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Massimo Recalcati "Kessler, quando il Due diventa Uno: il mistero dei gemelli uniti tra la vita e la morte"

 19 Novembre 2025 

Da Caino a Cronenberg fino alla scelta di Alice ed Ellen, viaggio alle radici di un legame inscindibile.

La nascita di un fratello o di una sorella espone la vita del figlio alla necessaria rinuncia dell’essere un Uno tutto solo introducendola all’esperienza beneficamente traumatica del Due. Questa esperienza implica un taglio, una separazione, una divisione dell’Uno. Per questa ragione la fratellanza e la sorellanza sono così difficili da realizzare virtuosamente. Esse suppongono infatti il lutto per la perdita dell’Uno. Ma anziché percorrere la strada tortuosa che questo lutto impone, il fratello e la sorella possono tendere a negare il Due. Questa negazione può presentarsi in due modi differenti. Il primo consiste nello sradicare violentemente l’esistenza del Due. È l’origine psichica del sentimento dell’aggressività invidiosa: non volendo rinunciare al trono dell’Uno — all’essere l’unico e il solo figlio — il fratello o la sorella diventano oggetti d’odio. 

Il paradigma puro di questo primo modo di fallire il Due si può trovare nella figura biblica di Caino che, non volendo riconoscere l’esistenza separata del fratello, vorrebbe forzatamente ricondurre il Due all’Uno. Il suo gesto fratricida esprime tragicamente questo tentativo tanto disperato quanto impossibile. 

Il secondo modo per negare l’esperienza del Due è quello della fusione simbiotica del Due nell’Uno. Il suo paradigma più puro si trova nell’esperienza speculare della gemellarità: i Due non sono davvero Due, ma sono un solo Uno. Anche in questo caso la separazione viene negata, ma non attraverso la violenza dell’odio, come accade in Caino, bensì per via di un amore incestuale (Racamier) che rende impossibile la vita dell’uno senza l’altro. 

La dimensione più tragica di questa fusionalità si trova descritta mirabilmente in un celebre film di Cronenberg titolato Inseparabili: due fratelli gemelli, ginecologi di grande successo, confondono le loro vite a tal punto da darsi reciprocamente la morte in una spirale regressiva suicidaria nella quale il Due finisce per sprofondare in un Uno indifferenziato. Ma è anche la storia che troviamo più recentemente descritta da Wallace ne Le gemelle che non parlavano dove la confusione identitaria dei Due nell’Uno rende la vita un vero e proprio inferno. Questo tipo di legame gemellare si può considerare “incestuale” perché esclude la possibilità del Due nel nome di un Uno che tende ad abolire ogni differenza. 

La recente vicenda delle gemelle Kessler non riflette certamente la tragedia psicotica dei gemelli di Cronenberg, né quella, altrettanto psicotica, delle gemelle che non parlavano, ma rimarca a suo modo la tendenza del Due a negarsi come tale per confluire in un Uno indistinto e indissolubile: stesso sangue, stesso dna, stessi corpi, stesse scuole, stesso lavoro, stessa casa, stessa morte con il mescolamento delle rispettive ceneri in una stessa urna. In primo piano non è affatto l’odio cainesco verso il fratello intruso ma un amore che diventa piena identificazione. A tema non è più il conflitto a morte e la rivalità invidiosa, ma uno specchio narcisistico dove le identità si confondono. Nessun giudizio clinico ovviamente è possibile sulle loro vite che sappiamo essere state offese da una infanzia difficile, nessuna diagnosi a distanza. Massimo rispetto dunque verso un sodalizio che ha assunto le forme di un amore caratterizzato da una sorta di legame profondissimo, dal carattere quasi telepatico, immersivo, assoluto, da rendere impossibile la separazione dell’una dall’altra. Può in effetti accadere non solo per disperazione e psicosi, come succede per i gemelli e le gemelle raccontate da Cronenberg e da Wallace, ma anche per amore. Non è infatti l’amore a rendere l’amato insostituibile? Basti qui ricordare la struggente storia raccontata da André Gorz dell’amore per la propria compagna in Lettera a D. durato una vita intera. La scelta di suicidarsi insieme, dopo una diagnosi che non lasciava speranza alcuna alla propria amata, viene dettata dal fatto che senza l’esperienza della condivisione — senza l’amore dell’altro — il dolore del mondo può diventare insopportabile, può essere, come scrive lo stesso Gorz, “un vuoto divorante”.


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