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Se anche Dio si mette le mani nei capelli

15 dicembre 2024

conversazione con Brunetto Salvarani

Da pochi giorni è in libreria l’ultimo libro di Brunetto Salvarani, un testo diverso dagli altri, che affronta un tema fondamentale del rapporto interreligioso e in modo particolare in questa fase storica, il dialogo cristiano-ebraico, “Un percorso difficile anche per Dio”, con prefazione del vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Effatà). 

Abbiamo incontrato l’autore.

Buon giorno Brunetto, come stai? Bene, grazie! Sono felice di poter parlare con te del mio libro, al quale, come puoi immaginare, tengo molto… anche perché, con un’espressione che devo a Paolo De Benedetti, in queste pagine prendo di petto ‘un percorso difficile anche per Dio’. 

Il testo che ci proponi è un tassello nel dialogo fra cristiani ed ebrei: a che punto siamo con questo dialogo? La guerra che si sta svolgendo fra Israele e palestinesi è un ostacolo? Come ogni mio libro, anche questo nasce da una passione, che viene da lontano. È lunga la lista di maestri e maestre che, con incontri personali, lezioni, letture, hanno contribuito a far maturare in me l’idea che il dialogo fra ebrei e cristiani risiede al cuore dell’identità delle Chiese e dei cristiani. Nel tempo, tale consapevolezza è aumentata, sebbene abbia dovuto fare i conti con la constatazione che si tratta di un dialogo necessario, ma anche difficile. Ed è evidente che dal 7 ottobre 2023 – giorno della mattanza di ebrei in Israele da parte di Hamas – i processi dialogici fra ebrei e cristiani si sono maledettamente complicati, messi duramente alla prova come mai finora, mostrando tutte le loro gracilità e vulnerabilità. Quel giorno si è aperta un’ulteriore crepa, che rimanda alla necessità di elaborare un paradigma inedito nel dialogo fra cristiani ed ebrei. Tutto da pensare, tutto da costruire, e su cui occorrerà esercitarsi a fondo da parte di chi intenda dedicarvisi. In una manciata di ore è cambiato radicalmente lo scenario, tanto da richiedere un autentico salto di qualità rispetto al passato, a sei decenni dalla fine del Concilio: ma senza buttare via il gran lavoro fatto sinora, evidentemente. Nulla sarà come prima, ma andremo avanti. Bisogna andare avanti, e non farsi prendere dallo sconforto! Lo dobbiamo a quanti ci hanno preceduto in questa strada, e alle generazioni che verranno dopo di noi. E soprattutto, non dimentichiamolo, si tratta di una buona causa, una causa giusta. 

Molto spesso noi cristiani ci dimentichiamo che Gesù di Nazaret era un ebreo osservante. Sono fratelli maggiori, come affermò Giovanni Paolo II, ma in realtà c’è ancora molta indifferenza. Perché spesso neghiamo tutto questo? Sì, l’ebraismo è il campo ermeneutico della figura di Gesù, al di fuori del quale la sua umanità non è più espressiva, e rischia di ricevere – com’è in effetti avvenuto – connotazioni estranee e talvolta peregrine, proiezioni delle più varie ideologie: dal moralista liberale al socialista rivoluzionario, alle numerose reinterpretazioni in chiave trionfalistica del passato. Tutto ciò, ovviamente, non significa che egli sia riducibile solo a una sommatoria di influenze ambientali, o che non possieda una sua originalità del tutto singolare: però la sua stessa originalità si conserva, a ben vedere, perfettamente ebraica, comprensibile solo all’interno dell’ebraismo. Se noi cristiani spesso ci siamo creati un’immagine di un Gesù sradicato dalla sua terra, dal suo tempo, dal suo popolo e persino dalla sua cultura religiosa, per gli ebrei invece, per molti secoli, egli è stato colui nel cui nome essi sono stati sistematicamente perseguitati e stigmatizzati, per cui era difficile considerarlo uno di loro. Fermo restando, in ogni caso, che per gli ebrei, inevitabilmente, egli è comunque un personaggio umano e non il Messia atteso né tanto meno il Figlio di Dio, un simile fenomeno pone al cristiano una domanda essenziale: quale significato ha per il cristianesimo l’odierno interesse di una parte di Israele per Gesù? Con quel Gesù che certo non ha fondato una nuova religione, come ancora oggi tanti ritengono, ma ha perfezionato e approfondito una rivelazione che era già da molti secoli patrimonio d’Israele? 

Riusciremo una volta per tutti a far capire la differenza fra lo stato d’Israele ed ebrei? Me l’auguro, ma bisogna ammettere che è delicata e ineludibile la provocazione al dialogo cristiano-ebraico rappresentata dalla rinascita dello Stato d’Israele nella terra dei padri, avvenuta il 14 maggio 1948, e dalla sua irruzione come assoluto protagonista nella storia contemporanea. Anche nei documenti del magistero, quali i Sussidi della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, del 1985, il tema è emerso solo lentamente, attraverso incertezze e resistenze, per imporsi, nel tempo e in tutta la sua complessità, alla coscienza cristiana. Il dialogo, infatti, non ha alcuna possibilità di sussistere se non fa i conti con la coscienza ebraica che da sempre avverte un profondo legame religioso con la terra d’Israele, e con l’ebraismo di oggi che ha realizzato un rapporto istituzionale con quella terra. L’alternativa, per il cristiano, è di prospettarsi quale interlocutore un ebraismo immaginario, magari rispondente a categorie teologiche di comodo, meno inquietante, che però ha poco a che fare con gli ebrei in carne e ossa, con l’autentico popolo d’Israele: rinunciando, pertanto, sostanzialmente al dialogo vero e proprio. Il fatto è che lo Stato d’Israele non è solo un dato politico, ma possiede anche profonde implicazioni teologiche, che risiedono al cuore delle problematiche cristiano-ebraiche. 

Non credi che sia essenziale che questo dialogo parta dal basso, dalle nostre parrocchie, dalle comunità ebraiche? La conoscenza reciproca è essenziale? Certo! Lo sostenne, anni fa, a chiare lettere un intellettuale ebreo di grande spessore come Amos Luzzatto: “Devo dire, con tutto il rispetto per le personalità e per l’impegno profuso dai dirigenti degli uni e degli altri, che questo cammino non può limitarsi a essere segnato da cerimonie di grande impatto mediatico ogni venti anni o giù di lì. Il dialogo deve essere quotidiano, deve verificarsi in mille sedi con la partecipazione del popolo cristiano e del popolo ebraico, in gruppi di studio, in circoli di amici, in associazioni capaci di mettere in comune i dubbi e i problemi, i messaggi della storia e i moniti di coloro che hanno sofferto e che soffrono tuttora. Deve svolgersi lontano dai riflettori e dalle telecamere, nelle forme vissute dal profeta Elia: in presenza di qol demamà daqqà, con voce di un sottile silenzio (1 Re 19,12)”. 

Per concludere questo nostro incontro, vedi segni di speranza, nonostante le attuali difficoltà? I segni di speranza non mancano. Notevoli, infatti, sono stati gli effetti di Nostra aetate, il documento conciliare ancora poco conosciuto, purtroppo, con cui nel 1965 si è riaperto un canale di dialogo: un testo a un tempo modesto e profondamente innovatore, si disse allora, nonostante gli aspetti che, negli auspici dei padri conciliari più sensibili, apparvero già all’epoca ancora ambigui, sfuocati o disattesi. Bisogna peraltro ammettere che, per stilarne un reale bilancio, in questo caso un sessantennio è uno spazio di tempo ampio ma anche limitato, e insufficiente a estirpare dalla teologia e dalla mentalità cattolica diffusa i normali e radicati atteggiamenti di antigiudaismo e di pregiudizio, soprattutto se riandiamo a quale fosse prima del Vaticano II lo standard dei rapporti fra ebrei e cristiani. Sì, il processo è a tutt’oggi in progress, e tanta strada si dovrà fare ancora, ma sarebbe ingeneroso negare che, per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, un tratto di cammino è stato percorso. Penso sia stato il tratto più arduo, perché compiuto dopo quasi due millenni di assolute incomprensioni, di teologia sostituzionista (la Chiesa rilettasi vero Israele contro il falso Israele storico!), di discriminazioni e persino, com’è noto, di aperte persecuzioni. Con uno slogan: dobbiamo ripartire da Nostra aetate, per andare oltre Nostra aetate! 

Stefano Zecchi

 












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