Vito Mancuso "L'umiltà di Bergoglio e gli uomini capaci di rinunciare al proprio ego"

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Che cosa significa per un essere umano dimettersi? Che cosa dimostra a sé stesso e agli altri chi si dimette da una carica affidatagli o conquistata in prima persona? A mio avviso dimostra di considerare la carica, e quello che essa rappresenta, più importante di sé. Le dimissioni sono quindi in primo luogo un atto di umiltà. Ma non è solo questione di umiltà, ancor più lo è di intelligenza, perché le dimissioni dimostrano consapevolezza, rivelano cioè la capacità di saper prendere coscienza del proprio effettivo rapporto con il mondo reale.
Ogni lavoro consiste in una trasformazione del mondo. Il mondo è davanti a noi e lavorare significa trasformarlo: o come pranzo da preparare, o come indagine da condurre, o come motore da aggiustare, o come paziente da curare o come mille altre forme, tra cui quella di una millenaria organizzazione di uomini e idee da guidare. L’oggetto di ogni lavoro è un pezzo di mondo che spetta a noi trasformare. Più in particolare, lavorare con profitto significa trasformare la parte di mondo a noi affidata in un mondo migliore. Il lavoro riuscito consiste in un’immissione di energia ordinata nella porzione di mondo di cui siamo responsabili, che passa così da uno stato più caotico a uno più ordinato.
L’oggetto del nostro lavoro attende da noi di essere salvaguardato dall’incessante imperversare dell’entropia, di essere protetto e custodito dalla nostra intelligenza e dalla nostra dedizione impedendo che il caos riprenda il sopravvento, così che la porzione di mondo affidata alla nostra cura sia sempre più simile a un giardino ordinato e rispecchi l’idea di cosmo che sempre rimanda a bellezza (cosmo, cosmesi, cosmetico). 
Ma tutto questo comporta una precisa condizione di possibilità di realizzazione del lavoro: la superiorità del soggetto rispetto al pezzo di mondo affidatogli, superiorità da intendere come capacità di incidere. E sempre per questo, quando tale capacità viene meno, sfuma anche immediatamente la possibilità di svolgere fruttuosamente il lavoro ed è quindi saggio dimettersi. Capirlo non è così semplice, perché esige un particolare distacco da sé, quello in cui propriamente consiste l’amore. L’amore infatti è dedizione così totalizzante all’oggetto amato da coincidere con il superamento di sé. Il falso amore è il contrario: è asservimento, spesso ossessivo, dell’altro a sé. Chi ama veramente comprende che c’è qualcuno o qualcosa più importante di sé. E per questo si dedica a questo qualcuno o qualcosa lavorando con onestà e dedizione ed è anche nella condizione di capire quando la dedizione richiede il suo distaccarsi.
I grandi uomini sono coloro che capiscono da sé quando non sono più grandi. Quando cioè sono meno forti rispetto a quello che il mondo si attende da loro. Capire il venir meno della grandezza è un segno altissimo di grandezza. E la mente, di fronte a esseri umani così, genera quella particolare devozione intellettuale che si chiama stima. Viceversa, di fronte a coloro che non comprendono di non essere più in grado di svolgere il proprio lavoro e continuano senza esserne all’altezza, o peggio ancora lo comprendono ma continuano fingendo di esserlo per amore del potere, la mente genera un sentimento opposto, cioè il disprezzo, non privo di derisione (la pietas consiglia di non proporre esempi concreti). Si dà anche una terza possibilità: quando, come nel caso di Giovanni Paolo II, chi non si dimette lo fa per una tale dedizione alla missione ricevuta da essere sacrificio, il che può costituire qualcosa di lodevole a livello soggettivo ma ha sempre gravi conseguenze al livello oggettivo del lavoro che attende di essere svolto (e fu capendo questo di sé, e non senza aver visto da vicino le conseguenze dell’assenza di governo degli ultimi anni del papa polacco, che Benedetto XVI si dimise).
Quando un grande uomo si dimette dalla sua carica compie quello che la sapienza indù indicò molti secoli mediante il celebre detto sui quattro stadi della vita umana: il primo è dedicato all’imparare, il secondo al lavorare, il terzo al ritirarsi a contemplare nella foresta, il quarto infine al mendicare. La ruota della vita prevede per tutti un momento di ascesa rappresentato dall’imparare, un momento di ascesa ulteriore quando si mette a frutto ciò che si è imparato mediante il lavoro, un momento di distacco quando si capisce di non avere più le forze necessarie per lavorare ma si mantengono tuttavia le forze per governare se stessi e ripensare alla vita, e infine un quarto doloroso e inevitabile momento quando le forze non sono più neppure sufficienti per governare se stessi e si è costretti ad affidarsi ad altri, a “mendicare”.
Capire che la vita presenta questi tempi e adattare noi stessi con umiltà e intelligenza a tale temporalità significa aver appreso l’arte del vivere, la più difficile e la più preziosa delle arti. Il fatto che Papa Francesco già nel 2013 al momento dell’elezione avesse consegnato al Segretario di Stato la lettera delle proprie dimissioni in caso di incapacità fisica a svolgere il lavoro per il quale era stato eletto, indica nel modo più chiaro la grandezza umana di Jorge Mario Bergoglio. Come pontefice egli può piacere o non piacere, sicuramente più di altri attira simpatie e antipatie nel mondo e più ancora nella Chiesa, ma penso sia impossibile non riconoscere in lui una forte e al contempo umile personalità, laddove la forza e l’umiltà si dimostrano nel suo aver trovato qualcosa di più importante di sé dedicandosi a esso con attenzione e passione continua. Norberto Bobbio disse un giorno che la vera differenza non è tra chi crede e chi non crede ma tra chi pensa e chi non pensa: in questa prospettiva io vorrei riscrivere la sua affermazione dicendo che la vera differenza non è tra chi crede e chi non crede ma tra chi vive per qualcosa più grande di sé e chi invece non sa superare se stesso.
Dimettersi significa anzitutto avvertire che esiste qualcosa più importante di sé. Non dimettersi continuando a rimanere attaccati a un ruolo rispetto a cui non si è più all’altezza significa al contrario mostrare il proprio sconfortante e ridicolo egoismo, o anche uno spirito di sacrificio ben poco produttivo.
Anche nell’essere fin da subito pronto alle dimissioni Papa Francesco mostra di essere fedele al nome che si è scelto. Francesco d’Assisi infatti, non appena l’ordine da lui fondato assunse una configurazione militante divenendo strumento di potere nelle mani della Chiesa, si dimise dalla sua guida. Capiva che non aveva le forze e i sentimenti per il ruolo di amministratore del potere. E dimettendosi, giunse a quella libertà interiore che gli permise di scrivere “Il cantico delle creature”, una delle pagine più belle della letteratura universale. Il che è logico: solo chi conosce l’arte di dimettersi dal proprio ego giunge a ospitare quella libertà da sé che lo conduce a farsi voce degli altri, del sole, del fuoco, del vento, dell’acqua, della terra, anche della morte, scorgendo in ogni cosa un motivo per benedire.  

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