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Bernardo Gianni "La storia della salvezza continua, fuori dalla dittatura del presente"

Nelle domeniche dell’Anno Santo “Avvenire” ospita voci credenti e laiche per offrire spunti di riflessione a partire da domande ispirate dalla Bolla di indizione del Giubileo. Qual è, oggi, la speranza che “non delude”? Quali speranze nutrono il nostro sguardo sul futuro? Su quali fondamenta edifichiamo i progetti della vita, le attese, i sogni? E la società, a che speranza collettiva attinge?.

«La speranza non è previsione del futuro, ma è la visione del presente in stato di gestazione». L’illuminante precisazione di Erich Fromm arricchisce non poco la nostra comprensione della speranza evidenziando quella sua promettente dinamica generativa di futuro che la riflessione teologica di Jürgen Moltmann saprà correlare alla stessa «signoria di Dio» che, a suo giudizio, «non è in primo luogo l’atto del regnare sul mondo intero, sul mondo naturale che circonda l’uomo, ma l’atto del guidare verso la terra promessa, ed è quindi una signoria storica che si esprime in avvenimenti unici, irripetibili, sorprendentemente nuovi e orientati verso uno scopo». 

Tale fecondo orientamento, con ostinata pazienza e lucida perseveranza, i discepoli del Vangelo intendono testimoniare al mondo aprendo il loro cuore alla Provvidenza del Signore, persuasi, nonostante gli innumerevoli riscontri contrari, che la nostra storia sia ben altro da una sorta di teatro dell’assurdo che ha per regista o una fredda fatalità, cieca e sorda al nostro lamento e alla nostra ansia di libertà, o una scatenata casualità che inevitabilmente sottomette tutto all’imprevedibile e aleatoria dittatura dell’insignificanza. Fosse davvero così altro non potremmo fare che abbandonarci a una sorta di disillusa rassegnazione, magari convalidata da una nevrotica e impaurita angoscia del presente e del domani. 

Del resto già qualche anno fa, con singolare chiaroveggenza, il filosofo francese Marc Augé ci avvertiva: «Oggi imperversa nel pianeta un’ideologia del presente e dell’evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia: da uno o due decenni a questa parte il presente è divenuto egemonico. Agli occhi dei comuni mortali esso non è più l’esito del lento evolversi del passato, non lascia più intravedere un abbozzo del futuro possibile, ma si impone come un fatto compiuto, opprimente, che fa dileguare il passato e blocca l’immaginazione dell’avvenire». Questa angosciata diagnosi, relativa a una vera e propria «dittatura dell’incerto presente», pone chiaramente in evidenza uno dei sintomi più drammatici di una diffusa patologia dell’uomo contemporaneo: il nostro, infatti, è un cuore sovente sgretolato dal pragmatismo tecnologico dominante e pertanto tentato di subordinare alla sensazione dell’immediatezza l’esigente ma fruttuosa fatica della memoria e della speranza. 

Ci vaccina da queste epidemiche patologie la parola del Signore, in particolare Proverbi 29,25: «La paura degli uomini è una trappola, ma chi confida nel Signore è al sicuro»; e Romani 15,4: «Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza». Rimanere in ascolto della parola di Dio, raccomandare percorsi di familiarità con le sillabe preziose della divina Scrittura, riscoprire la fecondità pasquale della liturgia, lasciarsi maturare da un silenzio memore e grato che propizia la gestazione nel cuore di una parola troppo luminosa per essere soltanto umana, sono solo alcune delle prospettive che immediatamente e pastoralmente mi sentirei di raccomandare nelle più varie articolazioni delle nostre convivenze per una ecclesialità dai confini porosi e agevolmente attraversabili da cuori inquieti e feriti dalla vita. Spetta a noi, scolari del Signore Gesù, credere in prima persona e donare a chi incontriamo la percezione che la storia di salvezza testimoniataci dalla Scrittura non è interrotta, non è terminata, non è archiviata. 

Sono infatti destinate anche a noi le splendide parole di Isaia 43: «Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo”». E ancora, dal terzo libro delle Lamentazioni: «voglio riprendere speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse son rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà». 

Nella nostra società della paura e della diffidenza appare impresa ben difficile accompagnare le persone alla riscoperta della rassicurante fiducia nella fedeltà di quel Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Giovanni 3) per una trasfusione d’amore che farà dire a Paolo: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5). 
La speranza scaturisce dunque da una fede capace di farci riconoscere come ci sia, anteriore alla nostra pur fragile esistenza, l’infinito desiderio del Dio-Amore e la sua incontenibile forza di risurrezione che per noi è l’inesauribile carburante di un insonne procedimento pasquale che non può e non deve mai fermarsi con la rassegnazione al male, al peggio, al peccato, all’ineluttabilità ripetitiva del già accaduto e, infine, alla morte e all’oblìo. 

Ne sanno qualcosa i genitori della Stanza Accanto, bellissimo sodalizio nato quasi venti anni fa presso l’abbazia di San Miniato al Monte a Firenze, dove ormai numerosissime persone accomunate dalla sciagurata perdita di un figlio trovano riparo nella luminosa penombra delle mirabili architetture di una basilica costruita mille anni fa per accorciare la distanza fra terra e cielo. Uno spazio scandito da tempi in cui risuona, con ritmo costante, la parola del Signore pregata, cantata, meditata e condivisa grazie a un ascolto che ha l’intensità evocata dagli stupendi versi di Antonia Pozzi: 
«Ho tanta fede in te. Mi sembra / che saprei aspettare la tua voce / in silenzio, per secoli / di oscurità. / Tu sai tutti i segreti, / come il sole: / potresti far fiorire / i gerani e la zàgara selvaggia / sul fondo delle cave / di pietra, delle prigioni / leggendarie. / Ho tanta fede in te. Son quieta / come l’arabo avvolto / nel barracano bianco, / che ascolta Dio maturargli / l’orzo intorno alla casa». 

Scritti nel 1934, questi versi sono forse una delle liriche più ispirate per aiutarci a intendere donde promana una speranza feconda di attesa e di desiderio: da un ascolto talmente incondizionato da arrivare a udire l’impercettibile, come lo sono certi passaggi del Signore nella nostra vita, le cui orme e le cui tracce, pure a prima vista irrilevanti, sono diventate, per le rotte dei genitori della Stanza Accanto, assai più rassicuranti di qualsiasi bussola o atlante. E la meta è descritta da Paolo (Romani 8) in immagini di insuperabile bellezza e suggestione e che sembrano dare da secoli piena ragione all’intuizione di Erich Fromm: «Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati». Una sorta di gestazione cosmica, dunque, che molto probabilmente ha ispirato le ignote mani di artisti bizantini che con indubbia audacia antropologica hanno osato raffigurare molti secoli fa il Cristo del nostro catino absidale misteriosamente gravido, intuendo che la sofferenza del nostro Salvatore adesso non è più la croce, orribile strumento di morte, ma l’attesa, il desiderio, anzi, il travaglio che annuncia l’imminente nascita di una novità pasquale che, confidando assieme a lui nel Padre Celeste, confortati dalla luce dello Spirito Santo, possiamo e dobbiamo sperare. 

Abate di San Miniato al Monte 
Firenze 

Fonte: Avvenire 


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