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Enzo Bianchi "Non condanno chi sceglie la dolce morte, troppi anziani si sentono abbandonati"

BOLOGNA - "Attraversare l'ultimo tratto della vita sentendosi in "una carovana e mai un disperso nel deserto". Alla soglia degli ottant'anni, Enzo Bianchi, l'ex priore di Bose, continua a riflettere sulla vecchiaia e la morte in un saggio che si intitola "Cosa c'è di là. Inno alla vita" (Il Mulino) che ha presentato ieri per la prima volta in Salaborsa insieme a Vito Mancuso per "Le voci dei libri". Un libro che affronta una condizione personale, che riguarda tanti, partendo proprio dalla constatazione di "essere vecchio".

Bianchi, dopo "La vita e i giorni", che lei aveva definito come una sorta di De senectute, torna sulla fine. Come mai?
"Sono alla soglia degli ottanta, ho dovuto pensare al limite che mi attende. Ma sono anche stato sollecitato dall'esperienza della pandemia, dove la cosa più terribile non è stata la morte in sé, ma la morte in solitudine. Ho visto amici strappati ai cari, alla famiglia, morire in quella forma anonima, attaccati alle macchine, in tanti se ne sono andati così. Di conseguenza, mi è tornata in mente quella morte in mezzo agli altri, in un'altra cultura. Se nell'ultima parte della vita si va da soli, diventa disperante, bisognerebbe andarci accompagnati, in una dimensione comunitaria non solo di quelli che ci amano ma pure di quelli con cui abbiamo vissuto, cioè la società".
 
Che sembra essere sempre meno disposta a farsi carico degli anziani.
"Quando invece tutti i dati statistici evidenziano che ci sono sempre più anziani in una condizione di solitudine estrema e questo dovrebbe interrogarci di più. La vecchiaia come la morte fa parte della vita e deve essere il più possibile umana. Il disfacimento esteriore non rende la vita meno degna di essere vissuta".
 
Una solitudine e una mancanza di attenzione che talvolta si riscontra anche nei luoghi di cura.
"È successo anche a me, quando sono stato in ospedale. Manca una cultura del dolore, soprattutto nei confronti della sofferenza psichica, non si tiene conto che c'è una fragilità insita nell'anziano, che le possibilità di cadere in depressione sono maggiori. Ci vorrebbe da parte del personale medico-sanitario una preparazione più umanistica. Una volta nelle strutture sanitarie c'erano i religiosi che si facevano carico del sostegno alle persone ricoverate. Oggi si rischia che in pochi sappiano stare accanto a chi soffre, ascoltandolo e cercando di limitare il dolore psichico e fisico".
 
Da dove si può iniziare?
"Non c'è ancora in Italia una cultura del dolore. Si lasciano soffrire persone nell'ultima parte della vita in maniera disumana, le cure palliative non sono diffuse ovunque allo stesso modo. Vorrei anche sgombrare il discorso da un'idea malsana, quella che il dolore debba essere accolto come volontà del Signore. Quante bestemmie si sono dette nella chiesa sul dolore, fino a giustificarlo, dando a Dio un volto e un'immagine perversi. In pochi, ad esempio, fanno il testamento biologico e tante volte mi è capitato poi di trovarmi a consolare i parenti torturati dal senso di colpa perché non avevano disposizioni. Così come non mi sento di condannare chi sceglie la dolce morte, certo la via cristiana non è questa, ma se gli anziani fossero meno abbandonati sarebbero meno propensi a chiederla".
 
Perché non siamo più capaci di farci carico dei nostri vecchi?
"Credo che la causa sia nella disuguaglianza economica, ormai tragica, una disparità tra chi è sempre più ricco e chi sempre più povero che ci rende sempre più egoisti. Mentre la vita ha un senso perché lo si può trovare nelle vite degli altri, quando mi prendo cura di loro. Di là è su questo che verremo giudicati".


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