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Massimo Recalcati "Chirurgia estetica, questa ossessione dei corpi perfetti cancella l’umano"

 12 giugno 2025 

Ogni intervento crea una nuova insoddisfazione. Ogni tentativo di perfezionamento genera un nuovo difetto. E il rimodellamento non serve a favorire le relazioni affettive con gli altri ma a costruire corazze narcisistiche.

L’apparizione di corpi in forma, sempre giovani e belli, modellati dalla chirurgia estetica, costituisce da diversi anni una presenza sempre più costante nel paesaggio ipermoderno. L’azione del bisturi e dell’ago sagoma forme perfette che non rispondono però solo a un ideale estetico ma intendono scongiurare innanzitutto la presenza fatale della morte. Il corpo che non mostra i segni del proprio invecchiamento si configura come uno scongiuro, un talismano che rigetta il tempo inesorabile della nostra fine. Tuttavia il ricorso alla chirurgia estetica non riguarda solo la vita nel suo momento fisiologico di declino, ma anche, se non soprattutto, le nuove generazioni. “Mi voglio rifare tutta!” è l’esclamazione di una giovane paziente insoddisfatta delle forme del suo corpo. L’azione del bisturi, come quella dei tatuaggi che si estendono a tutta o quasi la superficie del corpo, porta con sé l’illusione dell’autogenerazione. “Rifarsi tutta” significa, infatti, scegliere quale forma dare al proprio corpo perseguendo un ideale di autofondazione e di assoluta padronanza: non solo rivendico il corpo come mio, ma lo faccio essere come voglio. Tentativo di contrapporsi all’eteronomia strutturale del corpo che, in realtà, nessuno di noi ha potuto, in origine, né scegliere né rendere eterno. 
Se poi si osserva il corpo di giovani donne rimodellate dal bisturi non può non colpire la loro drastica uniformazione. Mentre la bellezza di un corpo, come ricordano Flaubert e Warburg, si rivela concentrandosi nei suoi “divini dettagli”, ovvero nei suoi tratti irregolari che rendono quel corpo unico e singolare, quella offerta dalla chirurgia estetica risponde invece a un criterio standard, uguale per tutti, conformista: stesso naso, stesse labbra, stessi seni, stessi glutei. Ma perché? La risposta pare imporsi con evidenza. I corpi di queste donne tendono a corrispondere all’idiozia del fantasma maschile che eleva proprio quegli oggetti — in particolare labbra, seni e glutei — alla natura feticistica del proprio fantasma. In termini più semplici, il corpo delle donne tende a corrispondere perfettamente all’immaginario sessuale maschile facendosi simile a quello di vere e proprie bambole artificiali del sesso. In un’epoca dove il femminismo ha giustamente imposto una cultura dei diritti che ha interrotto l’egemonia maschilista, questi corpi di gomma sembra mostrino l’altra faccia della medaglia, ovvero l’inossidabilità del fantasma feticistico maschile e la difficoltà della donna a liberarsi dalla sua presa. 
Ma saranno poi queste donne felici? In alcuni casi il ricorso alla chirurgia estetica non ha nulla di patologico. Penso a una mia paziente che dopo duegravidanze decide di rifarsi il seno, messo a dura prova da prolungati allattamenti, per ritrovare la propria femminilità. Un’altra decide di sottoporsi allo stesso intervento a causa delle lesioni provocate da un’operazione oncologica. Infine un’adolescente il cui volto è ingombrato da un naso prominente decide di liberarsi da questa presenza ricorrendo al bisturi. 
Patologico è invece il ricorso compulsivo, l’insoddisfazione che accompagna ogni intervento e che sospinge ad altri nuovi interventi sino talvolta a provocare evidenti effetti di deformazione aberrante del proprio corpo. Si tratta a volte di un vero e proprio calvario che trasforma il corpo in una sorta di cantiere permanentemente aperto. In questi casi il paradosso è che ogni intervento crea una nuova insoddisfazione, ogni tentativo di perfezionamento genera un nuovo difetto. Ma quando una ragazza esige di avere labbra carnose, seni giganti e un sedere scolpito sta davvero esprimendo un desiderio soggettivo o manifesta il suo adattamento conformista a un ideale estetico imposto dal fantasma maschile? Nondimeno “rifarsi tutta” non è così semplice perché non è semplice correggere l’immagine inconscia del proprio corpo. 
Non dovremmo infatti mai dimenticarci che “bello” o “brutto” non corrispondono all’oggettività delle proprie forme estetiche. È un fatto di esperienza comune: uomini e donne brutti possono vivere con totale serenità la propria disarmonia e, al contrario, uomini e donne oggettivamente belli possono vivere con tormento l’immagine del proprio corpo vissuta sempre come inadeguata e imperfetta. Perché? 
Quando guardiamo il nostro corpo allo specchio interviene una memoria inconscia che ha reso la nostra immagine qualcosa di amabile o qualcosa di perennemente insufficiente. È quello che Françoise Dolto aveva, appunto, definito come “immagine inconscia del corpo” che come tale non corrisponde alla sua immagine reale. La sensazione di essere bello o brutto scaturisce dai nostri primi incontri con lo sguardo e le parole delle figure affettive più significative. Sono stato guardato come sufficientemente amabile? Sono stato amato per quello che sono? Il bisturi prova a correggere le risposte negative a queste antiche domande senza però poterne venire a capo. In questo senso il culto del corpo muscoloso e palestrato è l’equivalente maschile della sindrome del perfezionamento estetico che affligge i corpi femminili. Il bicipite gonfio, la mascella squadrata, le dentature perfette, i toraci e gli addomi scolpiti sottraggono il corpo alla relazione con l’altro per esaltarne una sorta di autosufficienza onnipotente. È questo un altro paradosso: il rimodellamento del corpo non serve a favorire le relazioni affettive con gli altri ma a costruire corazze narcisistiche che allontanano dalla relazione. Il terrore della morte si confonde qui con il terrore dell’amore. 



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