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Alessandro D’Avenia “Ogni bambino è un prodigio? Lettera di un padre.”


24 febbraio 2025

Ogni bambino è un prodigio, un segno profetico, un fenomeno, un apparire nuovo, purché lo si guardi così.

Qualche giorno fa mi ha scritto un padre: «Il nostro primogenito, 9 anni, non fa altro che leggere e scrivere. Legge mentre fa colazione, mentre fa pipì e mentre si veste, in auto, in piedi appoggiato al muro o infilandosi le scarpe. L'altra sera mi fa: "Facciamo un gioco: inventiamoci a turno titoli di libri non ancora scritti!”. E scrive. Tutto ciò che gli passa per la testa: romanzi d'avventura di una facciata; storie di mistero; racconti-gioco in cui si sceglie come andare avanti; scrive e disegna fumetti. Scrive dietro fotocopie sbagliate; sulla mezza pagina che ho strappato per fare un aeroplanino al fratello. Quando proprio va male, scrive sui post-it. Da sei mesi ci tortura perché il suo più grande desiderio è pubblicare un libro. Chiede come si contatta una casa editrice o se il libro debba avere un numero minimo di capitoli. Quando apprende che qualche conoscente è bravo a disegnare, gli s'avvinghia addosso e sussurra: “Vorresti diventare il mio illustratore, per favore?”. Non sono un genitore convinto che i propri figli siano prodigi, ma cerco di osservare i nostri con gli occhi del cuore». La lettera, che si chiude con la richiesta di qualche consiglio, contiene già le risposte che io cercherò solo di far emergere, a partire dal fatto che il tempo per riflettere e scriverla è già tutto: l'educazione si dà solo come «ascoltazione», ascolto da cui nasce l'azione. Perché? 

Nella nostra cultura il termine «vocazione» sembra esser diventato eccessivo, e viene sostituito dai meno precisi: istinto, centro, desiderio, passione, attitudine... che perdono però il carattere di incontro e relazione con il mondo, perché vocazione (da voce) implica una chiamata: il mondo ci interpella, la vita ci chiede qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Per questo nelle culture tradizionali si trova quasi sempre un «custode» (angelo, spirito, genio, animale...), mentre noi «moderni» siamo convinti di dover fare da soli. Come spiega lo psicanalista James Hillman: «I bambini costituiscono la miglior dimostrazione pratica di una psicologia della provvidenza. Non mi riferisco a interventi miracolosi, piuttosto al banalissimo miracolo in cui si rivela il marchio del carattere: tutto a un tratto, come dal nulla, il bambino o la bambina mostrano chi sono, la cosa che devono fare» (Il codice dell'anima). Per questo amo la parola «prodigio», usata nella lettera con pudore, perché non significa «straordinario», così come «fenomeno» non significa «eccezionale» ma semplicemente «ciò che appare». In origine prodigio era un «segno», un evento più o meno raro (dal volo di un uccello a un'eclissi), che un esperto (indovino, profeta, sacerdote...) interpretava come suggerimento divino all'azione. 
Lo esprime il padre nella metafora «occhi del cuore», una vista capace di scorgere in un segno la «profezia», il futuro. Infatti, come dice la lettera, emerge il «desiderio» (termine usato spesso in psicanalisi come sinonimo di vocazione), una spinta che - dice la lettera - «tortura» gli adulti perché accolgano un «venire al mondo». Le «inclinazioni» spiccate sembrano «storture» («inclinato» significa «storto» e per questo amiamo la torre di Pisa), infatti spiega Hillman: «I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati... E la voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell'ambiente. La vocazione si esprime in capricci e ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé». 
Insomma ogni bambino è un prodigio, un segno profetico, un fenomeno, un apparire nuovo, purché lo si guardi così. Alle elementari ho passato molto tempo fuori dall'aula perché parlavo troppo: «chiacchierone» è una parola che, di maestra in maestra, mi si è appiccicata addosso. Ma era solo la mia vocazione a narrare, raccontare, farmi sentire... cosa che, in una scuola in cui devi star zitto, ascoltare e poi ripetere, non sempre era gradita. Per fortuna quella «inclinazione» ha resistito grazie a chi invece ha saputo «vederla» e «interpretarla». Questo non significa far diventare l'inclinazione una professione da subito (logica adulta che purtroppo spesso trasforma il fenomeno in fenomeno da baraccone), ma farne il centro del gioco del bambino, che infatti ne propone uno meraviglioso: inventare i titoli dei libri non ancora scritti. Questo gioco porta a esplorare il mondo, e infatti con il bambino della lettera farei una specie di caccia al tesoro che dalla carta risale sino all'autore, passando per albero, inchiostro, libreria, stamperia, casa editrice... 
Osservare le reazioni del bambino all'incontro con questi «mondi» offrirà ulteriori segni (prodigi) da interpretare. Ho un amico che a Natale ha regalato al figlio «Il libro dei mostri», una bellissima edizione cartonata, sulla cui copertina compare il nome del figlio come autore. Non è infatti un libro in vendita, ma la raccolta di tutti i mostri che il bambino ha disegnato nel tempo, insieme ai genitori e alla babysitter (il mio preferito è il Mostro Rutto). 
Per questo comincerei a raccogliere le «opere» del bambino per edizioni «casalinghe», sempre come un gioco, con distribuzione e lettura tra parenti, ma soprattutto tra amici del bambino, perché senta che il suo è un dono per il mondo. Insomma si tratta di «stare al gioco», perché è in quella dimensione che un bambino allena la vocazione e si apre al mondo; se invece quel segno viene subito ingabbiato in una carriera si rischia di perderne la gioia (quanti attori precocissimi si sono poi trovati prigionieri...). 
Farei parlare il bambino con chi del leggere e dello scrivere ha fatto un mestiere, perché possa porre le sue domande liberamente. Ricordo ancora la chiacchierata con una bambina delle elementari considerata «particolare» perché «fissata» con i miti. 
La mamma voleva che parlassi con lei: mi sono trovato di fronte una bambina che, per affrontare il mondo e i suoi lati oscuri, usava i miti e voleva che qualcuno glieli spiegasse senza sconti. I bambini sono prodigi, e gli educatori interpreti di segni: invece di riempire le loro giornate di attività e impegni che soffocano la loro unicità sulla base del nostro modo di vivere performante, bisognerebbe capire qual è il «grande gioco» a cui stare e da fare, come fecero i Dalla: «Su una sola cosa tutte le testimonianze concordano perfettamente. Lucio era un fenomeno già da piccolo. 
A tre anni mamma e papà lo portano a passeggio e, passando davanti a un caffè-concerto, lui scappa e sale sul palco per cantare una filastrocca, tra gli applausi del pubblico divertito da questo impudente bimbetto. A quattro anni era già un piccolo comico, faceva ridere perché strimpellava polche e mazurche con una fisarmonica più grande di lui, era un esibizionista nato e i genitori erano permissivi, non cercavano di scoraggiarlo, sapevano di avere un figlio che aveva poco in comune con gli altri bimbi della sua età... gli consentirono qualcosa che per i bimbi suoi coetanei sarebbe stato impensabile: stare in una vera e propria compagnia di operette» (E.Assante - G.Castaldo, Lucio Dalla). 
Non vale solo per il cantautore, tutti i bambini hanno poco in comune con gli altri perché sono unici e, come Lucio anni dopo, potrebbero dire: «Facevo tutto questo senza rendermene conto, come tutti i bambini», perché il bambino quando gioca lavora. Non tutti però riescono a manifestare i segni in modo così spiccato, e richiedono quindi più attenzione e ascolto. 
Sarei felice di parlare con questo bambino che inventa titoli di libri e scrive sui post-it, perché abbiamo delle «stranezze» in comune. Vorrei dirgli che se continuerà a esser «storto», molti non lo capiranno, ma avrà una vita bellissima.  



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