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Perché una teologia di soli uomini è una "mezza teologia". Ed è rischiosa

Eredità e immaginazione: il Dicastero per la Cultura e l’educazione ha scelto queste significative parole come titolo del Congresso internazionale sul futuro della teologia, che si è chiuso martedì scorso alla Pontificia Università Lateranense. La convocazione ha raggiunto teologhe e teologi di tutto il mondo, disegnando un vero e proprio orizzonte di speranza: insieme è possibile fare memoria oggi, generando forse buone novità per un domani condiviso.

All’inizio dei lavori, papa Francesco si è rivolto alle teologhe e ai teologi partecipanti con un discorso molto incoraggiante, toccando anche il tema della differenza tra i sessi: «Ci sono cose che solo le donne intuiscono e la teologia di soli uomini è una teologia a metà». Su questo, ha aggiunto, c’è ancora molta strada da fare. Ha indubbiamente ragione, la strada è molta, anche se il cammino comune è già iniziato. 

Tra i passi da fare insieme c’è però anche una riflessione sull’immagine utilizzata. Una teologia di soli uomini non è una teologia a metà, è una mezza teologia. Certamente nessuna teologia, per quanto geniale questa possa essere, può sentirsi intera. Dice Veritatis Gaudium: «Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre », per cui la giusta postura della ricerca teologica è «in ginocchio» e «con la mente aperta » verso ciò che è ancora da ricevere. L’esperienza della mancanza è strutturale al cattolicesimo: “cattolico” significa sì “secondo il tutto”, ma è il tutto che ci manca. Senza questo senso del limite, ha ragione la poeta Wislawa Szymborska: “tutto” è una parola sfrontata e gonfia di boria, un brandello di bufera che «fa finta di non tralasciare nulla, di concentrare, includere, contenere e avere». 

Una teologia di soli uomini è una mezza teologia perché, tenendosi a distanza dalle teologie delle donne, finge di essere intera, neutra e autosufficiente. Per misurare tale distanza, basta scorrere le bibliografie dei testi teologici più consultati e contare i nomi di donne, o cercare e non trovare quasi mai i classici delle teologie femministe nei programmi delle Facoltà teologiche, o mettersi a studiare Culda – la profetessa biblica che papa Francesco ha ricordato all’udienza quale interprete autorevole del testo ritrovato sotto le mura del Tempio –, scoprendo che gli studi su di lei sono pochi e non tradotti. Va detto che non è facile per una donna – ma ciò vale per ogni persona laica – vivere di teologia: quando la fede, o l’amore, si ferma prima di toccare le tasche, dice papa Francesco, è perché «manca qualcosa». In questa prospettiva, l’incompatibilità tra la teologia e la vita non riguarda solo l’aggiornamento e l’inclusività dei programmi: si tratta anche di condizioni materiali, nel senso più nobile del termine: del tempo, degli spazi e delle risorse economiche a disposizione. 

Sono problemi seri per una teologia chiamata «a ripensare il pensiero», a guarire dalle semplificazioni che uccidono e a fare luce sulla realtà. 
L’immagine della luce è particolarmente significativa per quelle donne che nella loro ricerca teologica si sono accorte che i conti non tornano, che la loro esperienza non risuona secondo il loro desiderio, che vige una strana associazione tra la maschilità e il sacro, che tante sono le rimozioni legate al mondo femminile nella interpretazione delle Scritture, nelle declinazioni della tradizione, nell’immaginario e nelle categorie con cui sono rappresentate la rivelazione, la fede, la chiesa, la singolarità credente, la prossimità. Mettendosi in alleanza tra loro, queste donne hanno trovato l’interruttore per accendere la luce in certe stanze buie del mondo. Tutto allora è sembrato diverso: le cose erano lì anche prima, ma non era possibile vederle bene. 

È di questo interruttore che le teologhe oggi ci parlano. Non tutte le donne sono sensibili a queste considerazioni: alcune restano convinte di essere comprese nel discorso anche quando è tutto al maschile e continuano a non spiegarsi la ragione degli squilibri di genere, altre si lasciano spegnere dai poteri che maliziosamente descrivono il femminismo come una lotta delle donne contro gli uomini, altre ancora non si espongono in questo senso perché temono di pagare un prezzo a livello personale, accademico o ecclesiale. 

Con la filosofa Luisa Muraro, però, credo che una donna divenuta consapevole della propria differenza, e che la mette in gioco con altre e altri quando pensa, parla, scrive o agisce, non si limita a godere del chiarore generato, ma diventa una persona luminosa. Il Coordinamento Teologhe Italiane, a cui appartengo, vuole proprio essere un luogo in cui raccogliere e irradiare questa luce che fa emergere dall’ombra le ingiustizie e le speranze del mondo. 

«Ci sono cose che solo le donne intuiscono», dice papa Francesco. Va bene. L’importante, però, è non aver già deciso quali siano queste cose e non scartare a priori i temi più scomodi di cui le donne parlano. Altrimenti, ancora una volta, a risuonare sarà l’eco di una mezza teologia che non ha il coraggio di accendere la luce e che, meschinamente, si nasconde dietro alla paura di far saltare la corrente.   


Fonte: Avvenire 


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