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Alessandro D’Avenia “La costante di Dio”


19 maggio 2025

Il 2 maggio scorso ho festeggiato 48 anni (e nove mesi) su Terra, io minuscolo corpo terrestre su un minuscolo corpo celeste tra migliaia di miliardi di un universo tanto antico quanto nuovo. Infatti alle candeline da spegnere ne dovremmo aggiungere se non 14 miliardi, gli anni dell'universo per quel ne sappiamo fin'ora, almeno 4,6 miliardi se partiamo da quando alcuni gas e polveri cosmiche collassarono dando origine, nella periferia della nostra galassia, al Sole e alcuni pianeti collegati, di cui uno in condizioni uniche per la vita (le probabilità erano meno di quelle che uscisse la Divina Commedia da un sacco con tutte le lettere che la compongono). E se proprio vogliamo risparmiare sulle candeline, ce ne vorrebbero più o meno 300mila, gli anni necessari a iniziare la catena di uomini e donne che hanno permesso a due esponenti della specie sapiens di conoscersi perché venissi alla luce. 

Da allora, per 48 volte, il pianeta ha orbitato attorno a quella stella a 107mila km orari, cioè da 48 anni faccio il girasole a 30 km al secondo, ma anche il girotondo ogni 24 ore a 1250 km all'ora. Di luce e gioia sono fatti questi infaticabili giri: l'universo ci porta su una giostra per miliardi di “speciali” (specie uomo) tra i quali però nessuno ha avuto, ha e avrà mai le mie o le tue impronte digitali e la mia o la tua iride (unici nella specie). Perché tanto spreco nell'universo? 

Il compleanno celebra il fatto unico di un'esistenza finché questa velocissima roteante unicità sarà scolpita su una lapide con nome, cognome e due date, nascita e morte. Vorrei che le mie fossero invertite, morte e nascita, per dire di esser stato non solo vivente e quindi morente, ma anche vivo e quindi nascente. In questo modo il trattino tra le date non segnalerà la consueta vittoria dell'entropia sulla materia-energia, ma la vittoria della luce e della gioia, che accompagnano ogni nascita e quindi ogni compleanno. 

Tutto questo giromondo solare e girotondo terrestre ha permesso all'unione irripetibile di carne e spirito di cui sono fatto di leggere Dante, guardare Venezia, ascoltare Beethoven, immergermi nelle acque solcate da Ulisse e assaggiarne la complessa storia in reperti come cannoli e malvasie, e poi di passeggiare su ghiacciai, vulcani, cime, boschi, deserti e spiagge... tutto un girare per abbracciare, baciare, accarezzare, stupirsi, piangere, curare, ridere e tutte le azioni che consentono alla voce di farsi verbo: voce del verbo amare. Racconto del compleanno non in preda a febbri autocelebrative da fobia del tempo che passa - che poi in realtà è il tempo che noi passiamo per bene (come i pomodori per la salsa) - ma perché chi e cosa posso essere e fare, seppur in una infinita irripetibile limitata piccolezza, posso esserlo e farlo solo io, nel bene e nel male. 

Lo scriveva Nietzsche: «Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul quale tu devi passare», passare per andare dove? Siamo nel 2025 a motivo di un compleanno, quello di Cristo, ma siamo anche nel 48, anzi nel 49 dopo me: l'età del mondo che solo io posso intrecciare con l'età dei mondi di voi lettori, altrettanto unici e irripetibili. Non è delirio di onnipotenza, ma ammissione di impotenza: mi rattrista rendermi conto, di compleanno in compleanno, della mia inadeguatezza di fronte al miracolo del mondo e dei mondi possibili, quanto e quanti ne perdo per mancanza d'attenzione, d'amore e di coraggio, perché come diceva Ray Bradbury (quello di Fahrenheit 451) con parole da fisico quantistico: «Per giungere ai fatti, dobbiamo prima avere l’entusiasmo di cercarli». 

Ma questo entusiasmo a volte si appanna perché proprio la nostra unicità può diventare isolamento anziché benedizione, per infedeltà a noi stessi, per il male che facciamo o che subiamo. E allora fermo di fronte alle rose appena fiorite sul balcone dopo un inverno di immobilità, ho chiesto loro: come devo vivere la mia vita? I fusti, le spine e le foglie, smaltati dal Sole, hanno taciuto così: «Ricordati di vivere e portane il peso. Sei girasole (quattro stagioni l'anno servono a sapere che dentro al tempo lineare c'è quello circolare fatto di riposo e rinascita) e sei girotondo (quanta gioia ancora da vivere! Quel sentiero nel bosco credi di conoscerlo? E il volto di tua moglie?). E allora dopo un 48 fai di più, fai un 49. Più degli anni di vita festeggia la vita negli anni: quanto rinasci o nasci del tutto». 

Ho risposto alle rose così silenziosamente eloquenti che noi però moriamo. Loro mi hanno mostrato allora i petali disposti nella spirale di Fibonacci (il rapporto tra due petali adiacenti è costante, 1,1618: la cosiddetta «costante di Dio»), grazie a cui il Sole fa un capolavoro di luci e ombre, tanto che, ignaro del perché ultimo, chi ama dona rose. Le corolle davanti a me tacevano ancora più forte: «Non aver paura. Fai come noi, una cosa bella ogni quattro stagioni, fino alla fine, anche se nessuno se ne accorge. Comunque vada, sei la costante di Dio».



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