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Enzo Bianchi "La cura del gregge"

La Repubblica 
  2 dicembre 2024
per gentile concessione dell’autore. 

Nei miei ultimi soggiorni nei paesi del Nord Europa, ma anche in Francia, ascoltando cristiani diversi per appartenenza a chiese diverse, ero rimasto stupito per la frequenza con la quale si professavano cristiani e con una certa forza dichiaravano di riconoscere l’origine e la crescita della loro fede in una confessione cristiana ma di non sentirsi più da essa rappresentati e non potersi più identificare in essa.

Questi cambiamenti non vengono registrati, e tantomeno analizzati, eppure sono sempre più riscontrabili. Questo è un fenomeno nuovo: fino a poco tempo fa di sé stessi e degli altri si professava innanzitutto la confessione di appartenenza e si tralasciava la qualifica di “cristiano” che poteva sembrare in contraddizione con l’essere cattolico, protestante o ortodosso. Non si dimentichi che Benito Mussolini ha potuto gridare: “Io sono cattolico, non cristiano!”, senza essere contraddetto o biasimato dalla Chiesa, ma anzi ricevendo da molti un plauso che faceva sentire i cattolici “un esercito all’altare”. 

Ma la riscoperta del Vangelo e della Bibbia nelle chiese ha risvegliato l’identità cristiana. Paolo Ricca, il pastore e grande teologo valdese che ci ha lasciato da pochi mesi, alla fine della vita amava affermare di non rinnegare le sue origini nella chiesa valdese ma di appartenere alla chiesa invisibile che non riconosce mura e recinti confessionali, la chiesa dei cristiani, semplicemente. E ci siamo più volte detti nei nostri incontri a tu per tu: prima ci sentiamo cristiani, poi viene l’appartenenza confessionale. Ma la posizione di Paolo Ricca oggi è condivisa. Sì, le barriere confessionali non solo sono cadute per l’ecumenismo ma non sono più significative. E non si dimentichi che oggi molti cristiani riscoprono la nozione biblica del “piccolo resto”, che senza vantare privilegi, senza tentazioni settarie vuole semplicemente essere fedele al Vangelo. Solo il Vangelo! Nient’altro che il vangelo! 

Il fenomeno è così esteso che anche in Russia per ragioni contingenti alla politica della Chiesa, alcuni cristiani non si vogliono più dire ortodossi senza peraltro “passare” a un’altra chiesa. Aleksej Naval’nyj, il credente russo contemporaneo, appare esemplare per molti con la sua scelta di essere cristiano senza appartenere alla chiesa del Patriarcato di Mosca. 

Ma io mi domando: le chiese stanno meditando e interrogandosi su questa novità di cristiani senza chiesa, orfani perché non si non sentono né vivono accoglienza, fraternità, e a volte radicalismo evangelico nelle chiese di appartenenza? Non basta la figura di Papa Francesco, il suo carisma e le sue azioni profetiche per far dire ai cattolici che quella chiesa in cui sono stati formati è la loro casa, luogo di fraternità e di fede. 

Occorrerebbero altri vescovi e pastori che si adoperino per sollevare dalla solitudine chi la vive in famiglia, o nell’emarginazione, nella povertà, nella malattia, ma anche nella chiesa. E invece la cura del gregge è sempre presbite!



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