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La tragedia di don Matteo Balzano «Il disagio dei giovani non è estraneo ai preti»

Il suicidio del sacerdote di Cannobio ha innescato commozione e una serie di riflessioni. Giorgio Ronzoni: «Servono ricerche sistematiche per aiutare soprattutto i più giovani». Don Massimo Angelelli della Cei: «Spesso c'è la difficoltà a corrispondere a modelli performanti ma essere fragili non significa essere difettosi». Don Maurizio Patriciello: «Anche un prete può cadere in depressione ma con l’aiuto di Dio e dei fratelli può rialzarsi».

Antonio Sanfrancesco 
8 luglio 2025 

Migliaia di persone hanno partecipato lunedì sera a Cannobio alla veglia di preghiera in suffragio di don Matteo Balzano, il giovane parroco morto suicida sabato scorso. Martedì mattina, nella Collegiata di San Vittore, i funerali celebrati dal vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, mentre alle 15 sarà celebrata una Messa di suffragio a Grugliasco dove il giovane sacerdtore sarà sepolto. 

Una vicenda che ha scosso tutta l’Italia e spinto moltissime persone a dedicare un pensiero al giovane sacerdote sui social. Don Giovanni Berti, sacerdote della diocesi di Verona famoso per le vignette con cui racconta il Vangelo, ne ha dedicata una al vice parroco di Cannobio ritratto mentre viene accolto in Paradiso e Dio gli dice «Vieni don Matteo, ti ascolterò per l’eternità». 

Il tema dello stress e del born out dei preti, soprattutto quelli più giovani, è al centro delle riflessioni di questi giorni. «Dobbiamo ascoltare di più», ha detto padre Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati minori. 

Sul Sir, l’agenzia della Cei, la riflessione di Giorgio Ronzoni, parroco padovano e insegnante di Teologia pastorale presso la Facoltà teologica del Triveneto. Partendo dal caso di Cannobio, Ronzoni ha ricordato di aver condotto più di vent’anni fa una «ricerca sul burnout dei preti della mia diocesi. I risultati sono stati pubblicati su varie riviste e alla fine sono confluiti in un libro che ho curato: Ardere, non bruciarsi (Edizioni Messaggero Padova). La ricerca ebbe poi molta risonanza: nel 2018 fu citata addirittura da José Tolentino Mendonça (creato cardinale l’anno successivo) quando tenne gli esercizi spirituali a Papa Francesco. Pochi mesi fa una giornalista mi ha telefonato per chiedermi dati aggiornati su questo tema, ma ho dovuto risponderle con un po’ di vergogna che di queste ricerche, in Italia, non ne sono state condotte altre. I vescovi francesi nel 2020 hanno coraggiosamente pubblicato i risultati dello “Studio sulla salute dei sacerdoti in attività”, senza nascondere problemi come per esempio un certo abuso di alcol da parte di due quinti del clero. In Italia, invece, si è finora preferito non intraprendere ricerche di tale portata», scrive Ronzoni, «è probabile che le ragioni siano molteplici, e non certo legate a indifferenza: forse un certo timore, forse la convinzione che l’esperienza pastorale quotidiana permetta già una conoscenza sufficiente della realtà, forse una fiducia minore nelle ricerche di ambito socio-religioso. Qualunque sia il motivo, resta il fatto che la teologia pastorale, senza un’adeguata base di dati, rischia di restare ancorata più a impressioni che a evidenze. E questo, oggi, appare come una mancanza da colmare con umiltà e coraggio». 

Ronzoni ricorda che la sua ricerca «condotta a costo zero, mise in luce un dato tutt’altro che sorprendente: il disagio diffuso tra i sacerdoti nei primi anni di ministero. Passare dalla vita di seminario – regolare e regolata – a quella della parrocchia è un cambiamento che può mettere in crisi. In fin dei conti, anche alcuni confratelli più sperimentati soffrono parecchio quando cambiano incarico: quanto più chi inizia una vita complessa come lo è quella del prete oggi. Inoltre, non dimentichiamo che i giovani preti sono presbiteri – cioè anziani – solo sacramentalmente: per il resto sono giovani, e se il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali, un motivo ci sarà. Un prete giovane è diverso dai suoi coetanei? Sì, ma non troppo. Come quelli della sua età può sentire il bisogno di conferme da parte dei superiori e dei fedeli e per ottenerle può arrivare a spendersi oltremisura, magari con il timore – infondato, certo, ma per lui reale – di non essere più apprezzato se non riesce a raggiungere certe performance. Si potrà obiettare che un uomo di Dio non dovrebbe dipendere dal giudizio degli altri, rispondendo solo al Signore e alla propria coscienza. Ma ciascuno è quel che è, e per arrivare a essere quel che dovrebbe, se mai ci arriva, prima deve imparare a conoscere sé stesso attraversando molte prove e prendendosi cura seriamente della propria formazione. Non tutti ce la fanno: qualcuno abbandona il ministero, qualcuno viene a patti con una mediocrità tutt’altro che aurea, qualcuno si sente sopraffatto dalla vergogna di non essere all’altezza dei propri ideali, qualcun altro cade in depressione o si ammala». 

Sulla vicenda è intervenuto anche monsignor Massimo Angelelli, responsabile dell'Ufficio Cei per la Pastorale della salute: «Quello che mi ha fatto davvero male nella storia di Matteo», ha detto intervistato dall’Ansa, «è che quando uno sceglie una strada così estrema pensa evidentemente che sia la migliore soluzione in quel momento, non si prendono in considerazione altri scenari. Il messaggio che vorrei far passare invece, è che un'altra opzione è sempre possibile, nessuno pensi di essere incastrato, che non ci siano alternative, un'alternativa è sempre possibile, voglio dirlo con chiarezza a tutti. Questo ufficio», ha spiegato Angelelli, «sta dando attenzione al tema della salute mentale da almeno 9 anni, collabora con noi un tavolo composto da una quindicina di professionisti, psichiatri e psicologi, per noi è un tema evidente, lo abbiamo affrontato molto nel periodo del Covid mentre l'ultimo rapporto del 2024 si è concentrato sul concetto di solitudine: quello che emerge dal nostro osservatorio è un contesto sociale che tende a isolare e che genera isolamenti o auto isolamenti, le persone non si sentono adeguate ai modelli che vengono presentati. È un fenomeno molto vasto nel mondo giovanile e anche i religiosi e le religiose fanno parte di questo mondo, non sono avulsi da questo stesso contesto. Spesso - spiega ancora - c'è una mancata accettazione della propria fragilità e la difficoltà a corrispondere a modelli performanti ma essere fragili non significa essere difettosi». 

Sulla vicenda di don Matteo è intervenuto anche il parroco di Caivano, padre Maurizio Patriciello, con una riflessione su Avvenire: «La vita spirituale – non solo, la vita in genere – è una battaglia», ha scritto, «la Chiesa ha sempre consigliato ai cristiani, e in particolare ai consacrati, un padre spirituale, una sorta di stratega che ben conosce il campo di battaglia, che sappia accompagnarti nei meandri della fede quando la strada asfaltata diventa prima un sentiero polveroso, poi un vero e proprio deserto. Tutto ciò che riguarda gli uomini riguarda i preti, anche se in un modo diverso. Un prete può cadere in depressione? Certamente. Sarebbe un’ingiustizia se questa gabbia oscura andasse a posarsi su chiunque tranne che su di lui. Può cedere alla tentazione? Certo, la Chiesa non lo ha mai negato. Ma, come chiunque, può risollevarsi e riprendere ad amare e servire Dio e il prossimo con maggiore lena ed entusiasmo». 


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