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Cos'è lo Spirito Santo, e perché se ne parla per il Conclave: "Tutti noi lo sperimentiamo ogni giorno"

intervista a cura di Carlo Baroni
Corriere 5 maggio 2025


Sabino Chialà, priore del monastero di Bose, spiega perché si dice che sia lo Spirito Santo a ispirare il voto dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo Papa - e che cosa sia lo Spirito (che, nella prima apparizione nelle Scritture, viene declinato al femminile).

Per spiegarci cos’è ci voleva un poeta. Un menestrello dell’anima come Bob Dylan. Capace di plasmare, di dare un nome a quello che non vediamo, eppure c’è. La risposta che cerchiamo «sta già soffiando nel vento», blowin’ in the wind. È un respiro. Nascosto. A volte impercettibile. I cristiani lo chiamano Spirito Santo. Ma non è proprietà esclusiva di chi crede. 

Nel conclave che sta per aprirsi dicono ispiri i cardinali nella scelta del futuro Papa. Al punto che è quasi diventata una frase fatta. Una reminiscenza di quando eravamo piccoli. Talmente lontano che non sappiamo più distinguerlo. 

Fratel Sabino Chialà è il priore del monastero di Bose. Biblista ed esegeta, profondo conoscitore dell’ebraismo. La guida ideale per «dare forma» allo Spirito Santo. «Lo troviamo già in Genesi, il primo libro dei testi sacri. È il vento che aleggia sulle acque. In ebraico la parola per definirlo è proprio ruah che significa appunto soffio. La sua funzione è quella di cooperare alla Creazione. Nella traduzione siriaca si dice che lo Spirito covava le acque. E la parola è declinata al femminile. Nel verbo “covare” c’è un’immagine materna. Di forza che genera e rigenera».

Per l’uomo d’oggi, figlio dell’Illuminismo (e anche un po’ del cinismo), diventa difficile scinderlo dalla dimensione religiosa.
«Forse siamo legati solo alla definizione che ci rimanda il catechismo. Lo Spirito Santo terza persona della Trinità. Ma se il Padre e il Figlio riesce agevole comprenderli, lo Spirito Santo resta un’entità astratta».

In effetti sembra più materia da disquisizione teologica che da ricadute pratiche nelle vite di tutti i giorni.
«Invece lo Spirito interviene proprio nella quotidianità. Pensiamo ai profeti. Quel soffio che li ispira li fa latori di un ammonimento per i potenti e per il popolo. Non per un futuro che deve ancora venire, ma per l’oggi, per l’immediato. I profeti diventano paladini di richiesta di giustizia sociale, lo Spirito interviene e dà voce e forza ogniqualvolta si ledono i diritti, la dignità umana».

Negli Atti degli Apostoli irrompe in maniera quasi devastante. E ritorna prepotente l’immagine del vento. Della brezza che soffia e ci cambia dal di dentro.
«Questo accade e viene descritto nella Pentecoste. I discepoli affranti, impauriti, rinchiusi a casa. Non hanno più punti di riferimento. Il Maestro è morto e con lui anche la promessa di un ritorno alla vita. Ci possiamo riconoscere tutti nei nostri tormenti quotidiani. Lo Spirito anima e rianima la creazione. Qualcosa che ci dà un coraggio nuovo. Nella tradizione aramaica, peraltro la lingua di Gesù, è proprio questa qualità rigenerativa che emerge».

«Lo Spirito Santo non ci lascia soli mai, sta vicino a noi, come un avvocato che assiste l’imputato stando al suo fianco». Sono parole di Papa Francesco.
«Esattamente. La definizione di Bergoglio ci rimanda al quarto Vangelo, quello di Giovanni. Cos’è il Paraclito di cui parla? Davvero una sorta di avvocato difensore che sta dalla parte dell’imputato. Uscendo dal linguaggio giuridico lo Spirito sta sempre dalla parte della nostra umanità».

«Lo Spirito Santo è invisibile ed è dappertutto, pervade ogni cosa ed è al di là di ogni cosa. Tutto ciò che di bello e di positivo avviene nel mondo è opera sua». Questa volta a parlare è il cardinale Carlo Maria Martini.
«Immaterialità e pervasività, due concetti che rendono bene l’idea. Lo Spirito c’è sempre persino nelle persone e nei luoghi che lo rifiutano. Come il vento che non sappiamo da dove viene e dove andrà. Nel quarto secolo si aprì una diatriba tra chi sosteneva che lo Spirito Santo abbandonava il peccatore nel momento del peccato e chi riteneva il contrario. Ha prevalso questa seconda tesi. Lo Spirito è come un medico che sta al capezzale del malato. Non lo lascia. Rimane silente anche nel momento del rifiuto. Come spiegava Martini una presenza pervasiva. L’avevano capito già i Padri antichi. Lo Spirito è una realtà incontrollata e incontrollabile. Che ti riempie».

Ma in questo modo non lede la nostra libertà?
«No, rimane nella nostra volontà accoglierlo o rifiutarlo. Quando lo invochiamo ne prendiamo coscienza. Così la preghiera diventa azione dello Spirito. La preghiera più che azione nostra è azione dello spirito nell’essere umano, che ha bisogno di esserne cosciente, consapevole dello Spirito che prega dentro di noi. Agisce dentro di noi, non è una nuvola che ci sta sopra la testa. Illumina le persone attraverso la lettura e l’ascolto delle Scritture. Si dice appunto che lo Spirito abbia ispirato i testi sacri. Ma è calato nella realtà. L’ascolto è fatto da orecchie concrete».

Perché il peccato contro lo Spirito non può essere perdonato?
«Non è proprio così. Lo Spirito non si nega mai. Diventa un peccato imperdonabile quando siamo noi a rifiutarci di accoglierlo. A non vederlo. Quando cadiamo nella disperazione. E non crediamo più nella infinita misericordia del Padre. Lo diceva anche Isacco di Ninive. Il disperare rende inefficace l’azione dello Spirito. Lo Spirito non si sottrae. Siamo noi che chiudiamo porte e finestre a questo vento».

Come renderlo comprensibile a chi non maneggia la Fede?
«A pensarci bene non ci sono differenze. Lo Spirito non è prerogativa, o peggio, proprietà e possesso dei credenti. Lo Spirito è potenza di vita. Tutti noi lo sperimentiamo ogni giorno. Si manifesta nei sentimenti, nell’amore che è il sentimento per eccellenza. Chi non l’ha mai provato? Supera la materialità, non lo vediamo. È il soffio come nella canzone di Bob Dylan».


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