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Luciano Manicardi "L’esperienza di fede di chi incontra Gesù"

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Monaco della comunità di Bose, che ha ricoperto la carica di priore della stessa comunità dal 2017 al 2022, Luciano Manicardi mostra, attraverso numerose storie di incontri con Gesù nei vangeli, come l’esperienza della fede sia sempre un atto di libertà e di relazionalità, di umana fiducia in Gesù, sempre in divenire.

Esperienza 

Il termine esperienza racchiude in sé tanto l’idea di sapere acquisito, quanto quella di occasione di apprendimento. I due significati indicano, rispettivamente, il risultato e l’inizio dell’esperienza stessa, la quale si delinea come un percorso trasformativo, potremmo perfino dire “iniziatico”. Etimologicamente essa contiene l’idea della prova, del rischio, ma rinvia anche all’attraversamento, al passaggio da uno stato (ex-) a un altro, attraversando una terra di mezzo (per-ire). Interessante è pure il fatto che il verbo latino che indica il “fare esperienza” (experior) sia deponente, abbia cioè forma passiva ma significato attivo. L’attivo fare esperienza è anche, simultaneamente, un passivo essere provato e un riflessivo mettersi alla prova. Applicata alla fede, l’esperienza è connotata da iniziativa, coraggio, rischio, esposizione alla novità e al cambiamento, disponibilità all’incontro con Gesù. Questo incontro, luogo centrale e decisivo dell’esperienza di fede nei vangeli, può significare un passaggio esistenziale in cui la persona che ha cercato Gesù ne esce rigenerata e scopre che la sua fiducia in Gesù viene svelata da Gesù stesso come fede in Colui che attraverso di lui ha mostrato la sua potenza salvifica. Sottolineo l’elemento di possibilità di tale trasformazione: l’uomo ricco non trova il coraggio del cambiamento che l’incontro con Gesù gli prospetta per rinascere (Mc 10,21-22); i concittadini di Gesù restano chiusi in una conoscenza parziale che impedisce l’incontro con lui (“Si stupiva della loro mancanza di fiducia”: Mc 6,6) e così non accedono all’azione del Dio che opera in Gesù (“non poté operare alcun gesto di potenza”: Mc 6,5). La dimensione di possibilità dice che l’esperienza della fede è sempre un atto di libertà. 


Dimensione relazionale e struttura narrativa della fede 

Le narrazioni evangeliche presentano l’insorgere della fede in Gesù in diverse persone che entrano in contatto con lui. Sempre emerge la dimensione relazionale della fede che è anzitutto fiducia, l’umana fiducia in Gesù che conduce la persona a gesti e parole coraggiose di apertura e affidamento. Una donna che soffre di metrorragia (normalmente viene definita “emorroissa”) tocca il lembo del suo mantello (Mc 5,27); un centurione gli va incontro e lo supplica di guarire la propria figlia malata (Mt 8,6-9); il cieco Bartimeo grida e balza verso Gesù nella convinzione di poter trovare guarigione (Mc 10,47-50); una prostituta entra nella casa di Simone il fariseo e si avvicina coraggiosamente e scandalosamente a Gesù con gesti di affetto e tra le lacrime (Lc 7,36-50). La fiducia porta a vincere gli ostacoli rappresentati dalla differenza di genere e dalla coscienza della propria impurità nel caso della donna affetta da metrorragia, dalla coscienza della propria condizione di straniero e per di più membro della forza occupante straniera nel caso del centurione, dall’opposizione e dai rimproveri della folla che volevano zittire Bartimeo (Mc 10,48), dal giudizio sprezzante del padrone di casa e dalla vergogna per la propria situazione “immorale” nel caso della prostituta. Sempre Gesù svela la pístis, la fiducia che ha mosso queste persone e che consente a Gesù di rendere operante la potenza di Dio che lo abita: “La tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34); “In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande” (Mt 8,10); “La tua fede ti ha salvato” (Mc 10,52); “La tua fede ti ha salvata” (Lc 7,50). La fede in Gesù sorge in un contesto vitale differente per ciascuno, a dire che, se la fede è “comune” (Tt 1,4), essa tuttavia si personalizza in storie differenti e sempre nuove: una lunga malattia, la vicenda di un soldato romano in un paese straniero, la penosa condizione di un cieco, la vergogna di una donna che si prostituisce. 

È negli anfratti dell’esistenza quotidiana, solamente accennati nei testi evangelici, che si radica la storia della fede di ciascuno e la sua struttura narrativa: l’emorroissa aveva udito parlare di Gesù (Mc 5,27); Bartimeo ode che sta passando Gesù di Nazaret (Mc 10,47); la prostituta viene a sapere che Gesù si trova in casa di Simone il fariseo (Lc 7,37). Senza queste voci che, nella condizione di angoscia e bisogno di queste persone si trasformano in trasmissione di una notizia potenzialmente salvifica, l’accesso alla fede in Gesù non sarebbe stato possibile (1). Quel chiacchiericcio, infatti, suscita il loro desiderio, sollecita la loro curiosità, stimola e orienta la loro ricerca, conducendoli all’incontro con Gesù. E anche la curiosità diviene parte di un cammino che conduce alla fede. Certo, si tratta della curiosità che onora la sua etimologia che ha a che fare con la “cura” (la preoccupazione e il fare tutto il possibile per chi è nel bisogno, ma anche la “cura di sé”, l’attenzione alla propria umanità, alla propria situazione di vita bisognosa di aiuto) e con ciò che brucia nel cuore (cor-uro, “bruciare”), con il desiderio. Il silenzio a proposito del centurione (Mt 8,5-13), non fa che inserire nelle trame spesso opache e poco discernibili dell’esistenza quotidiana ciò che ha preceduto e reso possibile il sorgere della sua fiducia in Gesù e l’incontro con lui. Così come il “dopo” dell’incontro con Gesù e dunque il cammino del “credente” restano normalmente avvolti nel silenzio. 

Non è così però per Zaccheo, uomo ricco e altolocato che, nell’affannosa ricerca di vedere Gesù, ridiventa bambino arrampicandosi su un albero per riuscire nell’impresa che gli era impedita dalla sua bassa statura. Infatti, la folla assiepata lungo la strada era per lui una barriera insormontabile. La fede di Zaccheo è espressa dalla sua gioia quando Gesù gli dice che vuole fermarsi a casa sua (Lc 19,6), dal cambiamento radicale che porta lui, disonesto esattore delle tasse, a restituire il maltolto e a ripagare chi aveva derubato (Lc 19,8) ed è suggellata dall’oracolo di Gesù: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza” (Lc 19,9). La salvezza si esprime esistenzialmente nella conversione che porta Zaccheo a ritrovare la propria misura umana, a ricreare la possibilità di relazioni giuste con le persone a cui si era reso inviso, a resuscitare la propria dignità che egli stesso aveva affossato rubando e sottraendo agli altri. L’esperienza di salvezza è, nel caso di Zaccheo, una sorta di passaggio pasquale, di cammino trasformativo, di morte a una dimensione egocentrica e interessata che lo aveva abitato e guidato fino allora e di rinascita a una dimensione di gratuità, responsabilità e coscienziosità. 

Interessante, se guardiamo al “dopo” dell’incontro con Gesù, è l’episodio dell’indemoniato geraseno (Lc 8,26-39). Una volta guarito, Gesù non gli permette di rimanere con lui e gli dice di tornare dai suoi e di raccontare “quanto Dio ha fatto per te” (Lc 8,39). Allora l’uomo se ne andò proclamando “ciò che Gesù aveva fatto per lui” (Lc 8,39). L’azione di Dio è espressa dall’agire di Gesù. E l’esperienza di salvezza si configura esistenzialmente, in questo caso, come re-integrazione dell’umano, come restituzione dell’uomo a sé stesso e alle sue relazioni. Altre volte, come dicevo, il prosieguo del cammino di colui che ha incontrato Gesù non viene esplicitato. È soprattutto dei Dodici, e in particolare di alcuni di loro, che si riesce a seguire nella trama narrativa dei vangeli il percorso di fede e sequela dietro a Gesù. E così la fede appare come una storia personale, che coinvolge la totalità della persona, come una storia relazionale che unisce i credenti in una comunità, come una storia non terminata ma in divenire (2). Oppure possiamo seguire le tracce di tale itinerario in un personaggio come Nicodemo, di cui il IV vangelo mostra il percorso che lo conduce dall’andare da Gesù di notte e interrogarlo riconoscendo in lui “un maestro venuto da Dio” (Gv 3,2), quindi a esporsi coraggiosamente davanti a sacerdoti e farisei che intendevano arrestare Gesù (Gv 7,50) e infine a portare una mistura di mirra e aloe per onorare il corpo di Gesù (Gv 19,39). 


Due incontri con Gesù (Mc 5,21-43) 


Possiamo esemplificare la dinamica dell’incontro salvifico con Gesù facendo riferimento a due episodi evangelici tra loro intrecciati e che hanno come protagonisti la donna affetta da metrorragia (Mc 5,25,34) e Giairo, il capo della sinagoga che lo supplica per la propria figlia gravemente ammalata (Mc 5,21-24.35-43). Entrambi si avvicinano a Gesù a partire da situazioni di grave bisogno, di impotenza e mossi da profonda fiducia nei suoi confronti: credono che lui possa venire efficacemente in loro aiuto. La donna cerca Gesù per trovare guarigione - letteralmente “salvezza” (“Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata”: 5,28) - per sé stessa. Infatti, è afflitta da una malattia che equivale a una lenta morte provocata da perdite di sangue che durano da dodici anni e che la rendono impura, le impediscono contatti e rapporti, non può aver figli, non può entrare in sinagoga, non ha più nulla avendo perso le sue sostanze che ha speso con medici che invece di guarirla hanno aggravato la sua situazione. Giairo, uomo ragguardevole da un punto di vista sociale e religioso, cerca Gesù e lo supplica non per sé ma per la sua figlia dodicenne che è alla fine, malata ormai prossima alla morte. Anch’egli esprime la sua fiducia nella capacità di Gesù di guarire, anzi, salvare, la figlia: “La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani affinché sia salvata e viva” (5,23). Se Giairo soffre per ciò che ha e non vuole perdere, la donna soffre perché non ha più nulla. Le loro differenze - di genere, di situazione sociale, economica, religiosa (lui capo di sinagoga, lei che non può nemmeno accedervi) - sono livellate dalla situazione di bisogno che porta l’uno a supplicare (5,23) Gesù intercedendo per la figlia e l’altra a toccare (5,5,27-28) il mantello di Gesù. Modalità diverse di ricerca di Gesù, linguaggi diversi (verbale, corporeo) che dicono come il cammino di fede che conduce all’incontro con Gesù sia personale e mai standardizzabile. Ed è sempre accolto da Gesù che subito si incammina verso la casa di Giairo (5,24) e che, appena avvertito il tocco intenzionale della donna, subito cerca colei che l’ha cercato, chiede chi abbia toccato il suo mantello e si intrattiene con lei. 

La donna afflitta da perdite di sangue, ma dissanguata anche da medici che si sono rivelati inutili e dannosi, “avendo sentito (parlare) di Gesù” (5,27), si volge con fiducia verso di lui ma nel timore, nella vergogna (è impura, non dovrebbe toccare e “contagiare” altre persone), nel tremore, senza farsi vedere, ponendosi alle spalle di Gesù, e ne tocca il mantello, mostrando una fiducia che rasenta il feticismo o la magia. Ma Gesù va oltre e vede e sente l’intenzione profonda, la preghiera celata in quel tocco che si distingue dall’ottusa pressione dei corpi della folla che lo circondava. La donna sente già la guarigione avvenuta (“subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dalla sua infermità”: 5,29), ma la storia non termina lì e Gesù, cercandola, sollecita un dialogo con lei e la conduce a prendere la parola, a mostrarsi, a uscire dal nascondimento e dalla vergogna. Del resto, se toccare è anche sempre, contemporaneamente, essere toccati, il suo gesto attivo ha anche dimensione di passività e di apertura all’altro che la immette in una relazione in cui lei deve assumere la parola per rinascere a vita nuova e piena. Lei ha attivamente, e volontariamente, toccato Gesù e passivamente ha ricevuto la guarigione; Gesù, dal canto suo, ha passivamente subito il contatto e attivamente, ma involontariamente, sentito una forza uscire da sé venendo trascinato in un’azione di cui non ha il controllo. La profondità dell’incontro e la sua dimensione salvifica, che sarà rivelata da Gesù (“La tua fede ti ha salvata”: 5,34), avvengono in questo spazio di passività condivisa. Questa forza che esce da Gesù ma che non viene da lui, rinvia al terzo nella relazione e pone sia la donna che Gesù nella sfera del dono dall’alto e della presenza dell’Altro. La donna conosce un cambiamento profondo: passa dalla logica dello scambio (pagamento di denaro per prestazione mediche) a quella della gratuità. Lei che era chiusa nel silenzio accede alla parola, anzi, arriva, annota Marco, a dire a Gesù “tutta la verità” (5,33). Ovvero, che ha trasgredito le regole di purità che le impedivano i contatti con gli altri, e si sente accolta da Gesù che la guarisce non solo dalle perdite di sangue, ma anche dall’isolamento e dalla solitudine a cui era costretta dalle regole igienico-religiose e la invita a prendere la parola per poter veramente entrare in un movimento di rinascita. “Figlia” (5,34): così Gesù si rivolge a lei, indicando la sua nuova nascita. E se la donna si era rivolta a Gesù cercando in lui la salvezza, Gesù, riconoscendo alla fede la potenza della salvezza (“La tua fede ti ha salvata”), riorienta l’interiorità della donna verso Colui che è all’origine del dono che lei ha ricevuto e della forza che da lui è uscita. Non io, ma la fede, dice Gesù. Non io, ma Dio. E così la salvezza della donna è anche salvezza da un rapporto che, se lasciato alla polarità duale io-tu, tu-io, resterebbe sempre esposto al rischio di abuso, fusione, voracità, mancanza di libertà, dipendenza, strumentalizzazione, prevaricazione. Gesù non usurpa il posto del Donatore, e con il riferimento alla fede della donna che rinvia al Dio Padre e alla forza uscita da lui ma che viene dallo stesso Dio, pone entrambi sotto l’azione dello stesso Dio e Padre: è il Terzo salvifico. 

Se la fede è all’origine della “salvezza” della donna, a Giairo, che nutriva fiducia nella possibilità di Gesù di salvare la figlia dalla morte, Gesù dice, una volta che la figlia è morta ed è dunque venuto meno il motivo dell’intercessione paterna, di continuare ad aver fede: “Non temere. Solo, abbi fede” (5,36). Giairo è chiamato a credere anche quando l’irreparabile è ormai avvenuto e la sua supplica è fallita. L’esperienza della fede qui diviene un credere l’incredibile e uno sperare contro ogni speranza e contro ogni evidenza. E Giairo, che aveva lungamente e abbondantemente parlato e supplicato, entra nel silenzio: la sua esperienza di fede, che si misura con l’irreparabile, trova nel silenzio il linguaggio adeguato. O forse, l’unico possibile. E come Gesù aveva sfidato la logica del buon senso cercando chi avesse toccato il suo mantello mentre era in mezzo alla calca, ora sfida il buon senso di chi aveva iniziato i lamenti funebri di fronte alla ragazza morta: “Non è morta ma dorme” (5,39) afferma Gesù. La fede consentirà al padre di ritrovare la figlia ma perdendola non perché morta, ma perché divenuta autonoma. Chiamata “mia figlioletta” (5,23) dal padre e “tua figlia” (5,35) dalla gente di casa sua, dunque sempre in rapporto al padre, essa viene chiamata “bambina” (5,39) da Gesù rivolgendosi a coloro che celebravano il lutto, ma poi, nel discorso rivolto direttamente a lei, viene chiamata “talithà” (5,41), che l’evangelista traduce spiegando che significa “giovane ragazza” (5,41). Solo allora l’evangelista rivela che ha dodici anni (5,42). Si trova cioè nell’età in cui può realizzare la sua femminilità e generare figli. E Gesù la tratta come soggetto non semplicemente dipendente dal padre, ma capace di autonomia e ormai in procinto di diventare donna: “La giovane ragazza si alzò e camminava: aveva infatti dodici anni” (5,42). Se si tratta di racconto di resurrezione - il dubitativo è d’obbligo visto che Gesù nega che la ragazzina sia morta - Gesù la sta liberando anche da legami famigliari mortiferi. Esistenzialmente, la salvezza diventa un ritrovare pienezza di vita: e questo avviene sia per la ragazzina che per il padre e la madre chiamati a sostentare fisicamente la figlia (“ordinò di darle da mangiare”: 5,43), ma educati ora a lasciarla andare, a non soffocarla con legami di amore che rischiano di asfissiarla (3). 

Capiamo che l’intervento di Gesù opera salvezza sia per la dodicenne che per il padre. Alla rinascita della donna malata da dodici anni (che da donna diventa figlia), corrisponde la rinascita della dodicenne che da figlia diventa donna e del padre chiamato a diventare padre perdendo la figlia, non perché muore, ma perché nasce alla sua autonomia. Autonomia anche rispetto a lui. La parola di Gesù che ha cercato la donna emorroissa per dialogare con lei, ora crea una rottura separando il padre dalla figlia dodicenne e avviando quest’ultima al cammino dell’autonomia. Giairo è chiamato a sviluppare la generatività. E così, la figlia viene salvata ed entra veramente nella vita.


Luciano Manicardi 


Note 


1) Cf. Ch. Theobald, “La fede ha una storia. La struttura narrativa della trasmissione e la sua regolazione ecclesiale”, in Équipe europea di catechesi, La catechesi narrativa, a cura di E. Biemmi e G. Biancardi, Elledici, Leumann (TO) 2012, pp. 33-49. 

2) L. Manicardi, Per una fede matura, Elledici, Leumann (TO) 2012, pp. 56-62. 

3) La lettura psicanalitica di Françoise Dolto va in questa direzione: I vangeli alla luce della psicoanalisi, Etal, Milano 2013, pp. 65-79.



Esodo n° 2 aprile-giugno 2024

Dire la fede oggi

contributi di

Bettera, Bolpin, Cecchetto, Cerasi, Curi, De Stefani, Di Porto, D'Urso, Enriello, Fattori, Maggi, Manicardi, Manziega, Marcomin, Ricca, Salvarani, Scrivanti, Stefani, Urbani.





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