgia per Marco Pannella e per la capacità di azione politica dei radicali. 
Nessun partito del centro-sinistra sembra volersi assumere la responsabilità di impugnare questa battaglia per salvaguardare la dignità umana e la sua libertà di fronte alla malattia e alla morte. Senza considerare che ancora una volta, come accadde già con la difesa della legge sul divorzio, il nostro paese è in realtà assai più maturo della classe politica che lo rappresenta. 
Il dolore senza speranza che spezza la dignità del malato condannato alla morte è, infatti, una esperienza che molti hanno condiviso e non ha nessun colore partitico. Mentre la morte che intasa il teatro drammatico della guerra resta prigioniera dell’asprezza del conflitto politico, quella di chi viene travolto dalla malattia dovrebbe invece provocare una solidarietà senza divisioni di parte. E’ questo il valore profondamente umano che bisognerebbe accompagnasse la formulazione e l’approvazione di una legge sul fine vita: fare prevalere almeno per una volta una fratellanza non retorica, una solidarietà profonda verso chi è caduto e dichiara la sua umanissima resa. 
Si può pensare che una cultura cattolica ancora pervasiva impedisca che nel nostro paese il tema del fine vita sia posto al centro dell’agenda politica? L’ideologia che molti dichiarano morta e sepolta avvolgerebbe ancora da capo a piedi questo tema? Sicuramente. Ma a questo dato, persino ovvio, che condiziona politicamente soprattutto l’azione del centro-sinistra, aggiungerei una considerazione ulteriore. 
Il nostro tempo esorcizza la morte, rimuove la sua inesorabilità nel nome di una vita che vorrebbe respingere ogni esperienza del limite. Uno dei miti contemporanei è, infatti, quello di attribuire un valore in sé al prolungamento illimitato della vita. Garantire la vita più lunga possibile sembra imporsi su qualunque altra valutazione di merito. Di qui l’ossessione per il cosiddetto benessere, ovvero per un salutismo spesso penitenziale che vorrebbe scongiurare non solo la malattia ma la morte stessa. 
Nessun tempo ha conosciuto in forme così esasperate l’ossessione per il benessere e per il prolungamento ad ogni costo della vita. Un corteo variegato di specialisti ci spinge ad identificare indebitamente il valore della vita con la sua durata dimenticando che ciò che dà valore alla vita non è affatto il suo essere lunga quanto la possibilità di poter essere larga, ampia, capace davvero di essere una vita viva. 
E’ un insegnamento centrale che si trova anche nella predicazione di Gesù: la vita umana non può ridursi materialisticamente alla sola vita biologica, all’essere semplicemente in vita della vita, poiché il compito più radicale che l’attende è quello di essere generativamente viva, di essere capace di fare frutti. L’essere semplicemente in vita della vita non può infatti garantire il suo essere davvero viva. 
Possiamo fare l’esempio evidente delle depressioni che mostrano implacabilmente quanto la dimensione biologica della vita semplicemente in vita non coincida affatto con la vita capace di vita. La vita del depresso è, infatti, vita biologicamente viva ma è, in realtà, vita morta, vita senza vita, vita senza desiderio di vita. 
Nel coltivare l’illusione della vita lunga si manifesta la dimensione securitaria della pulsione che caratterizza la cifra melanconica di fondo del nostro tempo. E’ l’altra faccia dell’euforia maniacale nella quale siamo immersi. La fuga dal pensiero e dalla presenza della morte avviene nel nome di una vita che, in realtà, ha sempre più paura del carattere ingovernabile della vita. 
Per queste ragioni una vita sommersa dal dolore e dall’assenza di speranza dovrebbe avere pieno diritto a dichiarare la propria resa. Non riconoscere questo diritto è l’effetto di un tremendo offuscamento ideologico che fa prevalere un concetto astratto di Vita – di cui la vita lunga è l’illusione più edonistica – sulla vita reale che è tale solo se ha la possibilità di preservare la sua ampiezza. 
Certamente non esistono misure standard per definire questa ampiezza. Un amico monaco che vive in una condizione eremitica mi spiegava che l’ampiezza della sua vita coincideva con quella del geranio sulla sua finestra e dell’uccello che dimorava sul ramo di un albero nel giardino. Nessuno può decidere quando una vita sia davvero larga, come nessuno può decidere sull’equilibrio singolare che ciascuno deve sperimentare tra la possibilità della sua resistenza al male e quella della sua resa. 
Una legge sul fine vita non sospingerebbe in modo irresponsabile la vita ferita mortalmente verso il suicidio, ma tutelerebbe la sua dignità che non può coincidere né con un dolore senza speranza né con l’illusione che il valore della vita consista necessariamente nel suo essere la più lunga possibile.


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