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Vito Mancuso “Il cuore inquieto della Chiesa”


Il pontefice invita all’amore e all’unità ma riconosce anche che i fedeli devono sapersi immergere nella Storia.

È stata molto bella nella sua semplicità, chiarezza e brevità, l'omelia di papa Leone XIV per la Messa d'inizio pontificato. Quanto però ai miei occhi la rende particolarmente preziosa è stato l'aver delineato, senza formularlo esplicitamente ma facendolo sorgere dal basso, il problema fondamentale che il suo pontificato dovrà da subito e per lungo tempo affrontare. Quale? Quello che sorge inevitabilmente dalla strutturale dialettica tra i due concetti più importanti dell'omelia: inquietudine e unità. C'è anche un terzo concetto che gioca un ruolo rilevante, l'amore, e non poteva che essere così per un agostiniano, ma l'amore qui è al servizio dell'unità, quindi non fa che rafforzare il centro concettuale vero e proprio del discorso consistente nella dialettica di inquietudine e unità. 

L'inquietudine incornicia l'omelia papale, è il primo e l'ultimo concetto evocato, appare subito dopo i saluti di rito e ritorna alla fine nelle ultime parole. All'inizio il Papa riporta il celebre incipit delle Confessioni del "suo" sant'Agostino che a Dio si rivolgeva così: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te», celebre testo che merita di essere ricordato anche nella bellezza dell'originale latino: "Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te" (io sogno che la prima enciclica di papa Leone si intitoli proprio così: Cor inquietum). L'inquietudine ritorna alla fine, quando Leone afferma che occorre costruire una Chiesa «che si lascia inquietare dalla storia». Un cuore inquieto, quindi, anzi tanti cuori inquieti, quelli di tutti noi esseri umani, e una Chiesa che si apre alle molteplici inquietudini di questi nostri cuori. 

L'altro concetto, l'unità, è il messaggio maggiormente ribadito, al punto da identificare «il nostro primo grande desiderio», come si esprime il Papa, con «una Chiesa unita, segno di unità». Il brano evangelico letto durante la Messa riguardava san Pietro e papa Leone parlando di Pietro parlava ovviamente di sé in quanto successore di Pietro, affermando in questa prospettiva la centralità assoluta dell'amore "di" Dio e dell'amore "per" Dio: di un amore cioè che scende dall'alto e viene ricevuto da Pietro (ovvero dal Papa), e di un amore che sale dal basso e viene manifestato da Pietro (ovvero dal Papa). Se questo amore non c'è, non si può fare il Papa, afferma Leone, perché «il ministero di Pietro è contrassegnato proprio da questo amore oblativo». Si tratta di un amore, però, che è funzionale all'unità, che si esplica come servizio all'unità e all'armonia dei fratelli, a quell'azione che il vangelo descrive dicendo «pasci i miei agnelli». L'amore di Dio e l'amore per Dio diviene quindi per il Papa amore per la Chiesa e la sua unità. 

Eccoci dunque al punto critico: com'è possibile tenere insieme le due dimensioni dell'inquietudine e dell'unità? Come aprirsi alle inquietudini del mondo e custodire l'unità della Chiesa? In che modo la Chiesa potrà lasciarsi inquietare dal mondo e al contempo essere testimone di un amore che le proviene da Dio? Come conciliare le inquietudini che provengono dal basso con la missione che proviene dall'alto? Come far convivere un cuore inquieto per i drammi della storia e una mente sicura che proclama gioiosa il credo cattolico con tutti i suoi dogmi? 

Il concetto di unità rimanda al rapporto della Chiesa con se stessa, il concetto di inquietudine, invece, rimanda al rapporto della Chiesa con il mondo: ma è possibile per una Chiesa che si rapporta al mondo lasciandosi inquietare mantenere poi la sua unità? Ecco la sfida che attende Leone XIV: comporre "cor inquietum" e unità ecclesiale. 

Il più delle volte lungo la storia della Chiesa le inquietudini del cuore, e di conseguenza della mente, sono state represse per favorire l'armonia, o meglio l'armonizzazione, e così produrre un'unità per lo meno di facciata. Il che è avvenuto proprio a partire da sant'Agostino, durissimo nel reprimere non senza violenza le inquietudini sollevate dai donatisti e dai pelagiani. Ma venendo ai due immediati predecessori di Papa Leone si può dire che Papa Benedetto continuava la linea tradizionale che privilegia l'unità rispetto all'inquietudine, mentre Papa Francesco all'opposto sacrificava il più delle volte l'unità per privilegiare l'inquietudine. Papa Benedetto aveva così a cuore la custodia del "depositum fidei" da chiudere la porta senza esitazioni alle attese del mondo nella misura in cui si rivelavano un pericolo per la dottrina: si pensi alla lotta contro la teologia della liberazione, alla ritrosia verso il dialogo interreligioso, alla cancellazione di due secoli di esegesi storico-critica nella trilogia dedicata a Gesù in cui Benedetto sostiene la perfetta equivalenza tra il Gesù della storia e il Gesù dei vangeli. Papa Francesco invece viveva così intensamente i drammi e le sofferenze del mondo da farsene portavoce in prima persona, spesso con parole e gesti profetici inaspettati, e come tali sì in grado di comprendere e riesprimere l'inquietudine del mondo (che infatti si sentiva accolto dal Papa argentino e per questo l'amava), ma allo stesso tempo tali da destabilizzare l'unità e l'armonia della Chiesa, organismo per definizione portato alla conservazione e alla custodia della tradizione. 

Papa Leone ha perfettamente tracciato il ritratto della missione che lo attende quando nell'omelia ha descritto così il Papa: come «un pastore capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi». Ecco ancora una volta la dialettica: da un lato «custodire», conservare, proteggere, ovvero stare fermi e mentalmente guardinghi; dall'altro «andare incontro», muoversi, aprirsi, lasciarsi inquietare, cambiare posizione e assumere quella altrui per entrare veramente in empatia e quindi essere davvero capaci di accogliere. 

Quale delle due anime prevarrà, l'inquietudine o l'unità? Oppure Papa Leone riuscirà nell'impresa di conciliare questi poli dialettici producendo una formidabile complexio oppositorum? Io lo spero, ovviamente, e mi piace concludere sottolineando il passaggio in cui il Papa ha ricordato l'importanza di camminare insieme con le altre chiese, con le altre religioni, «con chi coltiva l'inquietudine della ricerca di Dio» e infine «con tutte le donne e gli uomini di buona volontà» per costruire un mondo nuovo in cui regna la pace. Nessun complesso di superiorità, quindi, ma al contrario uno spirito di servizio per offrire a tutti quell'amore che nell'esperienza spirituale proviene al Papa dall'amore di Dio.

Vito MancusoLa Stampa 19 maggio 2025


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