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Pierangelo Sequeri "Papa Leone, le parole e la pietra"

Avvenire

martedì 20 maggio 2025

Possiamo essere miti e rocciosi nello stesso tempo? Possiamo. La Parola con la quale l’apostolo Pietro (proprio lui, quello originale) si rivolge ai suoi ce lo conferma, dilatando la bella immagine della pietra viva: «Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (cfr. 1Pt 2, 4-5).

“Pietra viva” – un ossimoro che la grazia trasforma in miracolo – rappresenta in modo eloquente ciò che viene al mondo quando si forma la comunità di coloro che si appoggiano a Gesù, “pietra viva” della costruzione di Dio che sfida il tempo e abbraccia l’eterno. L’apostolo Pietro se ne intende di pietre vive: egli stesso ha ricevuto il suo nuovo nome da Gesù, proprio con il ministero di unità e stabilità della comunità dei discepoli del Signore. Questa grazia lo rende presidio mite e roccioso dell’amore evangelico, ma non lo trasforma in un padre-padrone. Nessuno di coloro che esercitano una qualche autorità nel nome e per conto del Signore deve esserlo: a maggior ragione colui al quale il Signore ha chiesto un amore del tutto speciale per la cura di tutte le sue pecore (quelle al riparo e quelle smarrite). Pietro l’ha scritto, fin dall’inizio, facendo memoria dell’amore che gli ha chiesto Gesù «pascete il gregge di Dio che vi è affidato […] non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5, 2-3). 
Nell’omelia della Messa di insediamento ufficiale nel ministero pontificale, papa Leone XIV ha riscritto, nella sua lingua “agostiniana”, la prima lettera di Pietro (che, in effetti, tra le pochissime citazioni bibliche, cita esplicitamente due volte). Il fondamento è riconsegnato anzitutto al Signore, “pietra viva” su cui poggia tutto. «E se la pietra è Cristo, Pietro deve pascere il gregge senza mai cedere alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri». 

La ricomposizione dell’unità della Chiesa, che non mortifica le differenze delle qualità, dei ministeri, dei doni, viene dal fatto che essa è interamente come una polifonia di pietre vive: nessuno è padrone, nessuno è suddito. 
Questa ricomposizione, però, non è fine a sé stessa. Il tema della testimonianza che la rende persuasiva non viene dalla mondana presunzione di sentirci “superiori al mondo”, ossia all’intera comunità umana. Il tema è piuttosto l’amore (agape) illuminato nella parola e nell’azione di Gesù, che apre la destinazione di ogni vita all’intimità di Dio. 
Nelle franche e decise parole di papa Leone, che attingono direttamente all’ispirazione di Pietro, non si tratta di «catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù». La strada verso l’intimità del mondo di Dio – ha spiegato ancora Papa Leone – che già ora trasforma il cammino della vita nel tempo, lievitando il regno di Dio – è da fare insieme: «Tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutti gli uomini e le donne di buona volontà». 

Nessuna regressione identitaria: piuttosto, un limpido progresso comunitario dell’apertura ecclesiale fino alle estreme periferie del dialogo salvifico (Ascolto qui, con commozione, la nitida risonanza della grande enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI, del quale papa Leone impugnava la ferula; e l’eco di quel “Tutti, tutti, tutti” consegnato profeticamente alla Chiesa dal lascito spirituale di papa Francesco). Il tono umile e fermo di questa lettera del successore di Pietro alle Chiese e al mondo ci imbarca di nuovo tutti con Gesù, mostrando di voler saldare, nella singolarità stessa del suo ministero, la vitalità della fede di cui ci è data la grazia e la qualità dell’amore che soltanto la rende veramente autorevole. Le dispute clericali sui diritti di prevaricazione che ci sarebbero accordati dalla grazia della verità, come anche le contese mondane che affidano alla guerra il lavoro della giustizia, devono di nuovo saldarsi in un immenso soprassalto di vergogna planetaria. Nessun presuntuoso progresso di civiltà, nessuna pretesa purezza della religione, possono conquistarsi il proprio credito in questo modo. E nessuna civiltà, come nessuna religione, devono offrire a questa vergogna il minimo pretesto. 

Il successore di Pietro, nella pacatezza dei suoi toni, in pochi giorni ha già usato parole particolarmente decise per rimarcare questa duplice vergogna. L’umiltà del suo tratto e la fermezza del suo pronunciamento ci conquistano. Sentiamo veramente nel suo stile quello che l’apostolo Pietro ha imparato da Gesù, a proposito di ciò che significa essere “pietra viva”. Ci sentiamo già meno nervosi (e più determinati).


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