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Antonella Casiraghi Chiamati a lasciarci infiammare dal fuoco dello Spirito

Monastero di Bose
Antonella Casiraghi
Giovedì 20 ottobre 2016

Lc 12,49-53
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:« Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Il vangelo che abbiamo appena letto ci colpisce anche visivamente per l’immagine iniziale del fuoco. Ma di quale fuoco si parla? Non è certo un fuoco di morte e di distruzione, ricorda invece quel fuoco incontenibile che abita i profeti, fuoco di vita, fuoco d’amore. Un amante come Gesù non poteva non avere un cuore ardente di passione. Il suo amore era talmente grande da accendere pensieri, parole, gesti: tutto quello che viveva e sognava. E il suo grande desiderio era annunciare alle folle smarrite l’amore di Dio per ogni creatura, desiderio che confida ai suoi discepoli. Ma essere abitati dal fuoco è sempre anche un rischio. Gesù sa che questo amore vissuto fino alla fine lo porta a Gerusalemme dove l’attende la morte. Raccoglie tutte le sue energie per affrontare fino in fondo questo cammino, per non smarrirsi di fronte alle sofferenze che gli saranno inflitte dagli avversari. Anche noi, come discepoli di Cristo, siamo chiamati a lasciarci infiammare dal fuoco dello Spirito. Pochi versetti prima Gesù aveva raccontato una parabola per far comprendere ai suoi come vivere l’attesa: siate pronti, vigilate, siate come quei servi privi di egoismo e capaci di amore, ma ancora una volta chi lo segue non comprende e Pietro domanda a nome di tutti se quanto sta dicendo li riguardi o meno. E allora Egli riprende la parola cercando di scuoterli dal torpore: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!”. Ma queste parole quanto interpellano ciascuno di noi oggi? Noi che viviamo nel tempo dell’attesa, noi che siamo stati chiamati e con grande desiderio abbiamo aderito a Gesù, forse ci siamo allontanati da quel fuoco di passione che ci aveva attirati. Di fronte alle esigenze brucianti del vangelo ci difendiamo. Dopo i nostri primi slanci generosi, la paura di una grazia a caro prezzo ci fa spegnere la dismisura dell’amore. Succede perciò che ci accontentiamo di un amore immaginario, non più calato nella concretezza faticosa di una quotidianità, sentimentalmente rivolto a tutti per non essere rivolto a nessuno. Amare facendosi bruciare dal fuoco dell’amore di Cristo è pericoloso. Non possiamo restare tranquilli, non possiamo attendere in una quieta passività. Quando si è esposti al fuoco del vangelo si crea prima di tutto una divisione dentro di noi tra verità e apparenza, tra autenticità e finzione. Se poi si è pronti a vivere il vangelo senza cedere a interpretazioni di comodo, la divisione siamo costretti a patirla anche attorno a noi. Come spada a doppio taglio la Parola penetra dentro e fuori di noi e separa. Quali cristiani e quali monache e monaci non siamo uniti da legami di sangue, di provenienza o di cultura: vivere la Parola che inquieta le coscienze e accende i cuori con la passione della fraternità è ciò che ci rende “fratelli, sorelle e madri”. Con parole dure Gesù esplicita i contrasti padre contro figlio, figlia contro madre, proprio perché, trovandoli anche sulla nostra strada, non restiamo confusi e non volgiamo l’aratro indietro. Ogni discepolo non è meno del maestro e lungo il cammino può diventare segno di contraddizione, può essere considerato un folle. Nel tempo in cui viviamo, in cui attendiamo il Signore che viene, ogni giorno siamo chiamati a scegliere, a scegliere con responsabilità se vivere o meno il vangelo e nient’altro. Come fratelli e sorelle nella chiesa e ancora di più in una vita comune è compito di ciascuno una sollecita custodia fraterna affinché nessuno si allontani da questo fuoco e per far sì che, con fiducia tenace, le braci siano continuamente riattizzate dentro e fuori di noi per divenire un segno del suo amore vivificante.

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